Nel nome-del-padre, il berlusconismo di Renzi dopo Monti e Grillo

Firenze, Matteo Renzi ed Enrico Letta a Palazzo Vecchio

A chi reputava la coppia GrilloCasaleggio la terapia antipolitica, oppure impolitica, o ancora populista in un’Europa, in un’Italia, in un Mezzogiorno allo sbando, rispondiamo che ha sbagliato non solo il calcolo ma, addirittura, il totale. Il Movimento 5 stelle non solo era un tentativo politico nel senso di un’alternativa possibile a un potere giuridificato e tendenzialmente impolitico dell’economicismo amministrativo, ma anche il tentativo populista, popolare, per la costruzione di una nuova identità, di una nuova comunità priva di leader e figure ingombranti.

Che dire di ciò, se non altro che la proposta è stata inadempiente? Il tentativo è stato un’esperienza fallimentare, ma, in compenso, ci ha insegnato molte cose. Contro una politica perversa del leader gaudente “alla Berlusconi“, contro una politica tecnocrate “alla Monti“, Grillo e, soprattutto, Casaleggio aspiravano a produrre un movimento distruttivo, che, nichilisticamente, incarnasse il martello più che la “leva”, ma che con una leadership “vacante”, invisibile, nascosta e retroagente al web, a conti fatti, riproponesse in maniera dissimulata la questione del “capo”, del leader, della figura paterna, e dell’imprescindibilità della sua funzione significante. Quest’ultima attraverso lo strumento “neutro”, della “terzietà” dei nuovi media, ha riprodotto concretamente una formulazione non personale della leadership e delle pratiche di comando e obbedienza, e ci ha dimostrato come il legame di potere instaurato tra gli uomini oltrepassa i soggetti stessi del discorso.

Ogni politica è la presa d’atto di un’energia che anima le masse, di un desiderio di riconoscimento e d’identificazione che le abita e le fa. Politico è ciò che è populista, che è attinente alla costruzione teorica e pratica di un popolo-identità. La prassi politica inventa e agisce in nome di un popolo per un popolo. Ad ogni popolo corrispondono dei capi, un’ideale del popolo, in relazione al quale ogni massa, a sua immagine e somiglianza, si realizza, si compatta, si organizza e stabilizza.

Nel caso del grillismo la leadership viene esercitata dietro le quinte di uno spettacolo web, nella terzietà virtuale ed elettronica di un media considerato “a-parte”, imparziale, punto di fuga in cui la parzialità personale viene alienata in una dimensione “senza parte”. I leaders grillini attraverso il Web retroesercitano il potere, lo agiscono al di là di qualsiasi profilo riconoscibile. La rete per Casaleggio, come la televisione per Berlusconi, non deve informare una cittadinanza, ma formare un pubblico, una cassa di risonanza per una parola determinata. La rete web deve veicolare il format di una “democrazia senza padri“, una democrazia senza leader, o almeno ciò che si vuole spacciare come tale.

Per noi non può esserci significazione politica senza significanti e figure paterne. Casaleggio e Grillo sono consapevoli di ciò e hanno irregimentato il senso di rivalsa dei più, della generazione cresciuta a “pane e televisione”, contro il cicaliccio geriatrico della Seconda Repubblica, costruendo un pubblico all’ascolto della loro parola. Se con Berlusconi il partito era un’appendice della “sua storia italiana”, adesso è un’accozzaglia superficialmente organizzata, profondamente lacerata e disunita, di utenti autonomamente obbedienti alla parola alienata del web. Il web, per quanto invisibili o non immediatamente riconoscibili, ha dei capi. Casaleggio e Grillo lo sanno, e incarnano in maniera dissimulata la loro funzione. Certo è che i capi invisibili della virtualità alienante del web, perdono, con la spersonalizzazione, anche una certa presa affettiva, un contatto con le masse. Il renzismo vince su questo e su tutti i suoi precedenti, recuperando la politica della perversione berlusconiana, la paranoia montiana dei saperi economici, rielaborando il tutto nel volto giovane del nuovismo.

Come ha fatto Renzi a attuare ciò? Parafrasando Marx con “la solita vecchia merda”, coniugando ambizione personale, influenza mediatica, ricchezza e predilezione per la realizzazione dell’impossibile.

Come affermava, con finalità diverse, Bruno Zevi, “abbiamo bisogno tutti di un atto coraggioso di inventività, di immaginazione, di qualcosa che sia rischioso addirittura a pensarlo”. Con finalità altrettanto diverse Renzi applica l’insegnamento dell’architetto orchestrando tutto ciò a cui abbiamo fatto riferimento. Renzi è il volto nuovo di un berlusconismo più maturo, che ha vinto le sterilità tecniciste dei saperi politici “alla Monti” e le frustrazioni degli asociali grillini.

Come ci informa Franco Fracassi e le indagini giornalistiche di Globalist.it dietro Renzi retroagiscono i tecnocrati di un europeismo di mercato, un’esasperata Europa dell’euro, e nomi che veicolano il consenso mediatico mondiale che ha legittimato, tutto sommato, le ultime bolle speculative.  Dietro Renzi vi sono i corifei dottrinari di un unico progetto politico, i nomi e le società internazionali di un europeismo di mercato che vuole vincere le forze centrifughe insofferenti nei suoi confronti, soprattutto in Italia (a cui Francia, Spagna, Grecia ed Ungheria guardano con profonda attenzione). Il format “sinistro” (e non certo di sinistra) di Renzi drena un fiume di denaro a sostegno della sua campagna, il quale non solo proviene dagli Stati Uniti, ma anche dal Nord Europa, Israele ed Arabia.

Michael Ledeen, Yoram Gutgeld e Marco Carrai sono attualmente le eminenze grigie del nuovo leader, e più volte il New York Post ha salutato positivamente il nuovo PD. Come affermava Ugo Sposetti, un ex pilastro PD, “dietro i finanziamenti milionari di Renzi c’è Israele e la Destra americana”. I segreti di Sindona, di Bontade, di Andreotti erano piuma in confronto a quelli di Renzi.

Non il Partito ma il “berlusconismo democratico” di Renzi è l’espressione trasfigurata di una volontà apolide. Un unico filo rosso transnazionale lega, attraverso Renzi, la Morgan Stanley e un certo capitalismo italiano rampante, divenuto veramente planetario con l’ultima Crisi. Davide Serra, Matteo Arpe (ex Capitalia), A. Profumo (Unicredit), C. Passera (Intesa-San Paolo), Eric Halet (Algebris International), B. Berlusconi (Mondadori), De Benedetti, Del Vecchio (Luxottica), D. Della Valle, V. Colao (Vodafone), A. Guerra, Tronchetti Provera, G. Gori, F. G. Caltagirone, C. Romiti, M. Mondadori, I. Palenzona, G. Poletti, G. Rocca, P. Bentelli, Nagel, e tanti altri nomi sono gli anelli delle nostre nuove catene.

Come abbiamo accennato nei precedenti articoli, in questi anni due tipi di europeismi si stanno fronteggiando, e stanno, un po l’uno un po l’altro, cambiando il nostro mondo: un europeismo dei mercati e un europeismo di popolo (di migranti).

Quale avrà la meglio? Sarà il Mezzogiorno del mondo a darci, ancora una volta, una soluzione?

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