Economia

Il 19% delle spese mediche dei familiari non fiscalmente a carico, che sono affetti da patologie che danno possibilità di esenzione delle spese sanitarie, può essere detratto.

È possibile solo per la parte di spesa che non ha trovato capienza nell’Irpef dovuta dal familiare affetto dalla malattia ed entro il limite annuo di 6.197,48 euro, ridotto della franchigia di 129,11 euro.

L’agenzia delle Entrate, nella guida alle spese sanitarie 2018, ha però precisato che la spesa relativa alla patologia esente deve risultare o da documentazione medica o da autocertificazione sottoscritta dal familiare affetto da patologia.

Dunque, quali operazioni vanno eseguite?

Per detrarre suddette spese, i documenti che le certificano possono essere intestati al contribuente che ha effettuato il pagamento, con allegata certificazione da parte del soggetto malato. In tal caso la detrazione è però ammessa solamente se quest’ultimo annota sul documento stesso, con valore di “autocertificazione”, quale parte della spesa è stata sostenuta dal familiare.

Per maggiori informazioni consultare la guida.

Sud Italia

Svimez

Giovedì 8 novembre 2018 è stato presentato, nella sala della Regina a palazzo Montecitorio, il rapporto Svimez 2018 dal titolo “L’economia e la società del mezzogiorno”. Emerge dal rapporto una situazione ambivalente poiché a fronte di una crescita rilevata nel 2017 e nel 2018 ci sono alcuni problemi congiunturali che evidenziano una situazione d’incertezza per il futuro del Sud.

In particolare il persistente problema dell’accesso al credito nel Mezzogiorno e la percentuale occupazionale bassissima per la fascia più giovane della popolazione. La manovra finanziaria nel 2019 favorirà ancora la crescita al Sud, che dovrebbe avere maggiori benefici rispetto al centro-nord, dovuti al 40% circa in minori entrate e l’oltre 40% in più delle maggiori spese per cui si prevede un leggero recupero dell’economia meridionale.

Nel 2017 il PIL del mezzogiorno è cresciuto quasi nella stessa misura di quello del centro-nord, grazie alla crescita del settore manifatturiero e, in minima parte, di quello edilizio, con un dato importante che viene dai flussi turistici, con una crescita del 7,5% di viaggiatori stranieri nel Mezzogiorno e il relativo incremento della spesa turistica del 18,7%.

A fronte di questi dati positivi il report certifica ancora un divario consistente fra il centro-nord (tornato ai livelli pre-crisi) e il Mezzogiorno. Un divario che alla luce delle previsioni attuali in futuro potrebbe allargarsi ulteriormente. Le ragioni della “velocità duale” fra il Nord e il Sud della nazione si possono riassumere in una serie di fattori: in primis la marcata differenza di investimenti fra il centro-nord e il sud della nazione, con un + 3,8% al Mezzogiorno, dato positivo ma comunque distante dal + 6,2 % del resto della nazione.

Le criticità sono relative, ancora, alla contrazione della spesa pubblica con un evidente declino della spesa infrastrutturale che nel periodo 1970 al 2017 per il sud ha visto un – 4,7 % a fronte dell’appena -0,9% al centro-nord. Basti pensare che negli anni più recenti gli investimenti infrastrutturali per il meridione risultano pari a meno di un quinto del totale nazionale mentre negli anni 70 erano quasi la metà. Lo squilibrio riguarda anche l’export che per il Sud vale un più 1,6 % mentre il centro-nord mette a referto un +3%.

Il resoconto redatto dall’ente contrasta anche il luogo comune di un “Sud parassita” perché con tutti i suoi limiti il mezzogiorno contribuisce in maniera non superficiale alla crescita della nazione.

Si evidenzia come la crescita del centro-nord sia strettamente connessa all’andamento dei consumi del Sud poiché ben 20 dei 50 miliardi circa di residuo fiscale trasferiti alla regioni meridionali dal bilancio pubblico ritornano al centro-nord sotto forma di domanda di beni e servizi. Non solo, si stima anche che la sola domanda interna nelle regioni del Sud attivi circa il 14% del PIL.

Il rapporto inoltre mette l’accento sulla pericolosità della mala applicazione del federalismo regionale, in particolare del federalismo fiscale, poiché l’ampliamento delle diseguaglianze territoriale sotto il profilo sociale porterà a un forte indebolimento delle capacità del welfare di supportare le fasce più disagiate della popolazione.

Sicché  si parla di “cittadinanza limitata”, un termine connesso alla mancata garanzia di livelli essenziali di prestazioni che incide sulla tenuta sociale del Sud. Preoccupa anche il divario sul tasso di scolarizzazione che al sud nella fascia dei 20/24 anni è notevolmente inferiore a causa di un rilevante persistente tasso di abbandono scolastico con circa 300.000 giovani che abbandonano gli studi.

Il dato si somma al basso tasso di occupazione per i diplomati, e soprattutto dei laureati che a 3 anni dalla laurea hanno solo il 43,8% di occupati rispetto al  72,8% del centro-nord. Il rapporto evidenzia che il centro-nord è tornato ai livelli occupazionali pre-crisi mentre il mezzogiorno resta di circa 310 mila unità sotto il livello del 2008.

Si aggiunga poi un drammatico dualismo generazionale, certificato da un  saldo negativo di 310 mila unità, con la sensibile riduzione di oltre mezzo milione di giovani occupati fra i 15 e 34 anni, sommata alla contrazione di 212 mila occupati nella fascia di età fra i 35/54 anni al cospetto di una crescita occupazionale concentrata quasi esclusivamente fra gli over 55.

Di fronte a questi dati l’emigrazione è considerata un fenomeno naturale nelle regioni meridionali (con la sola eccezione della Sardegna) che solo nel biennio 2016-2017 hanno registrato 146 mila abitanti in meno. Negli ultimi 16 anni il mezzogiorno ha visto partire un milione e 833 mila residenti, dei quali la metà giovani di età compresa fra i 15 e 34 anni, un quinto di questi laureati.

Del totale il 16% si è trasferito all’estero, e di questi 800.000 non sono tornati. Alla luce di questi dati si delinea per i prossimi 50 anni un percorso di forte riduzione della popolazione che nel mezzogiorno perderà circa 5 milioni di abitanti, molto di più che nel resto del paese, dove la perdita sarà contenuta a un milione e mezzo. Tutto ciò se non interverranno misure politiche tese a favorire una reale ripresa del Mezzogiorno, magari partendo dall’incentivazione del comparto agroalimentare e dei flussi turistici, ovvero gli unici settori che da anni registrano nel sud della nazione un aumento importante

Il reddito di cittadinanza a Napoli, secondo i dati diffusi da un’analisi svolta dal Sole 24 Ore, spetterebbe a una famiglia su cinque.

Un’analisi sugli Isee presentati in Italia nel 2016, dimostra che a Napoli una famiglia su cinque è compresa nei parametri del reddito di cittadinanza. Inoltre, secondo quanto è stato detto dal Governatore della Campania Vincenzo De Luca a ilmattino, il reddito di cittadinanza: “Sarà un grande bordello. Molte risorse arriveranno direttamente nelle mani della camorra“.

Le famiglie che usufruirebbero del reddito di cittadinanza sarebbero tutte coloro che hanno redditi inferiori alla soglia di povertà, che percepiscono dunque 9360 euro annui, pari a 780 euro mensili.

Secondo le misure stabilite dal Governo, emerge una disparità tra Nord e Sud.

Ci sono 34 province del sud Italia e delle isole che si trovano in testa alla classifica. A Crotone 1 famiglia su 3 ha un Isee sotto i 9mila euro; dunque rientra nel perimetro della misura annunciata dal governo. A Napoli, Palermo e Caltanissetta rientra 1 famiglia su 5.

Assistiamo ad uno scenario ben diverso a Bolzano e a Belluno, poiché rientrano nei requisiti rispettivamente solo 1 famiglia su 40 e 1 su 30.

La Legge di Bilancio, a firma del Governo giallo-verde, sembrerebbe favorire il Sud, ma tuttavia alcune misure come il Reddito di Cittadinanza rischiano di essere comunque un flop. A dirlo è la Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) che nel rapporto 2018 ha riportato anche il peso che la manovra economica potrebbe avere “sull’evoluzione del PIL al Centro-Nord e al Sud“.

Secondo l’associazione “nel Mezzogiorno di circa lo 0,3% nel 2019 sull’aumento previsto del prodotto lordo dell’1%, e di poco più dello 0,4% nel 2020 sul PIL allo 0,9% ipotizzato. Nel Centro-Nord, i valori risultano decisamente inferiori, quasi lo 0,2% nel 2019 e 0,24% nel 2020“. L’analisi di Svimez si basa “sulla ripartizione territoriale degli interventi previsti, sia in termini di minori entrate che di maggiori spese“, con il Sud, nel biennio 2019-20, che “beneficerà di circa il 40% delle minori entrate e di oltre il 40% delle maggiori spese“.

In pratica, le misure adottate dall’esecutivo sembrano essere decisamente a vantaggio del Sud, ma la cosa non è del tutto vera. Infatti, sempre la Svimez, nel trattare il Reddito di Cittadinanza, spiega come le risorse stanziate non siano sufficienti per arrivare ad offrire i 780 euro promessi. Lo stanziamento permetterebbe sicuramente di ampliare il numero di beneficiari, rispetto al Reddito di Inclusione, ma non di arrivare alle cifre tanto pubblicizzate, anche perché “il raggiungimento di tale soglia richiederebbe uno stanziamento di circa 15 miliardi“.

La Svimez, procedendo con un esempio pratico, spiega: “Con le risorse attuali, prendendo a riferimento le famiglie con Isee inferiore a 6000 euro e pur tenendo conto che circa il 50% potrebbe avere una casa di proprietà, è possibile erogare un sussidio compreso tra i 255 euro per una famiglia monocomponente e i 712 per una con 5 o più componenti, a circa 1,8 milioni di famiglie. Ciò avvantaggerà il Mezzogiorno che assorbirà circa il 63% del Reddito di Cittadinanza“.

Se alcuni numeri dicono “Sud”, però, altri dicono “Nord”. Infatti, sempre nel rapporto Svimez, si legge che, tenuto conto delle previsioni per il PIL nel 2018 (in netto calo in tutto il Belpaese), il divario tra Nord e Sud torna ad aumentare, con soprattutto gli investimenti che “crescono in entrambe le aree, ma in maniera più marcata al Nord: +3,8 nel Sud, +6,2% nel Centro-Nord“. Anche se viene registrato un rallentamento globale, il Sud si ritrova bastonato anche dai consumi totaliche crescono nel Mezzogiorno dello 0,5% e al Centro Nord dello 0,8%“.

Pur non essendo esaltanti le previsioni, nel rapporto viene ancora spiegato che nel 2017 il PIL è cresciuto nel Mezzogiorno dell’1,4%, rispetto al +1,5% nel Centro-Nord. Inoltre, l’anno precedente al Sud era aumentato del +0,8%, segno che una “lenta ripresa” è in atto anche grazie allo stato di salute del comparto manifatturiero, in particolare alle costruzioni, con un “recupero più che doppio rispetto al resto del Paese“.. Ma le notizie tornano ad essere cattive quando si parla di “esodo di popolazione” verso il Nord, con il Mezzogiorno che ha registrare una perdita di 146 mila abitanti, nel biennio 2016-17.

Luigi Di Maio ammette di ispirarsi a Donald Trump. In un’intervista al Financial Times, il vicepresidente del Consiglio parla tanto di economia e della manovra che sarà varata dall’Italia. Una manovra espansiva, che contempla un incremento del debito per poi farlo diminuire attraverso la crescita, almeno nelle intenzioni dei suoi ideatori.

“L’economia americana sta crescendo del 4% grazie alle politiche espansive di Trump che tutti ritengono sbagliate: aumento del deficit, taglio delle tasse e investimenti in infrastrutture”, così il leader dei 5 Stelle, che ammette perciò implicitamente di essersi ispirato al presidente americano.

Non teme neanche sanzioni da parte dell’Unione Europea, nonostante molti Paesi, anche quelli ritenuti amici dell’attuale Governo italiano, non abbiano accolto di buon grado gli annunci di deroghe alle regole di bilancio concordate nell’ambito dell’Unione Europea:

“Non credo che saremo sanzionati. La procedura sarà avviata ma ci sarà una fase di dialogo […]crediamo di poter ampiamente ridurre il debito pubblico con una manovra espansiva”. La manovra, sostiene Di Maio, diventerà “una ricetta per tutti gli altri Paesi”.

Nell’intervista anche un cenno alle sue origini napoletane: “Vengo dalla provincia di Napoli. Si tratta di un’area con il 60% di disoccupazione giovanile, con uno dei più alti indici di cancro in Europa”.

mozzarella

mozzarellaIl secondo trimestre del 2018 registra una crescita dell’export dei distretti del Mezzogiorno del 2,6%, rispetto al dato nazionale del 3, 1 %. Lo rilevano le statistiche rese disponibili dalle rivelazioni di Intesa Sanpaolo. Per quanto riguarda il Mezzogiorno, come dati relativi all’incremento dell’export, la Campania si piazza solo dopo la Puglia, che registra un + 4,7% ,con un + 3,4% , dato comunque superiore (anche se di poco) alla media nazionale.

A fare da traino alla crescita delle esportazioni campane, ancora una volta, c’è il comparto agroalimentare, con un trend regionale mediamente positivo e una buona performance in particolare della provincia di Avellino. Francesco Guido, Direttore Regionale di Intesa Sanpaolo e del Banco di Napoli, conferma in merito che “resta ancora elevato il divario rispetto al Centro-Nord, divario che comunque può essere attenuato facendo leva sui mercati esteri”.

Il rilancio dell’economia campana non può comunque prescindere, ancora una volta, da una ulteriore valorizzazione del settore enogastronomico regionale nell’ottica delle nuove dinamiche del mercato globale, con particolare riferimento alle “nuove frontiere” rappresentate dalle nazioni in crescita economica.

I margini di crescita più evidenti per il settore alimentare campano sono riconducibili al progetto di filiera agroalimentare innovativa e sostenibile che tanto piace alla clientela globale. D’altra parte  se è vero che il 45% dei prodotti alimentari esportati dal Sud sono campani, è anche vero che l’export agroalimentare del meridione, al momento, è pari solo ad 1/5 quello nazionale, con margini di crescita esponenziali, come dimostra l’apprezzamento che ha avuto la mozzarella di bufala campana al SIAL (Salone Internazionale dell’Alimentazione) di Parigi, da poco concluso.

A quasi cinque mesi dalla nascita del Governo giallo-verde, iniziano a spuntare le prime promesse non mantenute. Infatti, se dal reddito di cittadinanza alle politiche migratorie, Di Maio e Salvini affermano di fare “grande” l’Italia, risultano mancare provvedimenti annunciati e che hanno portato consensi, come l’abbattimento delle accise sulla benzina.

Bell’idea se non fosse altro per il fatto che alle parole non sono seguiti i fatti. Gli italiani, rispetto agli altri paesi europei, pagano cifre esorbitanti per la benzina. Su questo punto dolente Salvini aveva costruito una forte rampa di lancio verso la vittoria delle elezioni. Il ministro dell’Interno aveva stragiurato che il provvedimento sarebbe rientrato nel primo Consiglio dei Ministri, per poi far slittare tutto entro l’estate e poi a fine anno.

Qualcuno potrà dire che la fine dell’anno ancora non è arrivata, ma la realtà dei fatti è che non c’è più traccia del provvedimento, che sarebbe dovuto rientrare, come annunciato dagli uomini del ministero dell’Economia, nella nuova legge di bilancio, che contempla solo una sorta di sterilizzazione. Quindi saranno scongiurati aumenti, ma di tagli non se ne parla.

Volendo considerare anche che la legge va ridiscussa, perché la bozza è stata bocciata dall’Europa, il taglio delle accise sulla benzina sarebbe potuto entrare anche nella modifica del DEF (Documento di Economia e Finanza), dove compaiono alcuni riferimenti in materia di pressione fiscale. Invece niente, tutto è stato messo a tacere e gli italiani vengono solo distratti da continui “comizi” via social e pseudo-guerre dichiarate a immigrati e giornali.

Benitez e Mazzarri, fra i CT più pagati al mondo compaiono anche loro

Benitez e Mazzarri, fra i CT più pagati al mondo compaiono anche loroLe regioni protagoniste in Italia in materia di evasione fiscale sono quelle delle Nord. A dirlo è il procuratore di Milano, Francesco Greco, intervenuto al convegno su criminalità ed evasione, svoltosi in Bankitalia. “Ci sono state il 49,07% delle istanze di voluntary disclosure, in termini di capitalizzazione siamo al 47/48% del totale complessivo, che è di circa 60 miliardi di euro”, ha detto il procuratore, come riporta Sky.

La c.d. Voluntary Disclosure, in italiano “collaborazione volontaria”, è uno strumento messo a disposizione dei contribuenti, da parte del Fisco, per “rimediare” ad alcune falle aperte nella propria posizione fiscale. Lo strumento è stato introdotto, con una legge, nel 2014 per incentivare il rientro di una parte dei capitali evasi. Infatti, per chi aderisce, sono previsti forti sconti (fino al 50%) per quanto riguarda le sanzioni. Mentre imposte ed interessi vanno versati interamente.

Spiegato questo, c’è da dire che se da un lato l’adesione massiccia risulta come una sorta “di passo indietro”, ben accolto, da parte dei contribuenti, dall’altra vede comunque il Fisco perdere diversi soldi, soprattutto per quanto riguarda i capitali all’estero. “Un problema serio”, per il procuratore Greco, che appartiene soprattutto a Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna.

Tuttavia, Greco non boccia in assoluto la voluntary disclosure perché i capitali “è meglio farli rientrare pacificamente”, anche se gli eccessi risultano sempre deleteri (aggiungiamo noi). Inoltre, conclude il procuratore, “ci ha creato un patrimonio informativo enorme, con cui tutt’ora ci stiamo organizzando per le nostre attività di indagini”.

manovraRoma – Accordo raggiunto sul deficit al 2,4% del Pil, dopo un lungo vertice a Palazzo Chigi al quale hanno preso parte Conte, Salvini, Di Maio, Tria e Savona. Al termine del vertice si è poi svolto il Consiglio dei Ministri che ha approvato il Def. Sono stati messi a disposizione per la manovra ben 27 miliardi. Una vittoria per il Movimento 5 Stelle e la Lega. La riforma della legge Fornero, il reddito e le pensioni di cittadinanza, i fondi per i risparmiatori colpiti dalle crisi bancarie, gli investimenti e il calo delle tasse per gli autonomi arriveranno tutti nella legge di bilancio e saranno finanziati ricorrendo all’indebitamento.

Grande soddisfazione per i due vicepremier, Matteo Salvini, e Luigi Di Maio. Ed è proprio Luigi Di Maio che con un post su Facebook annuncia l’accordo raggiunto. Il Vicepremier infatti ha scritto: “RAGAZZI! Oggi è un giorno storico! Oggi è cambiata l’Italia! Abbiamo portato a casa la Manovra del Popolo che per la prima volta nella storia di questo Paese cancella la povertà grazie al Reddito di Cittadinanza, per il quale ci sono 10 miliardi, e rilancia il mercato del lavoro anche attraverso la riforma dei centri per l’impiego. Restituiamo finalmente un futuro a 6 milioni e mezzo di persone che fino ad oggi hanno vissuto in condizione di povertà e che fino ad oggi sono stati sempre completamente ignorati.

Nella Manovra del Popolo abbiamo inserito anche la pensione di cittadinanza che restituisce dignità ai pensionati perché alza la minima a 780 euro. E con il superamento della Fornero, chi ha lavorato una vita può finalmente andare in pensione liberando posti di lavoro per i nostri giovani, non più costretti a lasciare il nostro Paese per avere un’opportunità.

I truffati delle banche saranno finalmente risarciti! Abbiamo istituito un Fondo ad hoc di 1,5 miliardi.

Per la prima volta lo Stato è dalla parte dei cittadini. Per la prima volta non toglie, ma dà. Gli ultimi sono finalmente al primo posto perché abbiamo sacrificato i privilegi e gli interessi dei potenti. Sono felice. Insieme abbiamo dimostrato che cambiare il Paese si può e che i soldi ci sono. Tra poco in diretta su Facebook vi racconterò tutti i dettagli!

Subito dopo L’approvazione i ministri si sono affacciati al balcone salutando la folla radunata che acclamava e gridava il nome di Luigi Di Maio.

Fonti della maggioranza parlano di un Tria messo all’angolo e costretto ad arrendersi. Insistenti le voci che raccontano che in serata, il titolare del Mef sia andato al Quirinale, ma queste voci sono state smentite dal palazzo del Presidente della Repubblica. Da palazzo Chigi assicurano che il titolare di via XX Settembre non si dimetterà.

Post di Luigi Di Maio

I prezzi della benzina potrebbero aumentare nuovamente, arrivando persino a toccare i 2 euro al litro. Tutti ricordiamo il periodo 2012/2013, quando nel bel mezzo della crisi economica più nera, i prezzi del carburante salirono alle stelle. Come ormai in molti sanno, tali prezzi dipendono da due fattori principali: il costo del petrolio e le accise storiche che maturano su di esso da dopo la guerra in Abissinia ed il disastro della diga del Vajont.

Nel 2014, con la legge di bilancio, le accise vennero coperte da altri introiti ed i prezzi del carburante tornarono stabili, stabilità durata fino ad oggi. Nei prossimi mesi, però, la situazione potrebbe cambiare in negativo: il costo del petrolio è in netto aumento, quasi come negli anni della crisi, e le accise, maturate dal 2014, potrebbero non essere più coperte dal bilancio.

Nonostante sia stato annunciato un taglio dei balzelli più antichi, come appunto quello per la guerra in Abissinia e quello per il Vajont, la cosa sembrerebbe infattibile. Tali tasse sono state unificate nel 1995 dalla legge Dini e ad esse si sono sommati altri balzelli per le numerose emergenze che hanno afflitto negli ultimi anni le finanze del paese.

Tali considerazioni sono portate avanti da uno studio del Sole 24 Ore, che ha spiegato approfonditamente in un video la situazione. Con tali premesse è possibile, quindi, un nuovo e vertiginoso aumento dei costi del carburante, anche peggiore di quello subito negli scorsi anni.

 

Benitez e Mazzarri, fra i CT più pagati al mondo compaiono anche loro

Benitez e Mazzarri, fra i CT più pagati al mondo compaiono anche loro

Si chiama “variabile dummy” e nel 2017 e nel 2018 ha sottratto a regioni del Sud come Campania e Calabria ben il 30% dei fondi statali in favore dei servizi sociali destinati ai comuni delle regioni medesime. Una variabile, però, del tutto arbitraria, tanto da essere definita “fantoccio”, e che nell’ultimo biennio ha tolto 18 euro di spesa per il sociale a testa ad ogni campano e calabrese. Soldi, come se non bastasse, dirottati al Nord.

Questo il meccanismo di un federalismo fiscale strutturato a tavolino in favore delle regioni più produttive d’Italia, quali Lombardia, Emilia Romagna e Veneto.

Come spiegato da Marco Esposito per Il Mattino, infatti, lo Stato inizialmente prevede una spesa annua per i servizi sociali comunali equivalente a 63 euro pro capite: considerando, poi, i maggiori o minori bisogni effettivi, al Sud vengono dati 3 euro in più per ogni abitante (tre in meno al Nord); riequilibrati grazie alla maggiore offerta di servizi sociali garantita dai comuni settentrionali, che implica una maggiore richiesta.

Variabile dumny
Grafico che mostra come si giunge allo scompenso finale. FONTE: Il Mattino

In pratica, tenendo presente una serie di fattori concreti e oggettivi (mostrati nel grafico), si ritorna alla situazione di partenza, con tutti gli italiani, senza distinzioni di residenza, che dovrebbero avere diritto a una budget di spesa pro capite per i servizi sociali (salute, istruzione, disabilità, intrattenimento, anziani, ecc.) pari proprio a 63 euro. Qui, però, entra in gioco la “variabile dummy”, che toglie ben 18 euro (ovvero il 30%) ai fondi per persona destinati al Sud e che li dirotta, senza motivazioni esplicite, al Nord.

Come se non bastasse, al Sud non tutto il denaro restante (45 euro) viene effettivamente speso per il sociale. In genere le cifre investite in questo settore si fermano ai 32 euro cadauno. Tuttavia, mancando una reale soglia di spesa da garantire (lep), sotto la quale un sindaco o un’amministrazione possono essere considerati inadempienti, nessuno può essere rimosso.

Regno delle Due Sicilie
Regno delle Due Sicilie
I territori del Regno delle Due Sicilie

In periodo di campagna elettorale si sa che i massimi esponenti dei partiti sono soliti introdurre elementi di novità e fare le proverbiali “promesse” che, però, non sempre vengono mantenute una volta che le urne elettorali si sono espresse. Nel corso dei dibattiti, che hanno preceduto le ultime elezioni politiche, è stata paventata la possibilità, da parte del Movimento 5 Stelle, di attualizzare il cosiddetto “reddito di cittadinanza” a beneficio delle fasce meno abbienti della popolazione.

Proposta che ha suscitato non poco scalpore e di assoluta novità, per il panorama politico italiano, quella portata avanti da Di Maio e soci. Se volgiamo, però, lo sguardo verso il passato vi è stata una compagine politica che garantiva un sussidio minimo per gli esponenti meno fortunati del proprio tessuto sociale. Stiamo parlando del Regno delle Due Sicilie.

Grazie ad una ricerca effettuata presso la Collezione delle Leggi e dei Decreti del Regno delle Due Sicilie ci si è imbattuti nel decreto Reale n. 131 del 4 gennaio 1831 che prevedeva, infatti, il conferimento di un “assegno di disoccupazione per coloro i quali non possono assolutamente con il loro travaglio sostenere se medesimi e la di loro famiglia”.

Queste agevolazioni erano temporanee o perpetue a seconda della gravità della condizione di salute dell’interessato che era fisicamente impossibilitato a guadagnarsi da vivere col proprio lavoro. Qualora l’assegno fosse stato temporaneo spettava solo ed unicamente alla Commissione decidere se questo doveva essere rimosso o prolungato, a patto che non diventasse un deterrente d’ozio. Nel momento in cui la decisione della Commissione non avesse soddisfatto il richiedente, questi avrebbe avuto anche la possibilità di presentare ricorso.

Gli organi di potere dello Stato borbonico misero a disposizione della Commissione un fondo speciale dal quale fare prelievi per “soccorsi urgenti”. Giovani orfani, vedove con figli piccoli, persone anziane, ciechi e tanti altri ancora godevano di un trattamento preferenziale, il tutto nel massimo rispetto della privacy e della dignità dei beneficiari.

Nel decreto si legge infatti: “considerando esservi degl’individui o famiglie di tali condizioni che aborriscono il far manifesta la propria indigenza, la Commessione assumerà a sé il pietoso ufficio di ricercarle e conoscerle in modi occulti e diligenti onde prestar loro il soccorso che meritano con l’obbligo di custodire segretamente quelle notizie”.

In un’Italia che spesso pare viaggiare a due velocità e che vede un divario economico troppo marcato tra il quadrante meridionale e quello settentrionale del paese, la proposta di un reddito di cittadinanza è parsa, a chi l’ha proposta, una valida “cura” per questo male. Tale assistenza deve essere però solo il palliativo che conduce ad una reale riduzione di quel divario ed alla risoluzione del vero problema dello Stato italiano: la mancanza di lavoro. La sconfitta della disoccupazione supererebbe, in convenienza ed efficacia, qualunque forma d’assistenzialismo piovuto dal cielo.

L’Italia dopo due mesi è ancora senza Governo, ma quello che è peggio sarebbe la ripercussione che questa situazione di stallo potrebbe avere sull’economia del Paese, soprattutto del Sud. Infatti, a Bruxelles è in atto la discussione per la distribuzione delle risorse finanziarie dell’Unione per il periodo 2021-2027.

Dalla prima ipotesi di bilancio, presentata dal presidente Jean Claude Juncker, arrivano cattive notizie per l’Italia che rischia di perdere quasi 5 miliardi di euro di fondi, manco a dirlo per il Sud Italia. Il documento ora sarà analizzato dagli Stati membri, ma senza un Governo sarà difficile difendere le proprie posizioni e opporsi ad eventuali decisioni drastiche.

Il motivo di tale eventuale perdita sta nel fatto, come riporta T-News, che rispetto al precedente bilancio Juncker ha previsto un taglio del 5% ai fondi destinati allo sviluppo delle aree più povere dell’Unione, nelle quali rientrano anche quelle del Meridione d’Italia. Un taglio da circa 4,68 miliardi di euro, considerando che i fondi per l’Italia fino al 2020 sono di 93,6 miliardi. A questo taglio va anche aggiunto anche quello probabile della quota di compartecipazione, che spetta allo Stato, per una perdita totale di 7 miliardi di euro in 7 anni.

Ai nostri politici, tuttavia, la questione sembra interessare poco o niente affatto. Dal 4 marzo il Paese sta assistendo a litigi, prese di posizioni infantili, dispetti e piagnistei che possono solamente far male alla Nazione. E chi ci rimette, come sempre, sono le aree meno sviluppate trattate esclusivamente da bacino elettorale.

È un emorragia continua che non accenna ad arrestarsi; l’emigrazione dei laureati meridionali verso il centro-nord e l’estero è un fenomeno in continua crescita che sta assumendo proporzioni preoccupanti. La Rivista economica del Mezzogiorno, edita dallo Svimez, nel numero monocratico del 22 febbraio ha calcolato in 30 miliardi il costo presunto ai danni del Sud dovuto all’emigrazione di circa 200 mila laureati che dal 2000 hanno trovato lavoro da Roma in su. Il trasferimento comporta contestualmente un ammanco di 200mila laureati fra i residenti del meridione, escluso ovviamente la quota di pendolari a medio e lungo raggio. Se nel 1980 solo il 5% degli emigranti dal meridione era in possesso di un corso di laurea magistrale nel 2015 la stessa cifra è salita al 15%, mentre la percentuale di residenti al Sud ma iscritti ad un corso di laurea nelle facoltà del centro-nord è salita in poco anni dal 18 al 26% sul totale degli immatricolati del meridione. La perdita di 30 miliardi è stata quantificata secondo i calcoli dell’agenzia per la Coesione Territoriale e dell’Ocse in riferimento al periodo che va dal 2000 al 2015, sulla base di vari fattori,con una media di 1,8 miliardi all’anno, un danno evidente per il Sud che diventa un guadagno netto per le zone di collocazione dei laureati meridionali; una sorta di high-skill a costo zero in termini di spese di formazione. Soluzioni a breve termine per risolvere il problema non ci sono all’orizzonte, gli atenei meridionali pagano lo scotto di una minore disponibilità di fondi dovuta ad un numero di iscritti inferiore del 11% rispetto alla media nazionale, una minore entrata di tasse universitarie e una realtà territoriale povera di potenziali investimenti pubblici, sicché l’unica opzione concreta al momento è quella di investire sulle nuove competenze e nell’innovazione.

Sud

 

SudImportante iniziativa del Governo contro la fuga di cervelli dal meridione con Resto al Sud. Il bando è dedicato a tutti i giovani under 35 residenti nelle 8 regioni del Mezzogiorno: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. L’incentivo, promosso dal Ministro per la Coesione territoriale ed il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, gestito da Invitalia, sostiene la nascita di nuove attività imprenditoriali che possano rilanciare l’economia del Sud.

Sono 1,25 i milioni di euro stanziati per Resto al Sud che saranno assegnati ai migliori progetti presentati. Ogni vincitore riceverà un finanziamento massimo di 50.000 euro, che può arrivare ad un massimo di 200.000 euro nel caso di più richiedenti/vincitori, già costituiti in società o prossimi alla costituzione. A partire dalle 12.00 di lunedì 15 gennaio 2018, gli aspiranti imprenditori potranno presentare domanda sul sito di Invitalia per chiedere le agevolazioni.

I giovani per partecipare all’iniziativa Resto Sud oltre ad avere tra i 18 e i 35 anni devono essere residenti in una delle regioni del Sud Italia, poi NON devono: avere un rapporto di lavoro a tempo indeterminato; essere titolari di altre imprese attive; avere avuto altri agevolazioni negli ultimi 3 anni. Va sottolineato che con quest’iniziativa sarà possibile avviare un’attività imprenditoriale in tutti i settori, eccetto le libere professioni e del commercio.

Solo le imprese di vendita dei beni prodotti nell’attività di impresa saranno consentite come attività commerciali. Verrà dato rilievo maggiore alle attività di produzione di beni nei settori dell’artigianato e dell’industria, della pesca e dell’acquacoltura, alla fornitura di servizi, compresi quelli turistici. La condizione fondamentale per poter usufruire degli importanti incentivi è quella che le imprese destinatarie dei fondi e i giovani imprenditori dovranno rimanere per tutta la durata nelle Regioni di riferimento.

Allarmismo ingiustificato; un ammanco presunto di almeno 500 milioni di euro ai danni del comparto agroalimentare campano; nessuna catastrofe ambientale; i prodotti campani invece risultano di ottima fattura.

Queste sono le conclusioni alle quali è arrivato l’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno (IZsm) con sede a Portici a seguito della ricerca scientifica, condotta dal Direttore Antonio Limone, più accurata che abbia mai avuto luogo in Italia e durata tre anni con la partecipazione di cinquanta istituti pubblici specializzati in salute, ambiente e cibo.

Lo studio è stato presentato al Dipartimento di Agraria della Federico II, uno scrupoloso controllo ambientale che fa della Campania la regione più monitorata d’italia con il 99,98% di test superati su un totale di 30mila campionamenti che hanno coinvolto circa 10mila aziende campane.

Tutto partì dalle dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone nel 2013, che peraltro non hanno mai avuto riscontri reali, ma che furono amplificate da alcuni servizi giornalistici tesi più al sensazionalismo che ai dati di fatto.

Attenzione, lo studio va estrapolato dalla tematica “Terra dei Fuochi” come emergenza ambientale e ricondotto solo alla qualità dei prodotti dell’agroalimentare campano, che da questo marchio infamante ha avuto non pochi danni in termini di indotto economico e di immagine. Basti pensare alle tante attività che ad altre latitudini hanno tenuto a precisare che loro non vendevano prodotti provenienti dalla “Terra dei Fuochi”.

Gli incendi, quasi sempre di origine dolosa, che soprattutto la scorsa estate hanno afflitto la Campania, dimostrano, se ce ne fosse bisogno, che il problema dell’emergenza ambientale è connesso principalmente alla necessità di controllo del territorio.

Lo studio che pone in evidenza le criticità legate allo smaltimento illecito e alle discariche abusive (sistematicamente oggetto di roghi) e non ad una presunta bomba ambientale spesso sbandierata a sproposito poiché su oltre 50mila ettari solo 33, sui quali da tempo è stata interdetta la produzione, risultano essere inquinati.

Durante il periodo di Natale gli scaffali dei supermercati e dei negozi di alimentari si riempiono di panettoni e di pandori industriali, offerti in cambio di pochi euro.

Questi prodotti, come quelli industriali in genere, spesso contengono svariate sostanze che destano dubbi sul loro essere salutari e, venduti in milioni e milioni di pezzi, provocano la migrazione di enormi somme di denaro verso il luogo dove si trova la sede legale della società produttrice. Nella maggior parte dei casi, dunque, essendo l’apparato industriale sviluppato soltanto in una determinata parte dell’Italia, ne risulta che il Mezzogiorno si trova ulteriormente svantaggiato perché i soldi dei suoi cittadini vanno a finire nelle zone già più ricche della nazione.

Il dominio e la capacità di invadere il mercato delle grandi industrie danneggia, in ogni caso, anche le piccole attività e i pasticcieri dello stesso Nord Italia. Gli artigiani di Milano e di Verona, patrie di panettone e pandoro, subiscono infatti una concorrenza alla quale difficilmente riescono a reagire. Ne consegue che tutte le economie locali, da Nord a Sud passando per il Centro, vengono di fatto messe in estrema difficoltà da chi riesce a vendere nei supermercati per pochi spiccioli.

Le numerosissime realtà commerciali che producono artigianalmente i propri dolci allora vivono una situazione estremamente critica. Il cittadino è più portato a spendere 2 euro per un panettone industriale, piuttosto che dai 12-15 euro di quello acquistato in pasticceria.

Cosa succede tuttavia? Succede che le case si riempiono di panettoni e pandori acquistati a poco prezzo, il cui costo complessivo è ben superiore a quello del dolce artigianale. È davvero di vitale importanza riempire il carrello di prodotti industriali che, molto probabilmente, non saranno mangiati e verranno a noia?

Perché allora non comprarne soltanto uno, se proprio non si vuole rinunciare ad esso? È più buono, più sano, si aiutano i lavoratori della propria terra e non i grandi industriali, fa ridurre gli sprechi e anche risparmiare (un solo prodotto artigianale costa meno di una sfilza di prodotti industriali che finiranno nei rifiuti). Non volete spendere troppo per un panettone artigianale? Preparatelo in casa (qui la ricetta del panettone artigianale), o preparate i dolci della tradizione del vostro territorio.

E poi perché acquistare un prodotto fatto a chilometri e chilometri di distanza quando lo si può acquistare sotto casa nostra? Si riducono sprechi ed inquinamento! A casa, per giunta, si possono cucinare i dolci natalizi della nostra tradizione, rito tramandato nei secoli e a cui può partecipare tutta la famiglia.

Tornando alla questione meridionale e al problema dell’assenza di aziende del Sud in grado di essere competitive a livello nazionale, è utile citare uno studio di Unicredit secondo cui il Settentrione d’Italia deve la sua ricchezza anche – forse soprattutto – alle “esportazioni” verso il Meridione, costituito da un enorme bacino di persone che ha bisogno di prodotti e servizi. Questo sistema non vale solo per i panettoni e il pandoro, bensì per ogni merce che possiamo acquistare, e dato che ci sono ben poche società che hanno stabilito la propria sede legale al Sud, ne deduciamo che ogni anno miliardi di Euro dal Mezzogiorno raggiungono altri lidi.

Il nostro intento è quello di raccogliere i nomi e gli indirizzi di tutte quelle pasticcerie o esercizi commerciali che vendono dolci natalizi prodotti artigianalmente, i panettoni, i pandori e specialmente quelli della tradizione del Sud, come la pastiera, gli struffolimustacciuoli, cannoli, cassate, susamielli, roccocò, raffiuoli e i generale tutti i dolci del Sud, dall’Abruzzo alla Sicilia.

I pasticcieri e i commercianti che vendono prodotti artigianali del territorio possono contattarci, via mailFacebook, specificando cosa vendono, e saranno inseriti nella nostra lista.

Di seguito l’elenco (lista per comuni in ordine alfabetico):

BASILICATA

GENZANO DI LUCANIA

Pasticceria Dell’Agli, via Emanuele De Deo, tel. 3484947986
Tipologie: dolci natalizi della tradizione lucana e campana, panettoni artigianali
Facebook: Pasticceria Dell’Agli

CAMPANIA

ACERRA

Pasticceria Di Giovanni, corso Garibaldi 33, tel. 3337130192
Tipologie: produzione artigianale, moderna e classica. Dolci della tradizione napoletana e panettoni
Facebook: Pasticceria Di Giovanni

CARINARO
Profumo di Pane, via Casignano 23, tel. 081 0191616
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Profumo di Pane

CASAL DI PRINCIPE
Pasticceria Emilio, via Santa Maria La Neve, tel. 081 8163783
Tipologie: panettone artigianale classico, “Roccobabà”
Facebook: Pasticceria Emilio

CASALNUOVO DI NAPOLI
Il Faraone, via Canova 16/18, tel. 081 19185384
Tipologie: panettone artigianale classico, panettone alla Nutella (glassa al cioccolato e cuore di Nutella cremoso)
Facebook: Il Faraone

CASTELLAMMARE DI STABIA
La Torteria, via Marconi 89, tel. 081 8701236
Tipologie: panettone artigianale classico ed al cioccolato e pera
Facebook: La Torteria

Pasticceria Nunzio, via Pioppaino 34, tel. 081 8724442
Tipologie: panettone artigianale classico

ERCOLANO

Pasticceria Sannino Ciro,
Via IV Novembre 112/114, tel 081 7773522
Tipologie: panettone artigianale classico, panettone con scaglie di cioccolato al latte
Facebook: PasticceriaSannino

FRATTAMAGGIORE
Pasticceria Mennillo, via Pasquale Ianniello, tel. 081 0149367 (succursali a Casoria e Grumo Nevano)
Tipologie: dolci tipici della tradizione partenopea, panettone artigianale, farcito e gelato, specialità siciliane e pasticceria internazionale.
Facebook: Pasticceria Mennillo Miseria & Nobiltà

GRAGNANO
Panificio Malafronte, via Castellammare 162, tel 081 8714049 – 081 8716561
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Malafronte

MARIGLIANO
Panificio Santa Lucia, via Ponte dei Cani 107, tel. 081 8852464
Tipologie: panettone artigianale classico, “Panettone al cuore di Albicocca”
Facebook: Panificio Santa Lucia

Pasticceria De Girolamo, corso Vittorio Emanuele 82, tel. 081 8852363
Tipologie: tutti i dolci della tradizione napoletana, panettoni e colombe artigianali, uova di cioccolato, cioccolatini
Facebook: Pasticceria De Girolamo

Pasticceria Velory, via Cancella 55, tel.  081 841 6082
Tipologie: panettone Kinder Bueno, Ferrero Rocher, bigusto, albicocche
Facebook: Pasticceria Velory

MINORI
Pasticceria Sal De Riso, via Santa Maria La Neve, tel. 089 856446
Tipologie: panettone artigianale classico, “Stella del Vesuvio”
Facebook: Pasticceria Sal De Riso

MUGNANO

Pasticceria Antimo Di Rosa dal 1969, via Napoli 262, tel. 081 7425398
Tipologie: panettoni artigianali e produzione artigianale di dolci natalizi napoletani
Facebook: Pasticceria Antimo Di Rosa dal 1969

NAPOLI
Fabbrica di Cioccolato di Gennaro BottoneGennaro Bottone
via Pietro Castellino 132 – Vomero, tel. 081 2405100
Tipologie: panettone e pandoro artigianale di vari gusti
Facebook: Fabbrica di Cioccolato di Gennaro Bottone

Antico Panificio e Pasticceria Ciro Pace, via Nazionale 84, tel. 081268547
Tipologie: produzione artigianale di panettoni e dei dolci della tradizione napoletana
Facebook: Antico Panificio e Pasticceria Ciro Pace

Bar Lorenzo, corso San Giovanni a Teduccio 289-291, tel. 081 7523183
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Bar Lorenzo

Caffè Varriale, via Santo Stefano 22/24 – Vomero, tel. 081 640027
Tipologie: panettone artigianale classico, panettone con cioccolato e pera
Facebook: Caffè Varriale

Panificio del Carmine, via del Carmine 20 – Napoli, tel. 081 5634874
Tipologie: tutti i dolci tradizionali del Natale
Facebook: Panificio del Carmine

Pasticceria Antonio Mazza, via Fabio Massimo 52  – Fuorigrotta, tel. 081 2391962
Tipologie: panettone artigianale classico senza canditi e al cioccolato (pezzettini di cioccolato all’interno e ricoperto di cioccolato)

Pasticceria Katia, vico Tiratoio 7  (nei pressi di via Chiaia), tel. 081 415081
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Pasticceria Katia

PIMONTE
Pasticceria Peccati di Gola, via Madonnina 9 b, tel. 081 8749621
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Pasticceria Peccati di Gola

POMIGLIANO D’ARCO
Monte-Carlo Cafè, via Mauro Leone, tel. 0818849927
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Monte-Carlo Cafè

POMPEI
Pasticceria De Vivo, via Roma 36, tel. 081 8631163
Tipologie: panettone artigianale classico e novità “PanSfogliatella”.
Facebook: Pasticceria De Vivo

Pasticceria Gabbiano, via Lepanto 153, tel 081 8636305
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Pasticceria Gabbiano

PORTICI
Nuova Pasticceria Del Corso, Corso Garibaldi 113, tel. 081 476144
Tipologie: panettone artigianale classico e pandoro alla cassata
Facebook: Nuova Pasticceria del Corso

SAN GIORGIO A CREMANO
Gelateria e Cioccolateria De Martino, via Flotard de Lauzieres 37, tel. 081 482402
Tipologie: panettone artigianale classico, con caverna colmata di cioccolato fondente
Facebook: Gelateria e Cioccolateria De Martino

SANTA MARIA LA CARITA’
Pasticceria Giuseppe Schettino, via Bardascini 17, tel. 081 8710956
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Pasticceria Giuseppe Schettino

SAVIANO

Caffetteria Pasticceria La Marca, Piazza Adolfo Musco 126, tel. 081 8201502
Tipologie: tutti i dolci della tradizione napoletana, panettoni artigianali
Facebook: Caffetteria Pasticceria La Marca

SOMMA VESUVIANA

Fratelli Calvanese, Piazza 3 Novembre 4, tel. 081 8992264
Tipologie: panettone artigianale classico e al cioccolato
Facebook: Pasticceria Calvanese dal 1860

TORRE ANNUNZIATA
Pasticceria il Tartufo, Piazza Cesaro Ernesto 57, tel. 081 8623119
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Il Tartufo

Pasticceria Vesuvio, corso Umberto I n 236, tel. 081 8618111
Tipologie: panettone artigianale classico, panettone artigianale ai farri antichi all’albicocca
Facebook: Pasticceria Vesuvio

TORRE DEL GRECO
Bar Olimpiade, via Vittorio Veneto 30, tel. 081 8811187
Tipologie: panettone artigianale mandorlato
Facebook: Bar Olimpiade

Bar Pasticceria Blanco, via Milano 5, tel. 081 8475601
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Bar Pasticceria Blanco

Bar Pasticceria Cutolo Salvatore, via Nazionale 814, tel. 081 8473685
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Bar Pasticceria Cutolo Salvatore

Bar Pasticceria Loffredo,
via Napoli 35, tel. 081 8813003
Tipologie: panettone artigianale classico. Tra i suoi dolci tipici: la cassata infornata.
Facebook: Bar Pasticceria Loffredo

Bar Pasticceria Zuccarini, via Purgatonio 76, tel. 081 8823970
Tipologie: produzione artigianale di pandori e di tutti i dolci natalizi napoletani e torresi
Facebook: Zuccarini Bar Pasticceria

Il Fornaio di Brancaccio Aniello,
via Calabria 38, tel. 081 8824305
Tipologie: panettone artigianale classico
Facebook: Il Fornaio Brancaccio

MoulinBlanc Pasticceria Liguoro, via Nazionale 564, tel. 081 8835285
Tipologie: panettone artigianale classico, panettone al Carbone attivo con scorzetta d’arancia e gocce di cioccolato fondente
Facebook: MoulinBlanc Pasticceria Liguoro

Si rinnova questo sabato la giornata della “Colletta Alimentare”  che vedrà impegnati circa 140.000 volontari divisi in 12.000 supermercati che proporranno ai clienti una donazione di alimenti a lunga conservazione.

L’obiettivo è quello di aiutare 1.560.000 persone bisognose in Italia, di cui quasi 135.000 bambini fino a 5 anni, distribuiti in 8.100 strutture caritative (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza). In Italia la povertà assoluta coinvolge circa 5 milioni di persone (per l’esattezza 4.700.000), delle quali 50.000 versano in uno stato di indigenza assoluta.

Il dato è quello più alto dal 2005, desta preoccupazione anche il fenomeno della “povertà relativa”,  in rapido aumento: i nuovi poveri sono lavoratori (compresi impiegati o commercianti) che sono stati risucchiati dalle dinamiche della crisi economica. Se il quadro della povertà distribuita nella penisola è desolante quello che riguarda il Sud è disastroso: lo Svimez ha calcolato che “Oltre un terzo dei meridionali è a rischio povertà”, parole del vicedirettore dell’Ente, Giuseppe Provenzano, quando furono illustrate le anticipazioni del rapporto 2017 dal quale si evince che nel 2016 “circa 10 meridionali su 100 sono in condizione di povertà assoluta,contro poco più di 6 nel Centro- Nord”. Sicilia (39,9%), Campania (39,1%) e Calabria (33,5%) le regioni messe peggio, non a caso sono anche le regioni che più di tutto stanno vivendo, ormai da anni, un’emorragia continua di residenti che emigrano al Nord o all’estero in cerca di lavoro.

Le difficoltà economiche di molte famiglie meridionali peraltro sono acuite dai tagli al sistema del Welfare pubblico, sempre dal rapporto 2017 dello Svimez si apprende che in seguito ai tagli non si riesce “a controbilanciare le crescenti diseguaglianze indotte dal mercato, in presenza di un welfare privato del tutto insufficiente al Sud”. Numeri che destano tante preoccupazioni, soprattutto alla luce che le previsioni al momento più ottimistiche indicano che il Sud potrebbe riaggangiare i livelli pre-crisi solo nel 2028.

disoccupazione

disoccupazione

Nella giornata del 7 Novembre è stato presentato alla Camera il Rapporto Svimez 2017, corredato dalle previsioni per il 2017 e il 2018.

Dal documento emergono dati confortanti, su tutti la conferma di un Sud che è uscito da un periodo di lunga recessione, tanto che “Il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord”, inoltre il Sud cresce ad un tasso di poco inferiore rispetto al resto della Penisola: nel 2017 un+1,3% rispetto al +1,6% del resto della penisola, crescita prevista anche per il 2018 con una proiezione del 1,2% al Sud rispetto all’1,4% del dato nazionale. Per il 2018 inoltre lo Svimez prevede anche un significativo aumento delle esportazioni e degli investimenti totali, «che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord”.

Segnali di ripresa e dati confortanti che indicano finalmente una ripresa incoraggiante dal punto di vista economico delle regioni meridionali, dovuta soprattutto alla crescita della “Domanda interna”. Un dato congiunturale che però rischia di scontare alcuni problemi cronici degli ultimi anni che stanno attanagliando il Sud; su tutti l’emigrazione costante dalle regioni meridionali che nel 2016 hanno visto un esodo di altri 62mila abitanti: 9.300 residenti in Sicilia, 9.100 in Campania, 6.900 in Puglia.

E’ un’emorragia costante che riguarda peraltro una fascia di popolazione giovane, istruita e qualificata, lo ribadisce il rapporto: «il Mezzogiorno resterà terra d’emigrazione “selettiva” (specialmente di qualità), con scarse capacità di attrarre immigrati dall’estero, e sarà interessato da un progressivo ulteriore calo delle nascite». Oltretutto a differenza del Centro-Nord il Sud non riesce a compensare il saldo negativo dovuto all’emigrazione e al calo delle nascite perché non ha attrattività all’estero.

Altro dato che preoccupa è la povertà, che «resta sui livelli più alti di sempre e il livello di disuguaglianza interno all’area deprime la ripresa dei consumi»; un meridionale su tre è esposto al rischio di povertà: al 34,1% nelle regioni meridionali, rispetto ad 19,0% del contesto nazionale.

Dal rapporto infine emerge un altro dato interessante dovuto ad un forte ridimensionamento della Pubblica amministrazione nelle regioni meridionali, in termini di risorse umane e finanziarie, che contraddice il luogo comune di un “Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici” difatti tra “il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della Pa (fonte Cpt) pari al 71,2% di quella del Centro-Nord, con un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona». La sfida di un apparato pubblico più performante ed efficiente al Sud quindi “passa per una sua profonda riforma, ma anche per un suo rafforzamento attraverso l’inserimento di personale più giovane a più alta qualificazione” elemento che, in parte, servirebbe anche a scongiurare l’inesorabile fuga dei cervelli verso le regioni settentrionali e verso l’estero.

Sud Italia

Sud Italia«Se molte regioni del Nord hanno un saldo positivo in fatto di export lo devono al Mezzogiorno dove esportano moltissimo. Dall’analisi presentata oggi, Campania, Puglia, Calabria e Basilicata, risultano infatti caratterizzate da una forte propensione all’importazione di beni da altre aree del Paese e da un interscambio regionale prevalentemente orientato all’interno».

Avete appena letto le parole pronunciate nel 2010 da Felice Delle Femmine, in qualità di responsabile territoriale di Unicredit. Lo studio di quella che è una delle principali banche italiane, con sede a Milano, aveva dunque sfatato il mito di un Sud palla al piede del Nord, dimostrando anzi che senza il Mezzogiorno il Settentrione non sarebbe poi così ricco.

Se, quando andiamo al supermercato, leggessimo l’etichetta per verificare dove sia la sede legale dell’azienda che ha prodotto l’oggetto che stiamo acquistando, ci accorgeremmo che per gran parte sono situate al Nord. È più difficile, invece, trovare prodotti di aziende con sede legale al Sud, quasi impossibile trovarli al Centro e al Nord, perché le aziende meridionali non hanno la forza di “esportare” al Nord.

Quando acquistiamo un prodotto, una parte della somma destinata alle imposte va nelle casse delle regioni dove è situata la sede legale dell’azienda. Esempio: se acquistiamo un panettone “Tre Marie” a Napoli o a Palermo finanziamo anche la Lombardia, poiché Galbusera ha sede legale a Morbegno, provincia di Sondrio, Lombardia e paga le imposte dovute alla sua regione. Altro esempio: se un’azienda X ha sede legale a Treviso, ma lo stabilimento a Mondragone, le tasse le paga in Veneto. Avete capito il giochetto?

In tal modo, tutto il disavanzo fiscale recriminato dalle regioni settentrionali, Lombardia e Veneto in primis, dal Sud torna al Nord e pure con gli interessi. Mettiamoci anche la disparità di investimenti statali tra le varie aree d’Italia (al Nord si investe di più), mettiamoci che oltre il 90% dei fondi dell’allora Cassa del Mezzogiorno sono stati dirottati alle grandi aziende del Nord, mettiamoci la carenza infrastrutturale del Mezzogiorno, mettiamoci che i grandi eventi sono stati sempre organizzati da Roma in su.

Se Lombardia e Veneto chiedono l’autonomia, allora potrebbero chiederla anche le regioni del Sud, dove si trovano molto spesso gli stabilimenti industriali delle aziende che hanno sede legale al Nord. Stabilimenti al Sud (manodopera e materie prime a basso costo), sedi legali al Nord – sì, proprio così.

Se, allora, le regioni meridionali ottenessero l’autonomia o facessero come l’Emilia-Romagna (prima mossa), potrebbero anche stabilire che le tasse debbano rimanere nella regione dove si trova lo stabilimento o dove viene effettuato l’acquisto (seconda mossa). Così gli acquisti dei “meridionali” finanzierebbero le casse delle regioni meridionali, che potrebbero usare i soldi per investire nella sanità, nell’istruzione, negli asili, nel creare occupazione, nelle infrastrutture e così via.

Le grasse casse “nordiche” sarebbero costrette a una dieta non indifferente. Potrebbero sembrarvi delle baggianate, tuttavia, se ci pensate bene, non lo sono. Tutt’al più una favola, ma solo a causa dell’ignoranza, dell’incapacità, del disinteresse e della collusione delle classi dirigenti meridionali. I movimenti meridionalisti, nel frattempo, latitano e/o annegano nella discordia.

Non sarebbe bello non dover curarsi fuori regione? Non sarebbe bello frequentare un’Università nella propria regione, invece di spendere soldi (tasse universitarie, affitti, consumi) nelle regioni settentrionali? Non sarebbe bello non dover emigrare al Nord per lavorare? Che, poi, perché si usi il termine “emigrare” pur restando in Italia non lo abbiamo capito: l’emigrante dovrebbe essere colui che si sposta in un’altra nazione, no? Sarà che, forse, l’Italia non è mai stata una nazione davvero unita.

Nel frattempo, oltre a prendere coscienza dello stato reale delle cose, cosa possiamo fare noi, in questo momento? Possiamo abbracciare il CompraSud: leggere dove si trova la sede legale dell’azienda di cui ci accingiamo ad acquistare il prodotto, e spendere i nostri soldi di conseguenza.