Rapporto Svimez 2017: il Sud cresce ma non si ferma la fuga di cervelli

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Nella giornata del 7 Novembre è stato presentato alla Camera il Rapporto Svimez 2017, corredato dalle previsioni per il 2017 e il 2018.

Dal documento emergono dati confortanti, su tutti la conferma di un Sud che è uscito da un periodo di lunga recessione, tanto che “Il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord”, inoltre il Sud cresce ad un tasso di poco inferiore rispetto al resto della Penisola: nel 2017 un+1,3% rispetto al +1,6% del resto della penisola, crescita prevista anche per il 2018 con una proiezione del 1,2% al Sud rispetto all’1,4% del dato nazionale. Per il 2018 inoltre lo Svimez prevede anche un significativo aumento delle esportazioni e degli investimenti totali, «che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord”.

Segnali di ripresa e dati confortanti che indicano finalmente una ripresa incoraggiante dal punto di vista economico delle regioni meridionali, dovuta soprattutto alla crescita della “Domanda interna”. Un dato congiunturale che però rischia di scontare alcuni problemi cronici degli ultimi anni che stanno attanagliando il Sud; su tutti l’emigrazione costante dalle regioni meridionali che nel 2016 hanno visto un esodo di altri 62mila abitanti: 9.300 residenti in Sicilia, 9.100 in Campania, 6.900 in Puglia.

E’ un’emorragia costante che riguarda peraltro una fascia di popolazione giovane, istruita e qualificata, lo ribadisce il rapporto: «il Mezzogiorno resterà terra d’emigrazione “selettiva” (specialmente di qualità), con scarse capacità di attrarre immigrati dall’estero, e sarà interessato da un progressivo ulteriore calo delle nascite». Oltretutto a differenza del Centro-Nord il Sud non riesce a compensare il saldo negativo dovuto all’emigrazione e al calo delle nascite perché non ha attrattività all’estero.

Altro dato che preoccupa è la povertà, che «resta sui livelli più alti di sempre e il livello di disuguaglianza interno all’area deprime la ripresa dei consumi»; un meridionale su tre è esposto al rischio di povertà: al 34,1% nelle regioni meridionali, rispetto ad 19,0% del contesto nazionale.

Dal rapporto infine emerge un altro dato interessante dovuto ad un forte ridimensionamento della Pubblica amministrazione nelle regioni meridionali, in termini di risorse umane e finanziarie, che contraddice il luogo comune di un “Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici” difatti tra “il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della Pa (fonte Cpt) pari al 71,2% di quella del Centro-Nord, con un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona». La sfida di un apparato pubblico più performante ed efficiente al Sud quindi “passa per una sua profonda riforma, ma anche per un suo rafforzamento attraverso l’inserimento di personale più giovane a più alta qualificazione” elemento che, in parte, servirebbe anche a scongiurare l’inesorabile fuga dei cervelli verso le regioni settentrionali e verso l’estero.

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