Mancano le protezioni, muoiono 78 medici: “Pronti a chiudere gli studi di famiglia. Non contiamo i morti stando zitti”

chiudere studi medici

I medici provano a farsi sentire e annunciano la possibilità di chiudere gli studi di famiglia. In Italia sono oltre 10 mila gli operatori del personale sanitario contagiati dal coronavirus. Il numero delle vittime tra i medici purtroppo sale ogni giorno. Mancano le adeguate protezioni e spesso a perdere la vita sono proprio i dottori che lavorano a stretto contatto con i pazienti, come i medici di famiglia. Soltanto ieri le vittime erano 77, tra cui un’infermiera del Monaldi.

Per questo Silvestro Scotti, segretario generale della Federazione italiana medici di medicina generale, si dice pronto a chiudere gli studi medici. Un lungo comunicato in cui ricorda anche un suo caro amico, prematuramente scomparso. Si tratta del dott. Giovanni Battista Tommasino, classe ’59 e originario di Castellammare di Stabia:

“Oggi devo dire addio a un amico con il quale ho condiviso i miei primi passi della formazione che ci avrebbe portato al servizio della medicina di famiglia e dei cittadini di questo Paese, o almeno così credevamo. Un amico che, come tutti noi medici di famiglia, è stato scaricato dalle istituzioni politiche e sanitarie ed è morto da solo E la sua morte non vale per quattro burocrati della Ragioneria dello Stato, manca una relazione tecnica”.

Ieri la Ragioneria dello Stato ha dato parere negativo all’emendamento 5.1 a prima firma Boldrini (PD), al Decreto Cura Italia, depositato in commissione Bilancio del Senato. Un emendamento che FIMMG aveva fortemente voluto, come spiegato da Silvestro Scotti:

Il testo mirava a chiarire che la fornitura dei dispositivi di protezione individuale doveva essere estesa ai medici di medicina generale, ai pediatri di libera scelta e ai farmacisti. Professionisti fino ad oggi, e a questo punto anche domani, lasciati nel limbo delle interpretazioni amministrative che, vedendoli come lavoratori autonomi, devono provvedere autonomamente a queste forniture. Trascurando che approvvigionarsene nelle quantità necessarie è quasi impossibile. Ma, a quanto si apprende, la Ragioneria, nel rinviare il parere del ministero della Salute, si è espressa in maniera contraria per la mancanza di una relazione tecnica utile a quantificare gli oneri finanziari prodotti da questa modifica. Mi chiedo quanto valga per lo Stato la vita di un medico o di questi attori del territorio. In questi termini il Cura Italia per i medici di medicina generale è più che altro una vergogna, che oltretutto, in altri capitoli, tende a proteggere gli esperti e i direttori. Chi comanda da dietro le scrivanie, senza mai aver visto un paziente, indossa mascherine da operatore sanitario, ma queste mascherine servono proteggerli da errori da loro commessi nei confronti degli operatori e dei cittadini durante questo periodo sicuramente complesso? Un frangente che richiede responsabilità, non certo dei salvacondotto. Ma ormai è chiaro, il sistema difende se stesso. Forse perché già ha valutato di aver fatto errori?.

Sono contro quella politica che invece di proteggere chi è sul campo a combattere la battaglia, si affanna a strutturare normative che proteggano scelte amministrative a danno di chi rischia sul piano assistenziale. Resta evidente che tutta la confusione determinatasi dall’inizio della crisi ad oggi, compreso l’errore di consegna delle mascherine destinate ai medici di base presso gli Ordine Professionali dei Medici, sia in qualche modo legata ad una considerazione della medicina generale come a un settore dell’assistenza professionale assolutamente sacrificabile. Salvo poi le lamentarsi dell’inefficacia della medicina di base nelle azioni di contenimento del virus. Come se, senza protezioni, considerate troppo costose, ognuno di noi debba accettare passivamente il sacrifico. Vorrei che un funzionario della Ragioneria dello Stato venisse con me sul campo a fare la relazione tecnica, a rischiare la vita come la rischiamo noi e i nostri pazienti. Senza strumenti la pandemia non si affronta, e la situazione peggiorerà se e quando si allenteranno i contenimenti. Tutto ricadrà proprio sulle cure primarie, dove il contagio potrà riprendere il suo corso e creare nuovi focolai. Ma di questo è meglio non parlare, prevalgono i conti. Non siamo intenzionati a contare i nostri morti stando zitti“.

Di qui la decisione di procedere con una richiesta al garante per chiudere gli studi dei medici di famiglia che non sono parte dei Livelli essenziali di assistenza.

“A questo punto è irrimandabile la decisione. E che si chiarisca ai cittadini quali sono i livelli essenziali che la medicina di famiglia deve garantire. Fino ad oggi, solo a rischio della nostra vita, abbiamo garantito livelli superiori di assistenza. Lo abbiamo fatto spinti dal desiderio di dare sempre di più: una questione di coscienza al cospetto dell’incoscienza degli amministratori dello Stato. A questo punto assicureremo i livelli che il Garante dei Servizi Essenziali conosce benissimo e che non riguardano l’apertura degli ambulatori medici, ma solo disponibilità telefonica e visite urgenti e questo dovrà durare sino a che questo Governo e chi ne ha la responsabilità non assuma decisioni che guardino con diverso spirito alla protezione e alla conseguente attività di medicina generale, utile al Paese e non considerata come una spesa superflua e sacrificabile. Atteggiamento che sta mettendo a rischio anche i nostri pazienti più fragili, ed è un paradosso che, per colpa di scelte scellerate, siano proprio i medici a diventare il pericolo più grande.

Basterebbe vedere il numero di medici di famiglia e pediatri positivi nei tamponi a campione fatti a Padova per capire quanti vettori tra di noi ci possono essere. I dispositivi di protezione individuale servono a noi ma servono soprattutto a difendere i nostri pazienti”.

Un appello, quello di chiudere gli studi medici, a cui si unisce anche la FIMP-Pediatri di famiglia con le parole di Antonio D’Avino, vicepresidente nazionale FIMP:

“La pediatria di famiglia si unisce con dolore alle parole del presidente dell’ordine dei medici di Napoli, Silvestro Scotti. Un pensiero di cordoglio va alla famiglie di tutti i colleghi che in questi giorni ci hanno lasciato, perché non si sono tirati indietro e hanno onorato, fino all’estremo sacrificio, il giuramento di Ippocrate. Si sono ammalati, e molti si ammaleranno se non si corre ai ripari, a causa dell’assoluta mancanza di dispositivi di protezione individuale.

Con la decisione della Ragioneria di Stato si boccia un emendamento che puntava ad estendere la fornitura dei dispositivi di protezione individuale anche ai pediatri di famiglia, ai medici di medicina generale e ai farmacisti. È ora che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Ministro della Salute Roberto Speranza prendano delle posizioni nette e chiare. Devono dirci se siamo considerati sacrificabili, se il prezzo di una mascherina vale più della nostra vita. Stiamo chiedendo da varie settimane la fornitura di dispositivi di protezione individuale e abbiamo aspettato, in silenzio, comprendendo le difficoltà di approvvigionamento della Protezione civile nazionale, che aveva deciso di centralizzare gli acquisti.
Ora basta! Nelle fase post emergenziale la vera battaglia contro COVID-19 si giocherà sul territorio e i decisori politici nazionali e regionali hanno l’obbligo di tutelare la salute dei medici di assistenza primaria, che finora sono stati considerati alla stregua di agnelli sacrificali”.

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