Elezioni, i candidati si scoprono “neoborbonici”: ora però bisogna passare ai fatti


Mancano pochissime ore all’inizio delle elezioni e questo è stato un periodo veramente stressante non solo per i candidati, ma anche per gli elettori che hanno dovuto subire le campagne elettorali dei pretendenti alle regionali (e comunali) con stress aggiunto per il referendum sul taglio dei parlamentari in piena epidemia da Covid-19.

Tantissime le tematiche trattate dai candidati specialmente in Campania:, molte di vecchio stampo, altre invece per nuove sfide future sempre più impellenti. Niente di nuovo sul fronte degli attacchi tra i partiti: “avresti dovuto fare, noi faremo”, “avresti dovuto gestire alcune situazioni in maniera diversa, noi gestiremo” e così via. Sembra che le cose non siano cambiate specialmente in Campania: stessi candidati del 2015 (per i partiti importanti e le grosse coalizioni).

L’unica differenza, forse, è in qualche “cambio di pensiero” molto più vicino a tematiche “meridionaliste”, quasi “neoborboniche”. È un dato di fatto: sono stati riproposti diversi temi portati avanti dalle associazioni meridionaliste e neoborboniche, ma anche da studiosi esperti in settori economici, sociali e politici sul Sud, oltre che da giornalisti affermati (e con un pizzico di presunzione anche dalla redazione di Vesuvio Live). In poche parole: “Ad ognuno la propria fetta di meridionalismo”. In certi casi non si tratta solo di campagna elettorale, e alcune tematiche vengono ormai affrontate da tempo con questa nuova ondata meridionalista che si è diffusa nel pensiero popolare soprattutto negli ultimi anni.

De Luca, ad esempio (Pd e diverse liste), da molti mesi è partito con la sua personale campagna “in difesa della Campania e del Sud”, denunciando difatti la cattiva distribuzione dei fondi in campo sanitario (e non solo): “I campani ricevono 46 euro in meno rispetto alla media nazionale solo in campo sanitario, 45 euro in meno rispetto ai veneti, 39 rispetto ai lombardi, 60 euro in meno rispetto agli emiliano romagnoli”.

Valeria Ciarambino, candidata alla Regione Campania per il Movimento 5, stelle durante la diretta Facebook del 30 Luglio 2020, inviando una lettera al presidente Conte, ha affermato: “Il Sud negli anni, anzi quasi nei secoli, in realtà, non ha ricevuto le stesse risorse del Nord Italia, soltanto con questo governo è stata finalmente approvata la norma che prevede che il 34% degli investimenti statali vadano al Sud perché al Sud risiede il 34% della popolazione”. Ha citato poi gli studi di Eurispes che dimostrano come dal 2000 al 2017 siano stati sottratti al Sud 840 miliardi di euro.

Stesso concetto per Stefano Caldoro, candidato per la coalizione di centro – destra, il quale già da diversi mesi sta supportando alcuni progetti di stampo meridionalista con un’eventuale macroregione del Sud sottolineando che ci vogliono più risorse perché l’Italia deve ripartire dal Mezzogiorno. Lo stesso pluri-contestato Matteo Salvini (quello che nel giro di pochi anni ha “cambiato” le sue idee sul Mezzogiorno e la sua storia), ha ribadito in uno degli interventi a piazza Matteotti a Napoli l’11 settembre: “al Sud servono più investimenti ed infrastrutture: pensate che la Napoli-Portici fu la prima grande ferrovia costruita prima dell’Unità d’Italia e Napoli è passata dalla Napoli-Portici di quei tempi alla circumvesuviana che fa vergogna a chi la prende e che dovrebbe far vergognare De Luca e De Magistris… Chi vuole la Napoli che era, una delle capitali non italiane ma mondiali, della cultura, del diritto, delle università, della filosofia, deve scegliere il nostro simbolo…”.

Chi invece ha cominciato a cambiare il suo gergo elettorale, storico e politico già da prima è Luigi De Magistris; il sindaco, vivendo soprattutto la città, si è reso della riscoperta di certe verità storiche, ma anche economiche, sociali ed è di fatto risultato uno dei primi in questo ultimo quinquennio ad aver utilizzato terminologie sempre più meridionaliste, soprattutto nella campagna elettorale per la sua seconda rielezione a sindaco di Napoli (dal “ritorno di Napoli Capitale” al brigantaggio o ai convegni di storia sul Risorgimento).

Il 13 settembre a Cinquefrondi il sindaco ha affermato che “il futuro dell’Italia passa da Sud, che non è una zavorra e lo abbiamo dimostrato in questi anni, noi vogliamo un’Italia unita ma non più con le discriminazioni di questi ultimi 150 anni, un’Italia unita nelle sue diversità, un’Italia in cui il Sud torni ad essere protagonista perché a nuje nun ce manca niente”.

Qui non discutiamo la buona o la cattiva fede di chi fa certe affermazioni: registriamo solo che queste riscoperte storico-culturali ma anche socio-economiche e i continui studi o convegni con tutte le battaglie in difesa del Sud stanno portando le classi politiche ad adeguarsi magari nella speranza di prendere più voti (e questo è già un segnale positivo perché qualcuno pensa che queste tesi ormai siano molto popolari). Il tutto nell’attesa che dalle parole si passi ai fatti…

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