Il papà del tifoso romanista accoltellato: “Non andare là, è pericoloso”

coltello

Ritornano cadenzate nella mente le parole di Antonella Leardi, madre di Ciro Esposito: ” Non vendetta ma giustizia!”.

Cosa è successo a quel popolo napoletano concorde sul fatto che mai più dovevano sentirsi cose simili e  tanto unito ai funerali di quel ragazzo brutalmente ucciso?

Assurdo pensare che a distanza di così poco tempo da una simile disgrazia che ha colpito i cuori di tutti, oggi in prima pagina si trova nuovamente l‘aggressione alla Stazione di Piazza Garibaldi a Napoli ad un ragazzo  poco più che trentenne, un tifoso romanista. Per quale colpa poi? Semplicemente perchè tifoso della Roma.  Ma allora a cosa sono serviti tutti quegli applausi a Ciro, tutti quei ringraziamenti, tutte quelle promesse? C’è solo una risposta da dare ed è la più logica, chi ha commesso un gesto simile non lo ha fatto per vendetta ma per pura stupidità.

La parte buona di questa città si dissocia da questo gesto e anzi lo condanna. Accoltellare un ragazzo non fa giustizia, fa solo un ferito in più, e nel peggiore dei casi un morto ma cosa ancora più grave intensifica l’odio che tutti dovremmo invece impegnarci a cancellare.

Queste azioni sono il carburante delle discriminazioni territoriali, dei luoghi comuni, il motivo per cui basta varcare il confine solo di Napoli per essere etichettati come incivili e delinquenti,ma  ad un padre spaventato perchè hanno accoltellato il figlio, cosa vuoi raccontare? Come puoi convincere quella persona che Napoli non è tutta così?

“Se me lo avesse detto prima, l’avrei sconsigliato. Gli avrei detto non andare a Napoli, là è pericoloso. E invece è stato zitto e ha fatto di testa sua. È andato per una gita e si è ritrovato in un patatrac, con una coltellata a un fianco.Guardi, per me è stato come un fulmine a ciel sereno. Stavo a casa tranquillo – si legge sul Mattino – quando mi ha chiamato e mi ha detto: Papà mi hanno dato una coltellata, sto fuori Roma. Ma non ti allarmare, non è una cosa tanto grave. Mi hanno messo quattro cinque punti. Ho firmato le dimissioni e me ne sono tornato. Questa notte stessa dovrei stare già su a Roma. Sto partendo da Napoli. Venitemi a prendere. Ha farfugliato qualcosa. Credo che l’abbiano scambiato per un tifoso. Ma lui, sì, è un romanista, ma non di quelli sfegatati. Non è uno di quelli che vanno in giro con la sciarpa della squadra o la maglietta di Totti, quindi non riesco a capire come l’hanno potuto riconoscere. Certo mi rasserenerò solo quando lo avrò qui in salotto con me. Mi ha richiamato una seconda volta in serata, sentivo il rumore del treno, e mi ha detto che la ferita gli sanguinava un po’. Ma poi non si è dilungato troppo. Noi parliamo poco. Lo metto sempre in guardia dai pericoli, come tutti i papà apprensivi, e quindi si sarà sentito in colpa. Lui poi non sta neanche tanto bene e appena rientra deve prendere dei farmaci. Per fortuna che non lo hanno ferito in maniera grave. Già ha perso la madre, non voglio nemmeno immaginare cosa altro sarebbe potuto accadere visto che quei tipi maneggiavano un coltello.
Chi erano? Non saprei proprio. Mio figlio di loro non mi ha detto neanche una parola, forse per non allarmarmi ulteriormente. Quando mi ha chiamato e mi ha per forza dovuto dire che era stato a Napoli, tanto l’avrei saputo dai tiggì, mi ha spiegato che era andato insieme ad un amico per fare una consegna di lavoro. Lui, insomma, l’aveva presa come una breve gita e invece è finito ad esporsi involontariamente in un guaio. Mi pare che già per via di quel tifoso napoletano ucciso a Roma era già successo qualcosa di analogo a Napoli, giusto?”
Ma ieri notte le preoccupazioni del signor Pianigiani sembravano anche altre: «Mio figlio ha più di trent’anni e purtroppo è senza un lavoro, come molti ragazzi italiani. Quando era più forte scaricava carne in un centro di smistamento, ma poi quel lavoro era diventato troppo pesante per lui e l’ha dovuto lasciare. Ci mancava la coltellata».

Queste le parole di Francesco Pianigiani, papà pensionato del giovane accoltellato. La disperazione, la rabbia e la paura di un genitore che oggi più che mai è convinto che il figlio sia andato in una ‘città pericolosa’. Ci piacerebbe smentire e cancellare queste convinzioni ma purtroppo ciò che accade non ci aiuta affatto.

 

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