Covid, brutte notizie: il plasma non riduce il rischio di morte

Durante la lotta al covid e per cercare di ridurre il rischio di ospedalizzazione, in quest’ultimo anno sono diverse le cure mediche che sono state provate. Nei primi mesi del primo lockdown del 2020, si era parlato molto della cura al plasma iperimmune: i malati di covid venivano curati con il plasma dei pazienti già guariti dal virus, avendo loro nel sangue già gli anticorpi.

Dopo un anno di sperimentazione però arrivano brutte notizie. Lo studio, chiamato “TZUNAMI“, promosso dall’ISS e AIFA e coordinato dall’ISS, non ha portato a risultati soddisfacenti. Nella nota presente sul sito dell’Aifa infatti si legge: “Lo studio ha confrontato l’effetto del plasma convalescente ad alto titolo di anticorpi neutralizzanti, associato alla terapia standard, rispetto alla sola terapia standard in pazienti con COVID-19 e polmonite con compromissione ventilatoria da lieve a moderata.

Hanno partecipato allo studio 27 centri clinici distribuiti in tutto il territorio nazionale che hanno arruolato 487 pazienti (di cui 324 in Toscana, 77 in Umbria, 66 in Lombardia e 20 da altre regioni). Le caratteristiche demografiche, le comorbidità esistenti e le terapie concomitanti sono risultate simili nei due gruppi di pazienti, 241 assegnati al trattamento con plasma e terapia standard (231 valutabili), e 246 alla sola terapia standard (239 valutabili).

Non è stata osservata una differenza statisticamente significativa nell’end-point primario tra il gruppo trattato con plasma e quello trattato con terapia standard. Nel complesso TSUNAMI non ha quindi evidenziato un beneficio del plasma in termini di riduzione del rischio di peggioramento respiratorio o morte nei primi trenta giorni“.

Delusione anche da parte del noto virologo, Roberto Burioni, che sui propri social si esprime in merito: “Brutte notizie: si conferma che il plasma iperimmune non è utile nella cura di COVID-19“.

 

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