Ascierto: “Per l’immunità di massa bisogna vaccinare i giovani. Su AstraZeneca troppa confusione”

asciertoI successi della campagna vaccinale e le graduali riaperture che stanno interessando l’Italia intera ci portano ad essere ottimisti, ma anche a fare tesoro dell’esperienza vissuta in pandemia per il futuro. Noi di Vesuvio Live ne abbiamo parlato con il prof. Paolo Antonio Ascierto, in un’intervista incentrata sul tema delle riaperture, dei vaccini e dei grandi traguardi raggiunti dalla ricerca, in particolare per la prevenzione e il trattamento del covid.

Il prof. Ascierto, direttore dell’Unità di Melanoma, Immunoterapia Oncologica e Terapie Innovative del Pascale, è uno dei massimi esperti mondiali di immunoterapia dei tumori. Il ricercatore partenopeo è anche stato l’iniziatore della rivoluzionaria “cura Ascierto”, che in oltre un anno di pandemia ha permesso di salvare molte vite.

L’Italia intera è in fascia gialla, e a breve alcune regioni passeranno in fascia bianca. Nonostante le riaperture, finora non sono state registrate particolari criticità, quindi pare che il cosiddetto “rischio ragionato” abbia funzionato. Lei come la pensa su questo argomento?

Io dico che alla fine hanno funzionato i vaccini. Che questo sia stato un “rischio ragionato” può anche essere, ma la buona notizia è che il programma di vaccinazione sta andando avanti, e questo ci dà una copertura. L’avevamo già visto nel Regno Unito, in Israele, e stiamo raccogliendo i frutti anche in Italia: il fatto che i casi continuano a scendere è positivo.

Certo, vorrei vedere anche dopo la settimana prossima che succede, ma se questo verrà confermato, avremo un’ulteriore prova che il programma di vaccinazione sta funzionando, e che, fin quando non ci sarà una copertura importante, dobbiamo continuare a fare attenzione.

Io mi sono vaccinato, ma questo significa che posso contrarre l’infezione in forma asintomatica e trasmetterla agli altri. Poi quando ci saremo vaccinati tutti e avremo raggiunto la cosiddetta “immunità di massa” (espressione che preferisco rispetto a “immunità di gregge”) sarà diverso.

Noi abbiamo vaccinato il 30-35% della popolazione, immaginate che negli Stati Uniti stanno intorno al 50-60%: iniziano a riprendere le attività al chiuso, le persone vaccinate possono stare senza mascherina, insomma c’è un graduale rientro alla normalità. Sono fiducioso e ottimista.

La campagna vaccinale prosegue spedita, anche grazie a iniziative come la Notte dei Vaccini. Eppure ci sono ancora persone che sono restie a farsi somministrare i vaccini a vettore virale, nello specifico Johnson&Johnson e AstraZeneca. Lei cosa direbbe a quella parte della popolazione, e soprattutto della popolazione giovane, che ha ancora dubbi sulla sicurezza e sull’efficacia dei vaccini?

Due commenti, il primo sulla vaccinazione dei giovani. Consideriamo che per raggiungere l’immunità di massa c’è bisogno di vaccinare almeno il 70% della popolazione, e che i giovani sono più o meno il 30% (bambini compresi). Se non vaccinassimo i giovani, per ottenere l’immunità di massa dovremmo vaccinare tutta la popolazione adulta, il che non è così facile.

Bisogna necessariamente considerare anche i giovani, che sono tra l’altro vettori dell’infezione. Ricordiamo che all’origine della seconda ondata c’è stata una diffusione del virus soprattutto tra i giovani. Quello sciagurato agosto dell’anno scorso nasce dai famosi voucher che hanno permesso a molti di andare all’estero e di riportare qui l’infezione.

C’è anche un altro aspetto, che va al di là dei giovani e che coinvolge a questo punto gli altri paesi mondiali. Noi ci possiamo vaccinare in Italia e in Europa, ma se non vacciniamo anche l’India e altre nazioni, dove in questo momento c’è un’incidenza notevole del covid, di sicuro c’è il rischio che l’infezione torni.

Per quanto riguarda i vaccini a vettore virale, lì c’è stato un problema di comunicazione importante. Abbiamo i dati delle sperimentazioni, effettuate su 40.000 soggetti di cui 20.000 trattati con il vaccino di AstraZeneca. Uno può anche dire che 20.000 soggetti non sono niente se confrontati con milioni di persone, e io posso essere d’accordo.

Questo è il motivo per il quale, dopo che un vaccino è stato messo in commercio, c’è la cosiddetta fase di farmacovigilanza, in cui si mettono in piedi tutta una serie di attenzioni per monitorare l’andamento del farmaco su numeri più grandi. Quello che ci lascia tranquilli è che nel Regno Unito, grazie a quella campagna di massa, hanno vaccinato milioni di persone con AstraZeneca.

Se andiamo a vedere l’impatto degli eventi avversi, notiamo che sono rari. D’altra parte non esiste farmaco che abbia effetti collaterali pari a 0, ma questo è risaputo. Il dato del Regno Unito ci deve far stare tranquilli e non generare paure nella popolazione.

Sono dei vaccini che hanno una loro ragione di esistere e sono utili per l’immunizzazione di massa: tutto ciò che c’è stato di errato nella comunicazione deve essere chiarito con la popolazione stessa, perché ho saputo negli ultimi giorni come molte persone rifiutino ancora di fare il vaccino AstraZeneca.

Facciamo un salto indietro all’anno scorso, e precisamente al 7 marzo 2020. In quel giorno è iniziata la sperimentazione del farmaco anti-artrite Tocilizumab per il trattamento della polmonite da Covid. Con il tempo la “cura Ascierto” è stata adottata in tutto il mondo, e l’AIFA di recente ha autorizzato la rimborsabilità del farmaco per questo tipo di utilizzo. Qual è il bilancio di questo anno di Tocilizumab?

Il Tocilizumab sicuramente è un farmaco che ha il suo perché e la sua utilità. Purtroppo non è utile per tutti, ma noi dobbiamo entrare nell’ottica che il covid è una malattia multifasica. Con i vaccini noi agiamo sulla prevenzione, poi abbiamo la fase dell’infezione, che può essere asintomatica (nell’80% dei casi). Ci sono fasi in cui l’utilizzo degli antivirali o degli anticorpi monoclonali può dare benefici, e in ultimo c’è la fase delle complicazioni (20% dei casi): qui il cortisone o lo stesso Tocilizumab possono essere efficaci.

C’è stata anche lì molta confusione, perché dopo questa prima fase di impatto importante c’è stato uno studio secondo il quale non era utile. Il limite di questo studio (e questa è una cosa che noi abbiamo verificato sul campo) è che purtroppo il Tocilizumab non va bene per tutti. Se c’è un paziente che non è più in tempesta citochinica e dove il danno è già stato fatto, non si può tornare indietro.

In quello studio invece il Tocilizumab è stato utilizzato soprattutto nei pazienti più gravi. Noi abbiamo visto come, se il farmaco veniva usato nella sub-intensiva, il paziente migliorava nel giro di 24-48 ore. In quel momento abbiamo capito anche quanto era importante la valutazione dei parametri dell’infiammazione.

Da un prelievo di sangue, osservando i valori di interleuchina 6 o della famosa proteina C-reattiva (a cui possiamo correlare valori elevati di interleuchina 6 e quindi la famosa tempesta citochinica), possiamo renderci conto della situazione del soggetto ed eventualmente utilizzare la terapia. La Società Americana di Malattie Infettive ha inserito il Tocilizumab tra le linee guida, dicendo che va utilizzato laddove c’è una polmonite severa e i valori di proteina C-reattiva sono superiori a 7,5.

La nota positiva del nostro studio è stata quella di poter mettere il farmaco a disposizione di tutti in Italia, immaginate che sono state trattate con Tocilizumab circa 4.500 pazienti, nell’ambito dello studio e del cosiddetto uso compassionevole.

Questa è probabilmente un’approssimazione per difetto. Siamo convinti che il Tocilizumab ha dato il suo contributo, e anche altri dati provenienti da altri studi hanno confermato la sua importanza: va bene per il paziente giusto al momento giusto.

La stragrande maggioranza degli italiani guarda agli USA con speranza: lo stesso presidente Biden, per invogliare i cittadini a vaccinarsi, ha invitato coloro che hanno ricevuto entrambe le dosi ad abbandonare distanziamento e mascherina. Con la campagna vaccinale, potremo raggiungere presto anche noi questo traguardo? E se sì, quali saranno secondo lei i passi da compiere nel futuro?

Di sicuro il covid lascerà un segno. Quello che abbiamo passato in questo anno e mezzo, e soprattutto nella prima ondata, è stato traumatico. Ancora oggi ricordo quel periodo: devo dire che per me e per i miei colleghi il lockdown non c’è stato, perché siamo stati impegnati attivamente, ma c’era un’atmosfera surreale.

Quel periodo ha lasciato il segno: il fatto di usare il disinfettante, ad esempio, è diventato una costante per tutti noi. Ciò ha fatto sì che quest’anno l’influenza scomparisse, e lo stesso raffreddore avesse una diffusione limitata. Per quanto riguarda il covid in sé, è chiaro che nei prossimi anni andremo avanti con i richiami.

Non dimenticate che altri coronavirus, come quelli che causano la SARS e la MERS, sono scomparsi. Noi confidiamo che man mano possano comparire delle varianti poco infettanti. Io credo che la pandemia ci abbia insegnato a stare più attenti a queste situazioni, che non sono scenari da film.

Uno dei grossi problemi all’inizio è stato che abbiamo sottovalutato il pericolo: memori della SARS e della MERS, pensavamo che il virus non arrivasse da noi. Siamo stati colti impreparati, e c’è la necessità di non sottovalutare il problema delle possibili crisi del futuro. Bisogna avere delle Unità di crisi permanenti, che possano in qualche modo fronteggiare immediatamente il problema.

Quel famoso periodo allucinante del primo lockdown ci deve far riflettere, portarci ad essere più preparati a simili evenienze e soprattutto a sovvenzionare la ricerca, perché poi è dalla ricerca che vengono fuori le migliori soluzioni. Se io mi sono vaccinato il 31 dicembre, a meno di un anno dall’inizio della pandemia in Italia, questo è stato dovuto a un’attività di ricerca importante che ci ha permesso di raggiungere questo risultato.

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