Maurizio De Giovanni dopo l’infarto: “Batte ancora, per una città azzurra e un popolo allegro”

Maurizio De Giovanni, dopo l’infarto che lo ha colpito durante la notte del 13 luglio, è tornato sui social raccontando l’accaduto, esprimendo gratitudine per l’ondata di affetto che lo ha accompagnato nel corso di queste ultime settimane e cogliendo l’occasione per sottolineare ancora una volta l’amore per la sua Napoli.

Maurizio De Giovanni dopo l’infarto: il racconto sui social

Era stato ricoverato d’urgenza al Cardarelli di Napoli e sottoposto ad una operazione d’urgenza. Le sue condizioni sono migliorate progressivamente e circa 10 giorni fa è stato dimesso. Circondandosi dell’affetto dei suoi cari, adesso Maurizio sta trascorrendo un periodo di riposo e riabilitazione presso la sua abitazione.

“Batte. Batte ancora. Non che abbia mai smesso, naturalmente. Diciamo che a un certo punto s’è inventato una storia e mentre me la raccontava si è così tanto immedesimato da diventare un po’ troppo realistico” – ha esordito lo scrittore partenopeo nel suo racconto.

“Ha detto: immaginiamo che decida di fermarmi. Che questo velo di sudore freddo, questo senso di oppressione che senti in petto, questo dolorino scemo in mezzo alle scapole sia l’inizio di un processo irreversibile. Che succeda proprio qui, nel luogo che ti è più caro, esattamente dove vorresti essere, all’interno dell’aria che ha appena respirato chi ami di più. Che succeda adesso, che hai vissuto abbastanza da ridere e piangere, che chi ami non dovrà combattere con le avversità e potrà vivere sereno”.

“Mentre mi raccontava la sua storia e l’auto correva verso l’ospedale e l’infermiera geniale diceva codice rosso avendomi solo guardato in faccia da venti metri, mentre si completa il viaggio verso un luogo di assoluta eccellenza e professionalità, mentre attorno a me ognuno sapeva con esattezza cosa fare, in una coreografia perfetta che era un inno alla competenza, mi chiedevo il perché dell’assenza della paura”.

Ripercorre, così, le sue sensazioni: “Avvertivo una strana malinconia, una specie di assurda nostalgia del futuro. Un senso di cose perdute, un vago scrupolo, come quando ci si addormenta vinti dalla stanchezza avendo ancora qualcosa di importante da fare”.

Nel suo racconto rivede i volti degli infermieri e dei medici che lo hanno assistito in quel momento: “Dal gruppo si è staccato uno, con un soprabito fuori moda, che si è avvicinato e mi ha sussurrato: no. Non se ne parla. Non ancora. Gli ho fissato gli occhi verdi e mi sono stretto nelle spalle. Non è mia questa storia, gli ho detto. Parla con lui. In quello stesso momento il Professore ha detto: ecco qua. Tutto a posto. E lui, il cuore, ha sorriso e ha detto: però era una bella storia. Da tenere a mente. No? Sì, forse era una bella storia. Forse è quella giusta, che prima o poi ci racconteremo. Ma grazie a quella coreografia d’eccellenza per ora il finale è diverso”.

Coglie, poi, l’occasione per ringraziare tutti coloro che lo hanno sostenuto: “Ho potuto leggere le migliaia di messaggi, ai quali mi perdonerete se non rispondo singolarmente rinviando l’abbraccio e le risate e le lacrime agli incontri che avremo di persona, perché la vita riprenderà come prima”.

Oggi il suo cuore batte più forte che mai per la sua città e la sua gente: “Quello che dovevo dirvi è che batte. Batte ancora. E batte per le stesse cose di prima, una città azzurra e disgraziata, e un popolo allegro e malinconico che mi raccontano storie. Storie che forse, e dico forse, mi hanno salvato la vita”.


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