Napoli, il 70% della tassa di occupazione di suolo evasa nel 2025. Nel frattempo la città affoga nel degrado

Controlli della Polizia Municipale sull'occupazione di suolo pubblico. Immagine di repertorio


Sono numeri che meriterebbero un allarme istituzionale immediato, e che invece emergono soltanto grazie a una richiesta di accesso agli atti depositata da un consigliere comunale, Gennaro Esposito. Il Comune di Napoli, stando a un documento ufficiale dell’Area Entrate datato 14 settembre 2026, nel 2025 ha riscosso appena il 31,60% del Canone Unico dovuto dalle attività di somministrazione che occupano suolo pubblico – bar, ristoranti, locali con tavolini e dehors sparsi in ogni angolo della città. Su un dovuto di oltre 5,6 milioni di euro, nelle casse comunali ne sono entrati poco più di 1,78 milioni. Gli altri 3,8 milioni, semplicemente, non sono mai stati versati.

Va peggio, se possibile, sul fronte delle “altre tipologie di occupazione” – che comprendono sia attività commerciali diverse dalla somministrazione sia utenze non commerciali – dove il tasso di riscossione 2025 si ferma al 46,96%: su quasi 7 milioni di euro dovuti, ne sono stati incassati poco più di 3,27 milioni. In totale, sommando le due voci, il Comune di Napoli ha lasciato sul tavolo, per il solo 2025, oltre 5,5 milioni di euro di canoni dovuti e mai riscossi. Una cifra che, va ricordato, riguarda dati “consolidati”, cioè non provvisori né soggetti a ulteriori revisioni: è la fotografia reale di quanto l’amministrazione Manfredi non è riuscita a incassare in un anno intero di gestione ordinaria.

Il paradosso della città che si riempie di tavolini ma non incassa

Il dato colpisce ancora di più se calato nella realtà quotidiana della città. Napoli vive da anni un’espansione capillare dell’occupazione di suolo pubblico da parte di attività commerciali: dehors, tavolini, gazebo che invadono marciapiedi e piazze, spesso ben oltre le concessioni autorizzate, in un centro storico e in quartieri della movida ormai satura di occupazioni permanenti. È un fenomeno visibile a occhio nudo, che genera quotidianamente le proteste di residenti costretti a convivere con folla ininterrotta, difficoltà di passaggio sui marciapiedi, rifiuti abbandonati nelle ore notturne e un logoramento costante del decoro urbano nelle zone più frequentate.

Ecco allora il paradosso che il documento del Comune certifica nero su bianco: più la città si riempie di occupazioni di suolo pubblico, meno l’amministrazione riesce a trasformare quella pressione sul territorio in un’entrata reale per le casse comunali. Il Canone Unico dovrebbe essere lo strumento con cui chi occupa lo spazio pubblico – sottraendolo temporaneamente alla collettività – restituisce qualcosa alla città in termini di risorse economiche. A Napoli, per come emerge da questi numeri, quello scambio si è rotto: i disagi restano tutti a carico dei residenti, mentre il ritorno economico per il Comune si ferma a meno di un terzo di quanto dovuto.

Il problema dunque non riguarda le occupazioni in sé, anzi, ben vengano con il giusto equilibrio e nel rispetto delle leggi. A patto che, però, attraverso il pagamento del canone si riescano a migliorare i servizi per i cittadini. Se tale principio va in cortocircuito allora il sistema scricchiola e si generano tensioni sociali.

Il 2026 va anche peggio, tra migrazione informatica e bollette in ritardo

Se il 2025 fotografa una situazione già grave, il 2026 rischia di essere anche peggiore. Alla data del 14 settembre, il tasso di riscossione per le attività di somministrazione crolla al 9,17%, mentre per le altre tipologie di occupazione si ferma al 22,72%. Il Comune, nella propria risposta, attribuisce buona parte di questo crollo a un ritardo nell’emissione della bollettazione 2026, partita solo nella seconda metà di agosto a causa della migrazione a un nuovo sistema gestionale, e al fatto che due delle tre rate previste per il pagamento – fissate a ottobre e dicembre 2026 dalla delibera di Giunta n. 195 del 30 aprile 2026 – non sono ancora scadute.

Si tratta di una spiegazione tecnicamente plausibile per il solo anno in corso, ma che non può in alcun modo giustificare il dato ben più solido e “consolidato” del 2025, quando il sistema di bollettazione era quello ordinario e le scadenze di pagamento erano già decorse per l’intero anno. Se anche in condizioni di normale gestione amministrativa il Comune di Napoli riesce a incassare solo un terzo del dovuto sulle attività di somministrazione, il problema non può essere ridotto a un disguido informatico del 2026: è una criticità strutturale nella capacità dell’amministrazione di far rispettare gli obblighi di pagamento a chi occupa il suolo pubblico.

Soldi che mancano proprio dove la città ne avrebbe più bisogno

Il punto politico, più che quello meramente contabile, riguarda cosa quei milioni di euro mai riscossi avrebbero potuto finanziare. Si tratta di risorse che, teoricamente, dovrebbero alimentare proprio i servizi che i cittadini napoletani lamentano essere carenti: la pulizia delle strade, la manutenzione del manto stradale, il potenziamento della raccolta rifiuti nelle zone più sature di occupazioni commerciali, il decoro urbano, la sicurezza. Mentre l’amministrazione Manfredi continua a rivendicare pubblicamente la narrazione di una “Napoli che torna capitale”, i dati ufficiali del proprio stesso Ufficio Entrate raccontano una macchina amministrativa incapace di riscuotere anche solo un terzo di quanto dovuto da chi trae profitto occupando lo spazio pubblico cittadino.


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