Caro carburante, il Sud è in rivolta: bloccati autostrade e rifornimenti ma l’Italia fa finta di nulla

Gli agricoltori del Sud bloccano strade e rifornimenti


Blocchi stradali, trattori in marcia, camion fermi e presidi lungo le principali arterie di collegamento. Dal Foggiano alla Calabria, passando per la Sicilia e con mobilitazioni che interessano anche altri territori del Mezzogiorno, la protesta contro il caro carburanti si sta allargando. Venerdì 16 si uniranno anche Molise e Campania. A guidarla sono agricoltori e autotrasportatori, ma la crisi coinvolge un’intera filiera produttiva: dai campi ai mercati, fino al costo finale dei beni acquistati dai cittadini. Una protesta in cui, però, gli agricoltori lamentano scarsa partecipazione e attenzione altrui: “Protestiamo per tutti, ma non si vede nessuno”, afferma Anna Schettino del comitato degli agricoltori di Cassano, Castrovillari, Firmo e Cerchiara.

Al centro della mobilitazione c’è il prezzo del gasolio, diventato sempre più difficile da sostenere per chi lavora la terra e deve utilizzare quotidianamente mezzi agricoli, trattori e camion. A pesare sono anche i rincari dei fertilizzanti e degli altri fattori di produzione, in un contesto nel quale molte aziende denunciano margini ormai insufficienti a coprire le spese. La richiesta rivolta al Governo è quella di interventi immediati, non di misure considerate insufficienti rispetto all’entità dei rincari.

Dalla Sicilia alla Puglia, le strade diventano luoghi di protesta

La mobilitazione è partita a fine settembre in Sicilia e Calabria. In Sicilia, gli agricoltori hanno organizzato presidi sulla statale Palermo-Agrigento e lungo la Gela-Catania, con iniziative che hanno coinvolto diverse aree produttive dell’isola. In Calabria sono stati organizzati blocchi a singhiozzo e sit-in, anche lungo la statale 18, nei pressi dello svincolo autostradale di Pizzo. In queste iniziative, secondo le cronache diffuse, è stato garantito il passaggio ai mezzi di emergenza e soccorso.

Negli ultimi giorni la protesta si è estesa alla Puglia, soprattutto tra Foggiano e Gargano. Presidi, mezzi pesanti e trattori hanno interessato la statale 16, le aree di servizio e i collegamenti con l’autostrada A14. A San Severo si sono registrate tensioni durante il blocco stradale, con la denuncia di presunti lanci di pietre contro alcuni camion: episodi dai quali gli stessi rappresentanti istituzionali del settore hanno preso le distanze. La protesta, dunque, non è priva di criticità, ma il malcontento economico che la alimenta riguarda un numero crescente di operatori.

«Non conviene più produrre»: la crisi entra nei campi

Le testimonianze raccolte nelle aree interessate restituiscono la difficoltà concreta delle aziende. In Sicilia, i rappresentanti degli agricoltori hanno denunciato costi del gasolio agricolo arrivati a livelli molto superiori rispetto al passato. In Puglia, gli operatori hanno riferito aumenti delle spese per il carburante e per i concimi, mentre gli olivicoltori del Gargano devono fare i conti anche con il rapporto sempre più difficile tra costi di raccolta e ricavi dalla vendita delle olive e dell’olio.

Quando il carburante necessario per lavorare i terreni assorbe una parte crescente del ricavo, la produzione rischia di diventare antieconomica. Il problema non riguarda soltanto il reddito degli agricoltori: se produrre costa sempre di più, le aziende possono ridurre le attività, rinunciare a coltivare alcuni terreni o trasferire una parte dei rincari sui prezzi finali. A risentirne sono anche le comunità che dipendono dall’agricoltura e dall’indotto, in territori nei quali il lavoro nei campi rappresenta ancora una componente essenziale dell’economia locale.

Le richieste al Governo e il nodo dei costi di produzione

Tra le rivendicazioni avanzate dai manifestanti figurano interventi fiscali sul gasolio agricolo, sulla pesca e sull’autotrazione, oltre a misure capaci di contenere l’aumento dei costi produttivi. Una parte della mobilitazione contesta anche la concorrenza delle importazioni e gli accordi commerciali che, secondo i promotori, rischiano di mettere in difficoltà le produzioni italiane rispetto a merci realizzate in condizioni differenti.

Le richieste non sono identiche per tutte le categorie coinvolte, ma convergono su un punto: senza un intervento strutturale, le imprese più fragili rischiano di non riuscire a proseguire l’attività. Le proteste sono quindi diventate anche un modo per chiedere un confronto con Governo e Regioni. Il rischio è che, senza risposte concrete, la mobilitazione si allarghi ulteriormente, con conseguenze sulla circolazione e sulla distribuzione delle merci.

Una protesta che fatica a trovare spazio nei grandi media

C’è poi un altro aspetto che accompagna la mobilitazione: la sua visibilità nel panorama dell’informazione nazionale. Le proteste sono raccontate sporadicamente e con un’attenzione discontinua, nonostante interessino tutta Italia: dal Sud che produce al Nord che acquista e consuma. I blocchi stradali, i presidi e le difficoltà delle aziende del Mezzogiorno rischiano di essere raccontati soprattutto quando provocano disagi alla circolazione o problemi ai rifornimenti, lasciando in secondo piano le ragioni economiche e sociali che alimentano la protesta.

La mobilitazione riguarda il Sud, ma le sue conseguenze potenziali non si fermano ai confini regionali. Agricoltura e autotrasporto sono anelli fondamentali della filiera alimentare: un aumento persistente dei costi di produzione e distribuzione può riflettersi sui prezzi, sulla disponibilità delle merci e sulla sopravvivenza delle aziende.


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