Don Diana e don Puglisi: due martiri della lotta alla mafia

Don Peppe Diana

Il 21 marzo di ogni anno si celebra la “Giornata della Memoria e dell’Impegno contro le mafie”.

L’evento annuale è un’occasione per non dimenticare mai il sacrificio di troppe persone; la maggior parte di esse sono sconosciute e allora il rituale di questa giornata vuole che vengano letti,quest’anno ad opera della comunità scout del Portici 4, i nomi di tutte le vittime delle mafie.

In seguito alla lettura dei nomi vi sono approfondimenti e testimonianze e quest’anno l’attenzione si è focalizzata sulle figure di Don Peppe Diana e Don Pino Puglisi.

Forse il momento più toccante è stata la testimonianza di Gregorio Porcaro, professore e viceparroco di don Puglisi: egli non si è soffermato sulle sue azioni ma piuttosto sul suo modo di fare. “Don Pino mi ha aiutato a dare un senso alla mia vita“, così inizia il suo discorso e continua spiegando il suo amore verso giovani e bambini “a cui egli non voleva insegnare ma voleva imparare da loro“.

Don Puglisi fu inviato a Godrano, luogo in cui nessuno aveva il coraggio di andare, in quanto paese arretrato e dilaniato dalla guerra tra due famiglie mafiose. Don Pino riuscì a riconciliare le due famiglie e con la sua opera ridiede colore a una città spenta e scura.

Nel frattempo mi diplomai, trovai lavoro e assunsi una un’indipendenza economica, nonostante ciò non ero felice e dopo qualche anno, così come il figliuol prodigo, mi rincontrai con Don Pino e iniziammo a parlare, col sorriso mi offrì un caffè e, senza rendermene conto parlai per ore e il suo viso non mostrò mai tracce di noia o stanchezza: era fatto per amare, accogliereMi disse semplicemente di fare silenzio perché su di noi il Signore ha un progetto che solo noi possiamo conoscere“.

Nel 1990 divenne parroco a Brancaccio, altro luogo in cui nessuno voleva andare in quanto quartiere più malfamato di Palermo in cui l’acqua ad esempio era erogata a giorni alterni. “Mi Chiese di seguirlo a Brancaccio e io rifiutai; la sera prima della mia ordinazione sacerdotale mi convinse ad andare, si circondò di bambini, giocava e si sporcava con loro: li rendeva felici lì dove la felicità non esisteva“.

Il giorno dopo Gregorio fu ordinato sacerdote e durante i festeggiamenti, alle 16,58 Palermo fu scossa dalla notizia della bomba di via D’Amelio che barbaramente uccise Paolo Borsellino. Gregorio e Don Pino si incontrarono e allora Gregorio decise di seguirlo a Brancaccio.

A megghiu parola è chidda ca nun si dici“, un giorno don Pino si presentò dai suoi ragazzi con questo detto siciliano; quell’espressione era il simbolo dell’atteggiamento omertoso tipico a Brancaccio, ma don Puglisi ne rivoltò il significato spiegando che la parola che allora “non si diceva” era Futuro perchè “anche se non lo sappiamo Dio ci dona un progetto“; e fu così che Don Pino donò la speranza facendo scoprire ai suoi ragazzi che il loro avvenire poteva essere diverso e insegnò loro a sfruttare i loro talenti e così “Claudio divenne scenografo, Giuseppe da futuro boss a collaboratore di giustizia (egli poi fu completamente, e lo è ancora oggi, abbandonato dallo stato; ma se oggi gli chiedono “chi te lo ha fatto fare?” lui risponde “e Don Pino non mi ha insegnato nulla? lo rifarei altre 100 volte”), Tony da ladro a impiegato in banca

Questi erano i miracoli di Don Pino, egli era la risposta al tipico fatalismo palermitano. La gente stava iniziando a liberarsi dalla schiavitù del fatalismo e della mafia. In 3 anni era cambiato tutto e se ne accorsero anche Filippo e Giuseppe Graviano, boss della zona. “La mafia è vigliacca: mente, agisce di notte, ti colpisce alle spalle col silenziatore per non farsi sentire”; Il 15 settembre del ’93 nel giorno del suo compleanno 2 killer lo raggiungono e mentono affermando che fosse una rapina, Don Puglisi capisce tutto, li folgora col sorriso e dice “vi stavo aspettando”: li aveva già perdonati“.

Il funerale fu una festa: alla testa del corteo mi trovai circondato da tutti i bambini, così come era lui per la prima volta che portò a Brancaccio,e capii che Don Pino non era morto ma continuava  a camminare con le nostre gambe e ad amare con i nostri cuori“.

puglisi

In seguito alla testimonianza del prof. Gregorio Porcaro il Prof Tanzarella è intervenuto tracciando analogie e differenze tra le storie di don Puglisi e don DianaDon Peppe fu ucciso dopo pochi mesi rispetto a don Puglisi e a differenza la del prete siciliano, subito riconosciuto martire e beatificato il 15 aprile 2013, il prete di casale dovette aspettare 21 anni per essere riconosciuto come martire.

In questo caso la camorra aveva vinto uccidendolo 2 volte prima fisicamente e poi nella memoria: dopo solo 2 ore dalla morte di Don Peppe in questura arrivarono informazioni ritenute attendibile secondo le quali il delitto del parroco si configurasse come delitto d’onore; si ricordi la pagina del Corriere di Caserta che titolò un suo numero “Don Peppe Diana era un Camorrista“. La calunnia pesa sull’opinione pubblica e pochi si resero realmente conto di quanto fosse stato grande l’operato di Don Peppe.

Don Diana si trovò ad operare in un contesto di vera guerra civile (tra il’91 e il ’94 morirono per mano della camorra 2600 persone) e il parroco di Casale era stanco di celebrare funerali e si sentì in dovere di fare qualcosa: “egli non fu eroe e nemmeno prete anti camorra, fu semplicemente prete!” e cercò di liberare i giovani dalla paura insegnando loro cosa fosse la bellezza e di quanto fosse bella la vita.

Fu questo il suo errore: Don Peppino gridava quelle bestemmie della giustizia e della legalità e il grido dall’eco più forte fu emesso nel 1994 quando venne redatta una lettera indirizzata a tutte le parrocchie: Per amore del mio popolo“.

Quest’inno alla giustizia e alla legalità, questa presa di posizione contro il sistema di casale ebbe un’eco così forte dal lasciare quasi tutti i casalesi ( forse non pronti difronte ad una tale posizione) sbigottiti e tanto fu lo sconcerto ma iniziò anche a nascere un briciolo di speranza nel cuore di molti.

Il 26 Dicembre venne richiesto di ritirare la lettera ammettendo l’errore; ma chi glielo chiese? La camorra? no! Questa pretesa giunse da medici, assessori, dai notabili di quei paesi; ” Non dobbiamo credere che la camorra è formata solo da chi spara ma è anche formata dai professionisti, dai politici che permettono alla camorra di essere così forte, la forza della camorra è infatti inversamente proporzionale alla forza dello stato

Don Diana ebbe il coraggio di spezzare quel filo molto sottile che lega stato e camorra, per questo fu ucciso e calunniato. Solo dopo 21 anni grazie all’influsso del vescovo Nogaro sono state avviate le pratiche di beatificazione.

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