La Cultura in Francia dà lavoro e soldi. E da noi cosa succede?

Villa d'Elboeuf

“Con la cultura non si mangia”, è ciò che disse nel 2010 l’allora Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti. Uno studio realizzato in Francia congiuntamente dai Ministeri dell’Economia e della Cultura e riportato da Le Figaro, però, smentisce quell’affermazione e anzi, ci dice che oltralpe la cultura fa mangiare quasi quanto il settore agricolo e alimentare. L’analisi condotta dimostra infatti che essa rende per circa 58 miliardi di euro, equivalenti al 3,2% del prodotto interno lordo (PIL), cioè ben sette volte il settore automobilistico che è fermo a 8,6 miliardi, più del doppio delle telecomunicazioni che valgono 25,5 miliardi e quasi quanto il settore agricolo e alimentare che staziona a 60,4 miliardi. Il ministro Aurélie Filippetti sottolinea inoltre, sempre come riportato dalla testata francese, che l’apporto di questo settore è aumentato sempre di più dal 1995 fino al 2005, arrivando a toccare il 3,5% del PIL e che la flessione di 0,3 punti percentuali è dovuta prevalentemente alla crisi economica, pur influendo altri fattori.

In Italia il settore è addirittura più forte che in Francia, poiché secondo il rapporto 2013 di Unioncamere e Fondazione Symbola ha generato ben 80,8 miliardi di euro (5,8% del PIL), ma peggiorando il dato del 2008 di 1,3 miliardi, ossia circa l’ 1,6% del PIL. Il decremento è significativo e mostra come la crisi sia sentita maggiormente in Italia, ma anche quanto fortemente abbiano influito i continui tagli e, diciamolo, quella che sembra una campagna contro un bene i cui profitti non sono immediatamente visibili ma il cui valore è inestimabile, perché artefice della crescita spirituale degli individui sia come singoli che come popolo. Le continue mortificazioni del patrimonio artistico italiano e ancor di più del patrimonio presente nel Meridione, sono una vergogna al cui cospetto la nostra classe dirigente non ha e non può avere alibi perché, dato per assodato e dimostrato ampiamente dai fatti che al progresso spirituale del popolo è poco attenta, si trova nell‘impossibilità di poter addurre la scusa secondo cui la cultura sia un settore non redditizio, in quanto smentiti dai dati che riguardano la stessa Italia oltre che la Francia, la quale resta comunque una realtà diversa dalla nostra e con cui sono possibili paragoni fino ad un certo punto.

Quella vesuviana è un’area con una concentrazione di valori storici, artistici e culturali oltre che ambientali, i quali potrebbero generare tanta ricchezza anche materiale per sollevare in parte dalla piaga della disoccupazione e del degrado: basti pensare, ma l’elenco dovrebbe essere ben più lungo, ai tesori immensi di Napoli e in particolare alle chiese chiuse, vandalizzate e depredate del centro storico, alle Ville Vesuviane del ‘700 ille in stato di abbandono del Miglio d’Oro, ai noti problemi dei siti archeologici di Ercolano, Pompei, Oplontis, Stabia e Boscoreale, agli scempi ambientali che inquinano chilometri di costa e che hanno trasformato la Valle del Sarno da fertilissima in velenosa. Sono lontani i tempi in cui Goethe, nell’ultima tappa del Grand Tour, diceva: Pranzammo a Torre Annunziata con tavola disposta proprio in riva al mare. Tutti coloro erano felici d’abitare in quei luoghi, alcuni affermavano che senza la vista del mare sarebbe impossibile vivere. A me basta che quell’immagine rimanga nel mio spirito, e quelli in cui Stendhal esaltava Napoli come sola possibile capitale d’Europa insieme a Parigi, che partiva con queste parole: Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo. E scusate se le citazioni non raggiungono il livello di quella che ha aperto l’articolo.

crollo Pompei

Il lettore non creda però che la via d’uscita sia semplice e consista nel mero blocco ai tagli o in nuovi finanziamenti: quello di cui vi è maggior bisogno, tra le altre cose, è serietà e soprattutto qualità, unite a un occhio di riguardo per i giovani. Serietà nell’effettuare gli interventi che risolvano realmente dei problemi, perché se, ad esempio, è vero che passeggiando negli Scavi di Pompei non è raro vedere dei lavori in corso, è anche vero che quei lavori durano da anni senza per questo impedire crolli e danneggiamenti che sono diventati quasi quotidiani. Qualità dell’offerta, poiché è un’assurdità pagare il biglietto per vedere dei ponteggi ormai permanenti, consultare la programmazione dei cinema e scoprire che proiettano solo film scadenti con rare eccezioni, entrare in libreria e vedere pubblicizzati soltanto le “fatiche letterarie” del personaggio famoso di turno o del calciatore o del cuoco improvvisato, e così via dicendo in riferimento a molto di quello che riguarda il settore culturale. Circa i giovani è ancora una volta interessante vedere cosa fanno i Francesi, che esentano dal pagamento del biglietto di ingresso di tutti i siti statali i giovani fino ai 26 anni: la previsione sembra molto adatta a incentivare il rapporto cultura e giovani, dato che le tasche di questi sono tradizionalmente poco profonde, e utile a formare persone che in età adulta seguiteranno a usufruire del patrimonio storico, artistico e culturale. L’Italia e soprattutto noi del Sud, che non dobbiamo invidiare la ricchezza altrui, quando ci sveglieremo?

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