Savoia e gioielli, i Borbone rinunciarono a tutto: “L’onore dei sovrani non è in vendita”

savoia borboneNei giorni in cui si vota per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, gli eredi di Umberto II – Vittorio Emanuele, Maria Gabriella, Maria Pia e Maria Beatrice – rendono noto che citeranno in giudizio la Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’Economia e la Banca d’Italia per ottenere la restituzione dei gioielli di Casa Savoia, custoditi in caveau della stessa Banca d’Italia a partire dal mese di giugno del 1946.

Si tratta della seconda, moralmente discutibile, richiesta allo Stato Italiano dopo il risarcimento di 260 milioni preteso nel 2007 come ristoro per gli oltre cinque decenni di esilio. Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto poi rinunciarono ad ogni causa, ma la faccia ormai era persa per sempre: dopo aver ottenuto il permesso di rientrare in Italia, esiliati in ragione di quanto aveva vissuto la nazione a causa del fascismo, hanno avuto l’ardire di chiedere ben 260 milioni di euro.

I gioielli dei Savoia accumulati con le spoliazioni

Al peggio – o, se vogliamo, all’avidità – non c’è mai fine ed ecco quindi un’altra pretesa discutibile sempre sul piano morale. Sulla liceità giuridica si esprimerà chi di dovere. Fanno parte dei gioielli di Casa Savoia non solo i preziosi accumulati nel corso dei secoli dai nobili e regnanti sabaudi, ma anche quelli confiscati alle altre case reali durante le guerre di conquista nel cosiddetto Risorgimento: Borbone, Asburgo-Este, Asburgo-Lorena e la Santa Sede, che in caso di restituzione del tesoro ai Savoia potrebbero a loro volta chiedere le restituzioni per le spoliazioni subìte.

La differenza tra Savoia e Borbone

Tale situazione non possiamo non paragonarla, nella nostra identità meridionale che rivendichiamo con orgoglio (nei pregi come nei difetti, all’atteggiamento che ebbero al contrario i Borbone di Napoli e delle Due Sicilie. Re Carlo di Borbone, in partenza per la Spagna per sedersi su un trono rimasto vacante, si sfilò dal dito un anello rinvenuto a Pompei e che portava sempre, restituendolo affermando che apparteneva al popolo napoletano ed era patrimonio dello Stato. Non solo: lasciò ai napoletani (intesi come cittadini dell’intero regno, non i residenti a Napoli) anche tesori che facevano parte dei suoi beni personali, come la straordinaria Collezione Farnese. Carlo ha dato, senza prendere.

Buon sangue non mente e, circa un secolo dopo, anche Francesco II di Borbone (spodestato proprio dai Savoia e Garibaldi) rinunciò a tutti i suoi beni personali nonostante le condizioni di povertà in cui viveva a Roma, in esilio. Vittorio Emanuele II si impadronì di tutti i beni personali dei Borbone; quando offrì la loro restituzione in cambio alla rinuncia della pretesa al trono del Regno delle Due Sicilie, Francesco II diede una risposta entrata nella storia: “L’onore dei sovrani non è in vendita”.

Senza voler rimpiangere un’epoca che non esiste più da ormai 161 anni, questo confronto la dice lunga sulle basi sulle quali è stata fondata l’Italia: non concetti elevati come la dignità, l’onore, la fedeltà alla patria, ma la convinzione che tutto può essere acquistato e venduto, la cupidigia.

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