Umberto Bossi, altro che statista: un politichetto razzista, volgare e pluripregiudicato

Umberto Bossi


È morto Umberto Bossi. E in queste ore, come sempre accade in Italia, è già cominciato il rito dell’incensamento. Persino il Presidente Mattarella lo ha definito “un sincero democratico”. Permetteteci di dissentire. Con rispetto per il dolore dei familiari, ma con la fermezza che la verità esige. Ed i fatti ci dicono che era un razzista e un pluripregiudicato.

Bossi non è stato uno statista. È stato l’uomo che ha sdoganato il razzismo nella politica italiana. Prima contro i meridionali — chiamati “terroni” descritti come parassiti che rubavano le risorse del Nord — poi contro gli stranieri, con una legge sull’immigrazione, la Bossi-Fini, che organismi internazionali come la Commissione europea contro il razzismo hanno più volte denunciato come strumento di discriminazione. Già nel 2002 e nel 2006, il Consiglio d’Europa segnalò come la Lega Nord facesse un uso particolarmente intenso della propaganda razzista e xenofoba.

Razzismo, odio e volgarità come metodo politico

È stato lui a portare in Parlamento la canottiera al posto della cravatta, il dito medio, gli slogan osceni, i cappi in Aula a simboleggiare la forca, le parolacce, il linguaggio sessista — tutto sdoganato come nuova “normalità” politica. Un’eredità tossica che il dibattito pubblico italiano porta ancora addosso.

Non si trattava di trasgressione folkloristica: era una strategia deliberata per abbassare la soglia del dicibile, per rendere accettabile l’odio, per costruire un’identità politica fondata sull’esclusione. Gli effetti di quella scelta si vedono ancora oggi, in ogni comizio in cui l’insulto sostituisce l’argomento.

Le condanne penali: i fatti agli atti

E poi ci sono le condanne. Nel processo Enimont, Bossi ammise il finanziamento illecito di duecento milioni di lire ricevuto da Montedison, e fu condannato a otto mesi in tutti i gradi di giudizio. Ma non finisce qui.

Anni dopo, il Tribunale di Milano lo condannò per appropriazione indebita dei fondi del partito, accusato di aver usato denaro pubblico per spese personali e familiari. La Corte d’Appello di Genova confermò la condanna per truffa aggravata allo Stato, con la confisca definitiva di 49 milioni di euro ai danni del Parlamento — soldi ottenuti falsificando rendiconti tra il 2008 e il 2010. Bossi si è salvato dalla pena definitiva solo grazie alla prescrizione. Ma la confisca dei 49 milioni è stata confermata fino in Cassazione. I fatti sono agli atti. Diverse poi le altre condanne tra cui vilipendio alla bandiera dello Stato e al Presidente della Repubblica.

Non merita l’incensamento

Ricordarlo come padre nobile della Repubblica è un insulto alla verità e a tutti quei cittadini del Sud — e non solo — che subiscono da decenni le conseguenze politiche e culturali del suo odio.

La morte non cancella la storia. E la storia di Bossi non è quella di uno statista: è quella di un uomo che ha costruito la sua fortuna politica sull’odio, sulla menzogna e sulla truffa. Almeno questo, la cronaca, ha il dovere di dirlo.


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