Soldati israeliani in vacanza in Italia, c’è un’accusa di crimini di guerra: esposto alla Corte Penale Internazionale

Natanyahu con alcuni soldati dell'IDF. Sul presidente israeliano pende un mandato d'arresto per crimini di guerra e contro l'umanità


Mentre a Gaza si continua a contare i morti e la Corte Penale Internazionale indaga su potenziali crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano, circa cento famiglie di riservisti dell’IDF starebbero trascorrendo un periodo di vacanza in strutture di lusso in Sardegna. Lo riferiscono notizie di stampa e interrogazioni parlamentari, secondo cui per i militari si tratterebbe di un periodo di “decompressione” dopo l’impegno sul fronte.

Un eufemismo che suona come una beffa, se si considera da quale teatro di guerra arrivano questi soldati e quali accuse pesano sulle operazioni a cui hanno preso parte.

Un esercito accusato di crimini di guerra in vacanza sulle coste italiane

L’esercito israeliano è attualmente impegnato in operazioni belliche che, secondo organizzazioni internazionali, esperti di diritto e la stessa Corte Internazionale di Giustizia, hanno causato decine di migliaia di vittime civili e distruzioni sistematiche a Gaza. Sulle stesse operazioni pendono accuse gravissime di violazioni del diritto internazionale umanitario, ed è in corso un’attività d’indagine da parte della Corte Penale Internazionale riguardo a potenziali crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi nei territori coinvolti dal conflitto.

In questo contesto, sapere che reduci di quello stesso esercito scelgono le coste sarde per “decomprimere” dopo le operazioni militari non può essere derubricato a semplice fatto di cronaca turistica. È, prima di tutto, una questione politica e morale.

Non è la prima volta: il precedente in Campania e altre regioni

Non si tratta di un caso isolato né di una novità. Già in passato erano emerse segnalazioni di militari israeliani in vacanza in diverse regioni italiane, tra cui la Campania, dove la presenza di reduci dell’IDF in strutture ricettive aveva sollevato analoghe polemiche e proteste da parte di comitati e associazioni. La Sardegna, per il secondo anno consecutivo (in maniera acclarata), diventa ora meta di questi soggiorni, segno di una tendenza che si consolida senza che nessuno, a livello istituzionale, sembri porsi il problema.

Il punto non è la singola vacanza del singolo soldato, ma la sistematicità del fenomeno e l’assenza totale di una riflessione pubblica su cosa significhi, per un Paese, accogliere senza alcun controllo persone che hanno preso parte a operazioni militari sotto la lente delle massime corti internazionali.

Il buio istituzionale: nessuna comunicazione, nessun controllo

Quello che colpisce, oltre al merito della vicenda, è il metodo. Secondo quanto denunciato, né la Regione Sardegna né le istituzioni locali avrebbero ricevuto comunicazioni preventive o chiarimenti circa le procedure di sicurezza adottate e la natura degli accordi che portano queste famiglie sull’isola. Un buco nero informativo che lascia aperte domande tutt’altro che secondarie: chi organizza questi soggiorni? Con quali garanzie di sicurezza per il territorio? E soprattutto, qual è il criterio — se esiste — con cui lo Stato italiano valuta l’arrivo sul proprio suolo di personale militare proveniente da un esercito sotto inchiesta internazionale?

Il silenzio delle istituzioni, in un momento storico in cui la pressione internazionale su Israele cresce ogni giorno — tra inchieste della magistratura italiana, mandati d’arresto della CPI e denunce di organizzazioni umanitarie — appare quantomeno anomalo.

L’esposto del Comitato Costituzione Attiva alla Corte dell’Aja

Per queste ragioni, il Comitato Costituzione Attiva ha deciso di passare dalle parole ai fatti, presentando un esposto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja. L’obiettivo è portare all’attenzione della Corte — già impegnata nelle indagini sui crimini commessi nei territori palestinesi — anche la questione della presenza, sul territorio italiano, di riservisti provenienti da un esercito sotto la sua stessa lente investigativa.

Una mossa che pone una domanda di fondo, destinata probabilmente a non trovare risposta nell’immediato ma che merita di essere posta con forza: può un Paese membro dell’Unione Europea, formalmente impegnato nel rispetto del diritto internazionale, continuare a fare da meta turistica per chi proviene da un fronte sotto inchiesta per crimini contro l’umanità, senza alcuna trasparenza né controllo?

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