Video. Pino Daniele: “C’è il razzismo verso i meridionali. Lo vivo e l’ho vissuto”

Pino Daniele e il razzismo verso i meridionali

È il 1979 e in un’intervista a cura della Rai si parla del blues napoletano, il cui simbolo più conosciuto era diventato Pino Daniele. Il blues è la musica del dolore, della ribellione, del disagio sociale:

“Il blues è la ribellione a questi continui soprusi da parte della gente che ora i “negri”, odia la gente di colore, e possiamo dire che c’è una relazione una relazione tra i “negri” e noi. C’è ancora questo, diciamo, razzismo nei confronti dei meridionali. C’è perché lo vivo, l’ho vissuto, e sono convinto che c’è”.

Pino Daniele, dunque, afferma esplicitamente di essere stato vittima di razzismo, ma d’altra parte era sufficiente ascoltare bene una delle sue canzoni più famose per accorgersene, ‘O Scarrafone:

“io son stato marocchino, me l’han detto da bambino”

Con la parola “marocchino”, al Nord Italia, si indicano i meridionali, i terroni, in senso dispregiativo. Il marocchino è nero, è uno scarafaggio, viene dall’Africa: quante volte ci hanno chiamati “africani”? Quante volte ci hanno detto “Benvenuti in Italia”? Ovviamente essere etichettati quali marocchini o africani non è insulto, tuttavia il fatto che i termini siano usati in quel modo è la dimostrazione di quanto l’Italia sia una nazione ignorante e razzista.

Pino Daniele, circa la città di Napoli, dichiara di amarla e odiarla allo stesso tempo, però a quel punto nel video vi è uno stacco che fa saltare tutta la parte in cui spiega il rapporto di amore-odio e le sue motivazioni. Possiamo ascoltare, invece, perché Napule è na carta sporca:

“È una carta sporca perché è sporca e non ci sta niente (da fare, ndr). Ma è sporca non perché noi siamo sporchi, questa è la verità. Ti ripeto, è il discorso di strutture che non vanno, certe cose non vanno e bisogna cambiarle”. 

Il giornalista poi chiede a quali napoletani faccia comodo la Napoli oleografica, ossia quella irreale, stereotipata, fatta sì di pizza, Sole e mandolino, ma pure di chiasso, furberia, pigrizia:

[Fa comodo] “a quelli che ci mangiano su questa cosa. Il napoletano che si fa gioco di questa città, della sua gente, delle sue cose per me non è napoletano“.

L’intervista sembra proprio una risposta a quanti oggi, con la morte del cantante, affermano che era andato via da Napoli perché l’aveva ripudiata, ne aveva preso le distanze. Qui si può vedere invece come egli conosca bene la città e i suoi concittadini, come sappia discernere il bene e il male, il quale consiste “nel strutture che non vanno bene”, ossia nel modo di gestirla, nel potere. Non a caso parla di blues e ribellione, di Masaniello, anche se fa un errore associandolo alla cosiddetta Rivoluzione Partenopea del 1799: Masaniello, infatti, fu protagonista della rivoluzione del 1647, mentre nel 1799, al contrario, i francesi profanarono la sua tomba all’interno della Chiesa del Carmine a Piazza Mercato, gettando via le sue ossa, come racconta la lapide commemorativa che si trova nella stessa chiesa.

Pino Daniele aveva affermato recentemente di essere tornato, negli ultimi tempi, a scrivere una musica simile a quella dei primi tempi. Egli portava con sé tutto il bagaglio della musica napoletana e a esso attingeva per esprimere la sua arte, continuava a cantare in Napoletano, il Napoletano era la lingua che parlava abitualmente, come riportato da Jovanotti pochi giorni fa, nel momento in cui quest’ultimo ha ricordato l’amico appena scomparso. A Courmayeur ha cantato in napoletano, ha cantato ‘O Scarrafone, introducendo il pezzo con “speriamo che non ci siano più scarrafoni”: cosa poteva intendere se non l’auspicio che il razzismo verso i terroni non esistesse più?

L’ultimo tour, Nero a Metà, lo aveva condotto con la band degli anni ’80, quella del grande successo, quella degli amici napoletano tra i quali troviamo Tullio De Piscopo e il nero napoletano, James Senese. Era un ritorno al passato, una riscoperta di se stesso, la riconciliazione con la propria Terra: Pino Daniele era (ancora) napoletano, era ancora un uomo del Sud, che si mettano l’anima in pace.

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