Non lo sapevo. La prima fabbrica italiana di locomotive è a Napoli

Museo di Pietrarsa

Continua la nostra rubrica dedicata ai primati del Sud. L’iniziativa sta avendo un gran successo e sta raccogliendo molti consensi. Il polo siderurgico calabrese non è stato l’unico a “subire” l’unità d’Italia. Infatti le officine di Pietrarsa, che operavano con i prodotti siderurgici della ferriera di Mongiana, ebbero breve vita con l’avvento della dinastia dei Savoia.

Nel 1840 Ferdinando II di Borbone istituì il Reale Opificio Borbonico di Pietrarsa, sito sul litorale tra San Giorgio a Cremano e Portici. In un primo momento lo scopo dell’impianto era quello di produrre materiale civile e bellico ma successivamente il re volle che il materiale prodotto in questa struttura fosse destinato alla costruzione e alla riparazione di locomotive, fondando effettivamente la prima fabbrica italiana di locomotive.

Prima galleria Portici-Napoli
Prima galleria Portici-Napoli

In Italia non esistevano strade ferrate nè impianti che potessero produrre locomotive. Le officine di Pietrarsa rientrano in quel progetto di modernizzazione del Reno delle Due Sicilie che i Borbone da diverso tempo portavano avanti. La fabbrica, infatti, fu attrezzata con mezzi di produzione all’avanguardia per quel periodo. L’edificio fu concepito per fare in modo che il paese, per la realizzazione dei suoi mezzi di comunicazione su terra, non dovesse dipendere da nessuna altra grande potenza Europea. In questa ottica sorsero una scuola per formare Ufficiali Macchinisti, una d’arte annessa a Pietrarsa ed un Laboratorio Pirotecnico e Meccanico con sede a Torre Annunziata. Il Regno delle Due Sicilie fu l’unico stato italiano a non aver bisogno di macchinisti inglesi sulle navi a vapore e nella maggioranza dei casi riuscì ad impiegare ingegneri e tecnici meridionali. Sul vento del cambiamento nacque la prima ferrovia in Italia: la Napoli-Portici del 1839.

Già dal primo nucleo dello stabilimento industriale, il re Borbone dimostrò grande sensibilità per  i suoi operai. Egli infatti volle un impianto produttivo con ampi spazi per far lavorare a proprio agio coloro che sarebbero stati impiegati in quella struttura.  Al massimo del loro splendore le Officine di Pietrarsa diedero lavoro a 982 operai. Come direttore dell’industria fu scelto dal re Ferdinando II, il Capitano Corsi, noto per il suo spirito di ricercatore e di innovatore. L’officina secondo un indagine effettuata dalla Commisione delle Ferriere, istituita dal Ministro della Marina, Luigi Federico Menabrea, aveva lo stesso costo di produzione delle aziende estere, nonostante utilizzasse strumenti all’avanguardia per quel tempo, come ad esempio i torni Withworth, i foratoi Manchester e gli spianatoi Sharp & Collier.

Pianta Pietrarsa
Pianta Pietrarsa

Furono costruiti a Pietrarsa i candelabri della scala grande del Palazzo Reale di Napoli ed il ponte sospeso in ferro gittato sul fiume Calore. Dal maggio 1848 fino al 1858 fu costruita la Smith, la Pietrarsa, la Corsi, la Robertson e la Duca di Calabria ed altre 11 importanti locomotive.

Il 18 maggio del 1852 venne prodotta, nel reparto metallurgico, la gigantesca statua  di Ferdinando II mediante una fusione monoblocco in ghisa che rappresenta una tra le più grandi opere del genere prodotta in Italia. La fabbrica è stata visitata dal papa Pio IX e dallo Zar Nicola I di Russia. Quest’ultimo chiese una pianta dello stabilimento per riprodurlo esattamente nell’area industriale di Kronstadt, in Russia.

Statua Ferdinando II Pietrarsa
Ferdinando II, Pio Magnanimo Augusto, tra tante opere grandi queste meccaniche officine, emulatrici dell’industria straniera, creò nel 1842. Con ricordanza ed ossequio fusero il monumento

Dopo la caduta del Regno delle due Sicilie un tenebroso futuro si presentò alle porte dell’impianto produttivo napoletano. Fu un inesorabile declino dovuto all’ignobile gestione settentrionale, della quale diversi storici hanno visto una decisa operazione di smantellamento di una risorsa fondamentale del Sud. La fabbrica perse la sua importanza strategica e via via ridimensionò il suo peso produttivo, da officina per riparazioni all’odierno Museo Ferroviario.

In un primo momento fu inviato per stilare una relazione dello stato produttivo delle officine di Pietrarsa Sebastiano Grandis, un ingegnere, in qualità di ispettore delle ferrovieNel rapporto si leggeva di un azienda inutile, costosa e con un personale eccedente. La stesura di questo rapporto in realtà fu dettata da una ragione di natura politica, sociale ed economica. Il governo Rattazzi aveva a disposizione due imprese produttrici di materiale civile e bellico ma soprattutto ferroviario. Questi due poli produttivi erano posti l’uno nei pressi di Napoli e l’altro invece a Genova, ovvero l’Ansaldo.

Sebbene lo stabilimento di Pietrarsa potesse contare 1125, tra operai tecnici ed addetti vari, il governo centrale della neonata nazione italiana decise di puntare sulla più piccola Ansaldo di Genova. Basti pensare che i primi governi italiani erano formati da settentrionali di destra (i quali tra l’altro dimostreranno in seguito di essere completamente all’oscuro della reale situazione meridionale) e che lo stesso ispettore provenisse da Nizza. Il peso di tale documento fu così forte da rendere possibile la vendita dell’azienda a privati per un’irrisoria cifra di sole 46.000 lire. Inoltre la scuola d’Arte fu soppressa.

Persero il lavoro circa 600 operai ed i rimanenti videro la loro situazione lavorativa sempre in bilico, tra una forma rudimentale di cassa integrazione e il licenziamento vero e proprio. Tutto ciò perché il privatista Jacopo Bozza non mantenne nessuna delle promesse sbandierate all’atto di acquisizione dell’azienda. Il malcontento tra gli operai aumentò al punto tale che furono indetti primi scioperi.

Ritardi e riduzioni di paga, prepotenza dei vigilanti aziendali, condizioni di lavoro sempre più difficili e continui licenziamenti furono le cause da quello che è passato alla storia come l’eccidio di Pietrarsa. Esasperato dalle precarie condizioni del lavoro, il capo operaio Giuseppe Aglione, nella mattinata del 6 agosto 1863,  suonò a martello la campana dello stabilimento ed andò in scena il primo sciopero operaio della neonata Italia.

Allarmati ed intimoriti che la situazione potesse precipitare, i gestori dell’impianto di Pietrarsa si recarono dalla polizia, ingigantendo l’accaduto parlando di violenze e sedizione all’interno della fabbrica. L’intervento del questore Nicola Amore (futuro  sindaco della città di Napoli) e del maggiore Martinelli scosse l’opinione pubblica italiana. A sedare il pacifico sciopero furono inviati i bersaglieri, ai quali gli operai, credendo in una trattativa, aprirono il cancello dello stabilimento. I soldati si schierarono in due file, la prima in ginocchio e la seconda in piedi, e spararono contro operai inermi. Nonostante le fonti ufficiali parlassero di 4 morti e 20 feriti, in realtà quando riaprì lo stabilimento, mancavano all’appello ben 216 operai. Per Pietrarsa si profilò un futuro incerto e tenebroso.

C’è da fare un ultimo appunto. Erroneamente in Italia la festa dei lavoratori è fissata il 1 Maggio, a memoria degli operai che negli Stati Uniti nel 1886 persero la vita durante uno sciopero. I fatti di Chicago avvennero quindi a distanza di 23 anni da quelli di Pietrarsa. Perchè allora si festeggiano i martiri americani e non quelli napoletani del 6 agosto 1863?

Intervento in Senato sull’eccidio di Pietrarsa
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Forse più che la risposta a questo quesito, quanto detto dal sardo Antonio Gramsci può chiarire cosa sia successo nel Meridione d’Italia dal 1861 in poi:

“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti”

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