L’Italia dimentica Pozzuoli: le mobilitazioni si fanno solo per il Nord. La soluzione è l’autonomia

Il silenzio su Pozzuoli: nessuna mobilitazione né una parola del Governo


Neanche uno straccio di dichiarazione su quanto accaduto a Pozzuoli venerdì 31 luglio. Il disinteresse del Governo e di Giorgia Meloni è totale, eppure le immagini raccontano la paura e il disastro sfiorato: una scossa di magnitudo 4.7, la più forte mai registrata ai Campi Flegrei, con due feriti in codice rosso. Vicinissimo quel limite di 5.0 che significherebbe la devastazione: “Conto i morti”, ebbe a dire il capo della Protezione Civile, Ciciliano, interrogato su quali sarebbero le conseguenze di una scossa di quella portata.

In tale quadro, il silenzio dello Stato è ancora più grave e desolante, specialmente se raffrontato a calamità di portata simile accaduti in particolar modo al Nord, dove la presenza delle istituzioni è costantemente palpabile, viva. È questa la dimostrazione, l’ennesima, che il Mezzogiorno è di fatto la colonia interna dell’Italia: un territorio da sfruttare, violentare, bacino di voti e di manodopera, serbatoio di cervelli che vengono formati qui e utilizzati altrove.

Solidarietà e mobilitazioni solo in favore del Nord

Il contrasto salta ancora di più agli occhi se si pensa a come, storicamente, il sistema Paese si mobilita quando le calamità colpiscono altre aree del Nord Italia, con raccolte fondi promosse da enti pubblici, numeri solidali attivati da Poste e Croce Rossa, campagne di comunicazione capillari. Per l’emergenza di Pozzuoli, al momento, non risulta essere stata attivata alcuna iniziativa di questo tipo a livello nazionale, mentre sul territorio è stata la Regione Campania, con il presidente Roberto Fico, a muoversi più rapidamente, stanziando un primo milione di euro per l’autonoma sistemazione degli sfollati.

Non è la prima volta che il rapporto tra Roma e i Campi Flegrei si gioca su un terreno scivoloso. Già nella primavera del 2025 il ministro Musumeci aveva annunciato la richiesta di stato di emergenza nazionale, salvo poi fare marcia indietro parlando di “pressioni dal territorio”, una versione contestata pubblicamente dal sindaco di Bacoli, che aveva parlato di un vero e proprio scaricabarile sulle comunità locali. Nello stesso periodo, forze di opposizione come Sinistra Italiana denunciavano che, a distanza di un anno dal decreto Campi Flegrei da 50 milioni di euro, non risultava aperto un solo cantiere.

Napoli e il Sud, una condizione che si ripete

È in questo solco che si inserisce la lettura di chi, da tempo, descrive il rapporto tra lo Stato italiano e il Mezzogiorno come quello tra un centro e una colonia interna, trattata con minore o alcuna urgenza rispetto al resto del Paese quando si tratta di emergenze, investimenti e attenzione mediatica. Un atteggiamento che in verità peggiora col passare del tempo: se prima il Sud riceveva le briciole, adesso neanche quelle vengono concesse. Al contrario, si usa il Mezzogiorno come pretesto per appropriarsi di risorse, come la rapina di 140 miliardi del PNRR dirottati da Sud al Nord.

Un disegno che accomuna il sistema Italia nel proprio complesso: il colonialismo interno del Mezzogiorno accomuna storicamente proprio tutti, da sinistra e destra passando per il centro. L’unica soluzione attualmente percorribile è quella dell’autonomia, ed in tal senso qualcosa si muove proprio a Napoli con Autonomia Napolitana, soggetto politico che si presenterà alle elezioni comunali del 2027 e che ha come obiettivo quello dell’autogoverno della città, affinché le risorse che nascono e si sviluppano nella città partenopea restino effettivamente sul territorio.

E a tal proposito non si cada nel tranello artificioso del residuo fiscale – sbandierato da Lega Nord e simili ed assimilato da tutti i partiti del Parlamento – che non tiene conto di elementi quali interessi sul debito pubblico, sedi legali e fiscali delle grandi imprese, concentrazione del sistema bancario e assicurativo, spesa in ricerca e infrastrutture strategiche storicamente indirizzata al Centro-Nord, oltre alle vere e proprie rapine di fondi dal Pnrr agli 840 miliardi dirottati da Sud a Nord dal 2000 al 2017.

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