Sua maestà il Vesuvio: perché si chiama così

Vesuvio

Parliamo spesso del nostro amato e temuto vulcano, il nostro iconico Vesuvio: c’è chi lo vede come entità protettiva per il popolo napoletano, chi come una minaccia costante, chi come l’imprescindibile immagine di Napoli. Eppure, in tutte queste immagini capita raramente di chiedersi: cosa significa Vesuvio? Da cosa deriva un nome, per noi, così comune e scontato? La Serao raccontava di un giovane focoso di nome Vesuvio che si innamorò della giovane e pudica Capri, ma sappiamo bene che è solo una favola e che l’origine del nome va cercata molto prima dell’esistenza di principi e dame.

Tendenzialmente, tutti i vulcani del mondo vengono definiti con antiche parole che significano “fuoco”: ad esempio l’Etna prende il nome dall’origine indoeuropea “idh” che significa “ardere”, mentre il monte Fuijsan, più grande vulcano giapponese, dal termine “Fuij“, “Fuoco”. Secondo le analisi semantiche raccolte da Astrid Filangieri, anche il Vesuvio prenderebbe il nome, come i suoi “cugini”, da “fuoco”: sarebbe, infatti, un derivato della radice sanscrita “vasu“, che significa, appunto, “fuoco”.

Secondo la tesi degli studiosi Mascinelli e Landino, invece, il nome deriverebbe, più semplicemente, dalla parola latina “vescia“, favilla o scintilla. Sta di fatto che la prima fonte in cui troviamo utilizzato il termine “Vesevo” è nel secondo libro delle Georgiche di Virgilio: “Talem dives arat Capua et vicina Vesevo ora iugo et vacuis Clanius non aequus Acerris” (trad. “Così è la terra che arano senza assilli gli abitanti di Capua, delle pianure vicine al Vesuvio e al Clanio che minaccia di svuotare Acerra”). Stesso termine che verrà ripreso da Leopardi nella “Ginestra“.

Altri studiosi, invece, legano il nome Vesuvio a quello di Vesbio, condottiero dei Pelasgi, un popolo del mare che governava la nostra terra ben prima dell’avvento dei Greci. In ultimo, teorie più fantasiose lo collegano a termini come “Maevius” (“Mordace”), “Maeulus” (“Beffardo”) e, addirittura, “Lesbius” (“Osceno”). Nel 1649, il sacerdote Camillo Tutini, seguace di Masaniello, stravolse l’etimologia del Vesuvio in occasione di un’eruzione: Tutini volle prendere l’accadimento come un incitamento a ribellarsi agli oppressori spagnoli e ricondusse il nome del vulcano alla frase latina “vae suis” (“guai ai suoi”).

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