Piccolo e squallido Carillon Metropolitano, la società in uno specchio: solitudine, ignoranza, emarginazione

Piccolo e squallido Carillon Metropolitano

Recensione scritta da Carlotta Elia per VesuvioLive.it

Piccolo e squallido Carillon Metropolitano

Ognuno di noi è rinchiuso in una piccola boccia di vetro e come pesci rossi siamo soli, prigionieri di un mondo tutto nostro, che ci protegge, ma che lentamente ci uccide.
Ce lo racconta Davide Sacco, autore e regista, attraverso la storia di una squallida periferia in cui vivono tre fratelli, i quali si rinchiudono nelle loro ampolle cristalline per sfuggire un’esistenza troppo crudele e impietosa che li soffoca e inesorabilmente li inaridisce. Tra le crepe di questa vitrea prigione, i tre attori ci fanno entrare nel mondo in cui essi si sono rifugiati: la piccola Mimì (Eva Sabelli), “troppo pura e vera per questo mondo”, è una bambina di trent’anni che fugge da quella realtà tetra e crudele, per alleviare la sofferenza in luoghi della mente dove tutto è bello, dove tutto è un gioco; tuttavia è grazie ai giochi che la piccola Mimì fa con Fefè, il pesce rosso che dorme da sei mesi -in realtà morto- che ci mostra la squallida vita vissuta con la madre malata, morta anch’ella, e il fratello ricchione, Mimma.

Mimma (Orazio Cerino) è un transessuale che trascina pesantemente la sua esistenza tra le costose cure mediche della madre, i tre lavori e la tutela della sorella. La periferia non è solo il luogo fisico in cui vive, ma è, soprattutto, la catena con cui la società riesce a metterlo in ginocchio, giorno dopo giorno, facendo sì che anneghi nel dolore degli sguardi che ammazzano, che soffochi tra le lacrime nascoste della notte, assordato dalle risate meschine dell’ignoranza e dal silenzio eterno degli occhi del padre, morto anni addietro, degli abbracci negati, della solitudine che lo attanaglia e gli stringe l’anima in una morsa imperitura. Tuttavia, anch’egli tenta disperatamente di scappare da quella ampolla di vetro nascondendosi nell’abbraccio dell’uomo che ama, coccolandosi tra i ricordi di speranze sbiadite.

Infine c’è il fratello sconosciuto, Ettore (Giovanni Merano), scappato realmente anni prima. Entra in scena con soprabito e valigia, è tornato da poco ma vuole andar via presto; si scrolla di dosso i contatti invadenti del fratello malato, le domande scomode, i santini e le madonne appesi. Entra in scena con rabbia tremante, soffocato da quello spazio angusto straripante memorie, ricordi, melodie. Proprio tra le note del dolce e malinconico leitmotiv del carillon, non traccia una linea per separare ciò che è bene da ciò che è male, come fanno i fratelli, ma esorcizza i fantasmi di un’infanzia ai margini di un mondo suburbano.

L’autore è riuscito magistralmente a plasmare, in una scenografia essenziale, cerea, quasi onirica, una realtà straziante le cui ripercussioni appaiono incombenti nella vita di ognuno di noi: la storia narrata diviene lentamente sottofondo di dialoghi e monologhi scritti magnificamente, di un’indagine introspettiva, intima e intensa, che non può che coinvolgerci completamente. Pregevole la capacità degli attori di rapirci e proiettarci, non più come spettatori, ma, piuttosto, come protagonisti di un’onesta ed autentica conversazione con noi stessi, riflessi in uno specchio, accecati dal bagliore dei concetti più influenti della società moderna: degrado, omofobia, solitudine, ignoranza, emarginazione.

Piccolo e squallido Carillon Metropolitano – presentato da: Avamposto Teatro
Testo e Regia: Davide Sacco
Con: Orazio Cerino, Giovanni Merano,Eva Sabelli 

Scene: Luigi Sacco
Costumi: Silvia Tagliaferri
Luci: Francesco Barbera
Addetto stampa: Emma Di Lorenzo 

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