Calcio e coca: quando Maradona giocò per Pablo Escobar

Non c’è qualcuno al mondo che non conosca, almeno per fama, Pablo Escobar. Nato nei sobborghi di Mellin, in Colombia, negli anni ’70 divenne il più grande narcotrafficante al mondo: Escobar deteneva le piantagioni di cocaina, i laboratori per produrla ed i suoi corrieri la esportavano in tutto il mondo. Per tutti gli anni ’80 non c’era un grammo di coca in America ed in Europa che non dipendesse da Escobar, al tempo considerato l’uomo più ricco al mondo.

Il potere del narcotrafficante non si limitava solo al piano economico: con omicidi ed attentati, portati avanti grazie ad un vero e proprio esercito di fedelissimi, riusciva a controllare ed imbrigliare lo stesso governo colombiano. Era così influente che quando si stancò di sfuggire alla cattura si consegnò alle forze dell’ordine dettando le condizioni del suo arresto. Di fatto, l’incarcerazione di Escobar fu una burla per la giustizia.

La Catedral

Fu lui stesso a far costruire un carcere speciale, passato alla storia col nome di Catedral: una fortezza munita di ogni lusso e comfort dove gli altri detenuti non erano altri che le guardie del corpo del signore della droga, armate di tutto punto; un centro logistico dove Escobar, in tutta tranquillità, poteva continuare a gestire i suoi affari in totale libertà. Non mancavano nemmeno gli svaghi: cibi di lusso, donne bellissime, droga arrivavano ogni giorno al “carcere” per il Patron e per i suoi uomini.

Oltre ai soldi, Pablo aveva un’altra grande passione: il calcio. Con i proventi della droga finanziava le squadre colombiane e costruì numerosi stadi. Questo non solo lo aiutava a riciclare denaro sporco, ma, ovviamente, gli garantì l’amore incontrastato del popolo che lo vedeva come un vero e proprio “Robin Hood”. Il suo idolo sportivo era Diego Armando Maradona: come lo stesso Escobar ammise, si rispecchiava molto nel campione argentino “Anche lui è nato nella miseria ed è diventato ricchissimo”.

Così, durante la sua “prigionia”, in occasione del suo compleanno il primo dicembre del 1991, il Patron decise che il suo mito avrebbe giocato una partita di calcio solo per lui nel campo della Catedral. Quando Maradona ricevette la proposta dal suo agente, Guillermo Coppola, si trovava nel momento peggiore della sua carriera sportiva: stava scontando i due anni di squalifica dopo esser risultato positivo alla cocaina nei test anti-doping. La cifra offerta da Escobar era troppo alta per rifiutare.

El pibe de oro dichiarò in seguito di aver accettato senza sapere per chi stesse andando a giocare e che si preoccupò molto quando si trovò di fronte ad una prigione. Insieme a lui c’era un altro campione sud-americano, il portiere Renè Higuita, lì per lo stesso motivo. Escobar accolse entrambi con calore e li accompagnò nel campo da calcio allestito nella prigione. Furono formate due squadre composte dai sicari del narcotrafficante: in una giocava Maradona, nell’altra Higuita.

Terminata la partita i calciatori passarono l’intera notte alla Catedral: per l’occasione il patron organizzò una festa in grande stile chiamando anche numerose donne. Lo stesso Maradona dichiarò in seguito: “C’erano le ragazze più belle che abbia mai visto nella mia vita, ed eravamo in un carcere!”. La mattina dopo l’argentino ricevette il suo compenso e se ne andò col saluto amichevole di Pablo Escobar.

Un anno dopo, il 2 dicembre del 1992, il re del narcotraffico venne ucciso dagli agenti che gli davano la caccia da una vita. Dopo la fine di Escobar un quotidiano argentino chiese a Maradona la sua opinione sul narcotrafficante e quello che il calciatore disse fu un chiaro segnale della stima scaturita dall’incontro alla Catedral: “Alla fine dei conti, fabbricava un prodotto clandestinamente e lo vendeva a gente che lo chiedeva, nessuno veniva obbligato, no? Non lo rubava a nessuno. D’altra parte, i politici vengono eletti e rubano il denaro al popolo, alzando le tasse  a una madre che compra il latte per i suoi figli. Quindi, chi è il peggiore eticamente?”

Anche riguardo alle migliaia di vittime dei sicari di Escobar El pibe de oro diede una sua personale giustificazione: “Per quanto riguarda i morti, era in guerra contro lo Stato per un motivo nazionalista, perché i cittadini colombiani non venissero estradati negli Stati Uniti. In guerra la gente muore. L’estradizione di cui parlava venne introdotta in Colombia proprio per evitare episodi come quello della Catedral, in cui un re del crimine poteva scegliere il carcere e continuare a condurre la sua vita ed i suoi affari in tutta tranquillità.

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