Studio IZSM: “I prodotti della Campania eccellenti. Terra dei Fuochi? Non incide”

Allarmismo ingiustificato; un ammanco presunto di almeno 500 milioni di euro ai danni del comparto agroalimentare campano; nessuna catastrofe ambientale; i prodotti campani invece risultano di ottima fattura.

Queste sono le conclusioni alle quali è arrivato l’Istituto Zooprofilattico del Mezzogiorno (IZsm) con sede a Portici a seguito della ricerca scientifica, condotta dal Direttore Antonio Limone, più accurata che abbia mai avuto luogo in Italia e durata tre anni con la partecipazione di cinquanta istituti pubblici specializzati in salute, ambiente e cibo.

Lo studio è stato presentato al Dipartimento di Agraria della Federico II, uno scrupoloso controllo ambientale che fa della Campania la regione più monitorata d’italia con il 99,98% di test superati su un totale di 30mila campionamenti che hanno coinvolto circa 10mila aziende campane.

Tutto partì dalle dichiarazioni del pentito Carmine Schiavone nel 2013, che peraltro non hanno mai avuto riscontri reali, ma che furono amplificate da alcuni servizi giornalistici tesi più al sensazionalismo che ai dati di fatto.

Attenzione, lo studio va estrapolato dalla tematica “Terra dei Fuochi” come emergenza ambientale e ricondotto solo alla qualità dei prodotti dell’agroalimentare campano, che da questo marchio infamante ha avuto non pochi danni in termini di indotto economico e di immagine. Basti pensare alle tante attività che ad altre latitudini hanno tenuto a precisare che loro non vendevano prodotti provenienti dalla “Terra dei Fuochi”.

Gli incendi, quasi sempre di origine dolosa, che soprattutto la scorsa estate hanno afflitto la Campania, dimostrano, se ce ne fosse bisogno, che il problema dell’emergenza ambientale è connesso principalmente alla necessità di controllo del territorio.

Lo studio che pone in evidenza le criticità legate allo smaltimento illecito e alle discariche abusive (sistematicamente oggetto di roghi) e non ad una presunta bomba ambientale spesso sbandierata a sproposito poiché su oltre 50mila ettari solo 33, sui quali da tempo è stata interdetta la produzione, risultano essere inquinati.

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