Saviano vs Salvini: una guerra dove tutti sbagliano e la libertà muore

Infiamma lo scontro mediatico fra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e lo scrittore e giornalista Roberto Saviano. Tutto è iniziato settimane fa, quando il leader della Lega, da poco insediato al Governo, aveva esposto la possibilità di valutare l’opportunità di mantenere ancora la scorta a Saviano e ad altri giornalisti. Questo ha scatenato la reazione dello scrittore che, con un video, ha apostrofato Salvini come “Ministro della Malavita” e alluso, in modo poco velato, a presunti rapporti fra lui e la ‘ndrangheta.

Per settimane i due hanno continuato a stuzzicarsi sui social network: Salvini con minacce di querela ed esplicite offese, Saviano continuando a dichiarare il ministro un “mafioso a capo di un partito di ladri”, a denunciare “modalità e minacce di stampo mafioso” contro la sua persona, a criticare le politiche dure sul tema immigrazione ed ad invitarlo a dare concretezza alle minacce legali. Ieri, Salvini ha sporto querela contro lo scrittore su una carta intestata al Viminale. Saviano, poche ore dopo, ha dichiarato di voler conferire direttamente col giudice che verrà adito e che in questo periodo “Non bisogna cedere avanti al potere”.

Senza entrare nel merito della polemica, quanto avvenuto resta una vicenda particolarmente negativa dove entrambi i protagonisti hanno commesso enormi sbagli al fine di accattivarsi consensi. Cerchiamo di analizzare, senza avvalorare nessuna delle due fazioni, quali siano stati gli errori per cui nessuno ha realmente ragione in questa vicenda.

Partendo da Roberto Saviano non mettiamo in discussione, ne prendiamo per vere, le accuse rivolte al ministro. In ogni caso, però, dare del mafioso, o colluso con la mafia, a qualcuno è un’accusa gravissima ed estremamente delicata. Figuriamoci se questo qualcuno è un ministro e, quindi, un’istituzione del nostro paese. Termini come “Ministro della Malavita” e “mafioso” andrebbero avvalorati da prove e analisi approfondite, non rilasciati pubblicamente quasi come slogan, senza avvalorarli con spiegazioni e fonti.

In uno stato di diritto come il nostro, nessuno, fortunatamente, può essere definito colpevole di qualcosa se non è la stessa legge a stabilirlo: il diritto di critica ed il diritto di cronaca usati come giustificazione da Saviano non possono travalicare questi principi fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione. Una regola essenziale che un giornalista affermato come Saviano dovrebbe conoscere e rispettare sempre e comunque.

Dunque, con questa premessa, la querela di Salvini è più che giustificata, ma nemmeno lui è esente da errori e bassezze di altrettanta importanza. Alle accuse dello scrittore, il ministro avrebbe dovuto reagire, se sicuro della sua innocenza, direttamente invocando l’autorità giudiziaria, senza continuare a provocare ed a rispondere tramite social e dichiarazioni ufficiali. Un ministro della Repubblica, come chiunque, dovrebbe agire secondo quanto dettato dalla legge se vuole difendersi, non approfittarne per avere maggior consenso.

La querela stessa è stata l’irregolarità più grave. Salvini era in pieno diritto di farlo, ma come privato cittadino diffamato da un altro privato cittadino. Utilizzando la carta intestata al Viminale ha voluto solo far sentire il peso della carica che ricopre, carica che non doveva subentrare in questioni giudiziarie e private. Con un simile atto non è Matteo Salvini a querelare Saviano, ma il Governo e, con esso, il popolo italiano che rappresenta. Non solo un errore di forma, ma quasi una prevaricazione del potere esecutivo del Governo sul potere giudiziario del giudice.

Comunque si concluderà questa vicenda, resterà sempre una pagina nera e sporca della politica e del giornalismo del nostro paese.

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