Poggioreale, che succede davvero dietro i cancelli: “Macchina di morte che va chiusa”

Ciro Rigotti, 62 anni e un tumore in fase terminale che lo ha ridotto a trenta kg. Trascurato da medici e secondini, che gli hanno dato solo e sempre blande gocce per il dolore, i domiciliari implorati dai familiari sono arrivati quando ormai non c’era più nulla da fare e all’uomo era rimasta solo la forza di esprimere un ultimo desiderio: morire a casa propria.

E ancora Diego Cinque, morto suicida a trentacinque anni, il terzo in pochi giorni. Ciò che accade dietro i cancelli di Poggioreale ne fa un unicum senza precedenti nella storia della detenzione italiana: abbiamo intervistato Pietro Ioia, instancabile portavoce dei detenuti e punto di riferimento per le famiglie con la sua associazione Ex Don- Detenuti Organizzati Napoletani.

Pietro, ex detenuto di Poggioreale, ha denunciato per primo gli orrori di quella tristemente passata alla storia come La Cella Zero: una stanza vuota, senza contrassegni né monitoraggio, dove migliaia di detenuti sono stati massacrati a sangue dalla polizia penitenziaria, per i più futili motivi. Un’atmosfera da lager, un suicida al giorno, la dignità negata da divise indegne. Hitler, Piccolo Boss e gli altri aguzzini sono stati allontanati e sono tuttora in attesa di giudizio in seguito alla maxi-indagine scattata grazie alla sua denuncia e al suo libro verità, che è diventato uno spettacolo e potrebbe essere presto un film. Eppure a Poggioreale si continua a morire.

“La Cella Zero non esiste più, eppure il carcere di Poggioreale balza agli onori delle cronache quasi quotidianamente per un suicidio, un decesso improvviso. Le famiglie non sono tranquille.
Quali sono le condizioni? Tu hai dichiarato “che dovrebbe chiudere”

Il provvedimento di ordinamento penitenziario, tanto sbandierato da destra e sinistra, per migliorare le condizioni di vita nelle carceri, alla fine è rimasto carta morta. Poggioreale, poi, dovrebbe chiudere a priori: è un edificio del secolo scorso, ha una struttura di cento anni che non è più a norma. Secondo le leggi europee non dovrebbero più esistere carceri nei centro città. Poggioreale non rispetta mai la sua capienza che è pari a 1590 detenuti, sta sempre sui 2002- 2003- 2400 detenuti. Ai miei tempi eravamo addirittura 2800. Le celle sono superaffollate: è contro ogni logica umana convivere in spazi così stretti con altri sette, otto o nove detenuti. La legge prescrive due persone a cella. E’ qualcosa che consuma.”

“Sono le cattive condizioni di vita a spingere al suicidio?”

Assolutamente sì. Poggioreale è una macchina di morte. Te lo spiego con tre M: Poggioreale produce Malavita, Malasanità e Morte.”

“La Cella Zero ha chiuso i battenti, i colpevoli sono stati allontanati. In qualità di punto di riferimento per detenuti e famiglie puoi assicurarci che non ci sono abusi e responsabilità da parte degli agenti?”

No, in questi casi le guardie non hanno colpe. I suicidi in carcere non si possono prevedere. Per quanto riguarda gli abusi nella Cella Zero, i colpevoli sono stati allontanati e sono in attesa di giudizio. Ormai il bubbone delle denunce è stato scoperchiato: ai vecchi tempi non si torna, c’è la paura di essere denunciati. A questo ha contribuito enormemente anche il caso Cucchi.

“Eppure il signor Ciro Rigotti, malato terminale, è finito in coma prima di essere lasciato andare. Solo l’impegno tuo, dell’associazione e della figlia sono riusciti ad assicurargli una morte dignitosa”
Il caso Rigotti è un caso particolare. Persino il tribunale ormai sembra imbarbarito. Il signor Rigotti non era stato condannato in via definitiva, era ancora appellante: era stato condannato in primo grado ma per quel che ne sappiamo poteva anche essere innocente. Gli altri due gradi di giudizio non si erano ancora pronunciati. Solo con enormi pressioni sull’avvocato e sul giudice della corte d’Appello siamo riusciti ad esaudire il suo ultimo desiderio di morire a casa. E’ un condannato a morte dalla malasanità carceraria: è stato un medico esterno, pagato dalla famiglia, a diagnosticargli il tumore. In carcere i medici non mettono piede, se l’avessero preso in tempo forse le cose sarebbero state diverse. Continuava ad avere emorragie nasali. A Poggioreale gli hanno semplicemente messo un tampone, lo ha tenuto quindici giorni. Quindici. Ai colloqui era sempre più smagrito, la famiglia allora chiamò un medico. A Poggioreale invece non fanno che tamponare, sono approssimativi, risolvono tutto con la stessa pasticca, uguale per tutti

“Quanto influisce tutto questo sulle recidive e la mancata rieducazione del detenuto?”

Poggioreale è uno strumento di criminalità. Ragazzi giovani,finiti in carcere magari per la prima volta e che potrebbero ancora redimersi, finiscono in cella con criminali incalliti. Escono senza speranza ma pieni di nozioni criminali. Esiste un padiglione per chi è alla sua prima volta, ma ci entrano venti, trenta persone ogni volta: non c’è spazio, si finisce sempre tra grossi spacciatori, grossi rapinatori. Ne esci incattivito come da una scuola criminale. E’ il sovraffollamento che spiega le recidive

“Come è possibile che tante irregolarità sfuggano alle ispezioni? Che nemmeno l’aumentare delle morti in cella e il mobilitarsi dei media e dell’ arte cambi le cose? “

Le visite ispettive sono fatte dai politici in giacca e cravatta che si fermano alla superficie. Sono visite guidate, che non vanno al cuore dei problemi: quando ho partecipato sono andato dove sapevo ci fosse il marcio, nel Padiglione Milano dove ci sono materassi di spugna vecchi di dieci anni che non vengono cambiati, dove una cella ospita dieci persone. Sono un ex detenuto, so dove cercare. Ho denunciato tutti i problemi volta per volta. Le visite poi mi sono state vietate. I politici invece dopo una visita hanno sempre detto che andava tutto bene. Si, c’era qualche problema, ma era tutto ok. Il mio intervento alle Iene tre mesi fa ha destato enorme clamore ma non è cambiato niente. Sono stato attaccato da tutti, persino dal prete. Per il Garante è tutto regolare. Ci sono state tre morti nel frattempo e in una cella si e una no ci sono droga e telefonini. E’ una polveriera pronta ad esplodere, lo dico per esperienza. L’ultima? Un detenuto si è impiccato nel padiglione Napoli, è rimasto lì 4-5 ore. Le guardie lo hanno visto, ma passavano oltre. Tutto il padiglione ha dovuto ribellarsi perchè spostassero il morto.

“Sotto la direzione illuminata di Antonio Fullone il carcere era cambiato. Non era più il mostro di pietra, come lo definisci tu. Era stata introdotta la socialità, i diritti erano stati ripristinati”

Il dottor Fullone era così bravo che lo hanno mandato via. Sotto di lui il carcere era sceso a 1750 detenuti. Si impose sul Dap di Roma, l’autorità che smista i detenuti. Se non avessero sfollato di mille detenuti il carcere non avrebbe accettato l’incarico. Disse che 2700 detenuti non sarebbe riuscito a far bene il suo lavoro. La nuova direzione non ha saputo imporsi allo stesso modo, il carcere si è riaffollato in pochi anni. Io ricevo venti lettere al mese dai detenuti: non chiedono di uscire, vogliono pagare, sanno che hanno sbagliato. Chiedono solo di essere curati, che mandino uno specialista quando c’è bisogno. Non c’è più fornitura: devono provvedere da soli a comprare tutto, con prezzi maggiorati rispetto all’esterno. C’è un business enorme. C’è la stessa ditta da anni, per il prezzario ci battiamo da anni”

“Quali sono i prossimi progetti?”

Il 3 novembre ci sarà il prossimo presidio per chiedere la chiusura del carcere. Nel frattempo non smetto di dare voce ai detenuti. Il 23 novembre c’è la quarta udienza dei fatti della Cella Zero, le altre sono state rinviate. Tentano di far andare il reato in prescrizione. I colpevoli continuano a lavorare in altre carceri. Hanno massacrato migliaia e migliaia di detenuti. Quello che io ero prima era una cattiva persona, è la verità. Adesso sono una brava persona, loro mai. Col caso Cucchi qualcosa si è mosso, magari confessasse qualcuno di Poggioreale. Il carabiniere che ha confessato è stato fermato dai suoi superiori, avrebbe voluto parlare prima, glielo hanno impedito. Continuiamo a combattere

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