Stupro in stazione, l’uomo che condannò i Casalesi: “Quanti anni di galera rischiano”

Raffaello MagiLa cronaca degli ultimi giorni racconta di efferate violenze ai danni delle donne. Ieri, a Messina, una 30enne è stata ammazzata dal reo confesso fidanzato, a Napoli una 36enne ha perso la vita in seguito alle inaudite violenze del marito. Tre giorni fa, una giovane di 24 anni è stata brutalmente stuprata da un branco di 3 ragazzi nella stazione dell’ex circumvesuviana di San Giorgio a Cremano. La violenza di genere continua a mietere vittime.

Rabbia e senso di giustizia accompagnano i primi commenti della società civile che si è stretta intorno alla tragedia che ha colpito la giovane donna. I tre presunti stupratori, velocemente individuati, sono stati condotti in carcere. La giustizia farà il suo corso. E su questo tema si è espresso ai nostri microfoni Raffaello Magi, noto per aver redatto nel 2006 la sentenza del maxi processo Spartacus avente ad oggetto l’attività criminosa del clan dei Casalesi. La sentenza inflisse ben 21 ergastoli e oltre 90 condanne per associazione mafiosa. Magi è stato docente di Procedura Penale ed è autore di numerose pubblicazioni.

1) Cosa ci dice il codice penale riguardo al reato di stupro? 

«Il codice penale punisce la violenza sessuale, in tutte le forme in cui può manifestarsi. La condotta di reato richiede, per essere tale, la costrizione della vittima a subire (o a compiere) atti sessuali di qualsiasi genere, sempre ove vi sia violenza, o  minaccia o abuso di autorità. Nel caso in cui non vi siano aggravanti la pena può arrivare, nella ipotesi base, fino a dieci anni».

2) Esistono differenze tra lo stupro di gruppo e quello individuale?

«Sì, lo stupro di gruppo è una figura di reato autonoma, perché il legislatore considera più grave l’azione collettiva. In questo caso la pena cd. base, senza aggravanti o attenuanti, può arrivare fino a dodici anni».  

3) La giovane età, la fedina penale pulita, possono costituire delle attenuanti? Se sì, quali potrebbero essere? 

«Solo la minore età funziona come circostanza attenuante (tra i 14 e i 18 anni) ma dai diciotto anni in poi il soggetto che commette un reato ne risponde in modo pieno. Indubbiamente ogni giudice valuta il caso concreto e la personalità dell’autore del fatto. L’assenza di precedenti penali può essere un elemento di valutazione per la concessione delle circostanze attenuanti generiche (con riduzione della pena nella misura di un terzo), ma non è mai decisivo. La valutazione va operata nel singolo caso».

4) Secondo le prime ricostruzioni, i tre ragazzi da giorni avevano preso di mira la ragazza. Questo particolare potrebbe costituire in sede processuale un’aggravante?

«Direi di no, se parliamo di aggravante in senso tecnico. Anche le circostanze aggravanti sono previste espressamente dalla legge e tra quelle in tema di violenza sessuale non si rinviene questa ipotesi. Di certo, però questo è un elemento di valutazione che il giudice può utilizzare quando stabilisce la pena, attestandosi su una misura superiore al minimo (le pene per ogni reato vanno tendenzialmente tra un minimo ed un massimo)».

5) In definitiva, quanti anni di carcere potrebbero rischiare?

«Molte variabili, anche di natura processuale (ad esempio il giudizio abbreviato) incidono sulla entità della pena. Nel nostro sistema giuridico la pena deve avere una funzione rieducativa e risocializzante, dunque da un lato deve far comprendere al soggetto che ha commesso il reato la gravità del fatto, dall’altro non può essere sproporzionata, perché la persona deve avere una futura opportunità di reinserimento. In un caso come questo è lo stesso legislatore a prevedere, come dicevo, una pena consistente, che va da un minimo di sei ad un massimo di dodici anni (senza aggravanti né attenuanti). E’ evidente che incidono le concrete modalità del fatto che, se particolarmente cruente, possono portare il giudice ad avvicinarsi anche al massimo della pena prevista dalla legge».

 

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