Maurizio Stanziola: “Giudicare un minore è come entrare in una cristalliera”

Napoli – I minori sono la parte più delicata della nostra società. Un bambino, un ragazzino non possiede i mezzi, esperienza, capacità, consapevolezza, per difendersi dallo spietato mondo degli adulti. Oltretutto, una persona che si sta sviluppano è una spugna che assorbe tutto dell’ambiente e del contesto familiare in cui vive. Così, in contesti sociali disagiati è probabile che un minore non riesca a distinguere giusto e sbagliato, bene e male, arrivando, senza esempi positivi, a delinquere.

Sempre più spesso, la cronaca nera napoletana vede come protagonisti dei ragazzini: episodi di bullismo estremamente violenti, aggressioni in strada, rapine e, addirittura, gruppi criminali, le baby gang, completamente composti da ragazzi giovanissimi. Abbiamo incontrato il Presidente della sezione minori e famiglia della Corte d’Appello di Napoli Maurizio Stanziola che, per il suo lavoro, si trova a dover giudicare questi piccoli criminali ed a tutelare legalmente loro o le loro vittime.

Un compito estremamente delicato, “E’ come entrare in una cristalliera” ammette più volte, vista la fragilità di un minore. “Iconicamente – spiega Stanziola – la giustizia è rappresentata con una bilancia ed una spada: quando si tratta di persone così giovani non deve esserci la spada”. La giustizia, avanti alla devianza minorile, non deve mostrarsi dura e punitiva, ma deve ricordarsi che si tratta dipersone nel pieno del loro sviluppo che possono, quindi, essere sempre salvate e rieducate.

“Gli atti criminali commessi dai più giovani sono inferiori di numero – spiega – ma qualitativamente più gravi rispetto a quelli commessi dagli adulti. Una ferocia descritta anche da Saviano nei suoi romanzi. Eppure – continua – è difficile che un ragazzino sia recidivo”. Secondo i dati, quindi, un minore che ha commesso un crimine ed è stato punito tende a non continuare nelle attività criminali e cerca, lui per primo, di redimersi.

Come spiega il Presidente sono tanti i sistemi per arrivare a questa rieducazione, arrivando a soluzioni estreme come l’allontanamento dall’ambiente d’origine ed al decadimento della potestà genitoriale per padre e madre. In molti di questi casi, infatti, sono proprio i genitori ad educare i figli al disprezzo della legge e ad introdurli al mondo criminale.

Il lavoro del magistrato è quello di applicare la legge, talvolta interpretandola al meglio possibile, ma, come ci tiene a rimarcare Stanziola, tale lavoro non deve dimenticare di essere umano. “Bisogna guardare negli occhi l’imputato, sempre – non bisogna mai dimenticare l’importanza di conoscerli, guardarli anche solo in un’udienza per capirli e per ricordarci che sono umani”. L’empatia è, dunque, l’unica chiave di lettura, l’unico vero strumento da utilizzare quando si decide sulla vita di qualcuno, soprattutto se questo qualcuno è un minore, fragile come cristallo.

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