Il ministro Provenzano: “Aiutare anche chi lavora a nero, al Sud si rischia il collasso sociale”

sud provenzano

Il ministro per il Sud e per la Coesione Territoriale, Peppe Provenzano, parla delle misure adottate dal governo per fronteggiare l’emergenza coronavirus da un punto di vista economico. Misure che, secondo il ministro, sono inadeguate per il Mezzogiorno.

In un lungo post su Facebook chiarisce il suo pensiero che aveva espresso in un’intervista al ‘Corriere della Sera’. Parole che erano state sintetizzate nel titolo: Il ministro Provenzano: “Dovremmo aiutare anche chi lavora in nero”.

Provenzano ha quindi ribadito il suo concetto spiegando meglio.

“Il titolo di un’intervista non fotografa un pensiero, purtroppo sempre più spesso lo deforma. Non voglio fare polemica coi giornali, provo a riproporvi il mio ragionamento e a chiarire ciò che può apparire ambiguo. Il lavoro nero è una piaga da combattere, ma esiste e non si affronta solo con la repressione. Come istituzioni abbiamo il dovere di offrire un’alternativa, altrimenti l’alternativa la offrono gli “altri”, nell’illegalità e tra le grinfie della criminalità organizzata. Ieri ne ha parlato Raffaele Cantone, in un articolo su il Mattino.

Al Sud, e non solo, dopo questa crisi, specialmente se si prolungherà, rischiamo il collasso sociale. A differenza della crisi precedente, questa volta anche i risparmi privati delle famiglie sono in gran parte erosi. La quota di sommerso che esiste – non parlo di chi sfrutta il lavoro, ma di chi è sfruttato – ha dei riflessi nell’economia emersa, nell’economia reale, a partire dai consumi. Spesso ci sono quote di lavoro irregolare anche nelle imprese regolari, penso alla filiera del turismo, e bisogna averlo presente, anche per il dopo.

Fin qui, giustamente, con il decreto Cura Italia, abbiamo offerto protezione ai lavoratori, con la cassa integrazione in deroga e siamo a lavoro per rafforzare l’intervento sugli autonomi (che non sono stati dimenticati). Tutto questo non copre fasce più vulnerabili della popolazione, che se non hanno avuto accesso al RdC sono privi di tutele. Non possiamo fare come gli struzzi, mettere la testa sotto la sabbia. Se si prolunga la crisi, l’impatto economico e occupazionale potrebbe essere persino peggiore di quello della Grande recessione, da ultimo lo dice l’Organizzazione internazionale del lavoro. Allora, avremo la necessità di rafforzare misure più universalistiche. Nell’intervista ho detto che queste misure potranno servire anche a “chi lavorava in nero”, perché anche il sommerso sarà colpito dalla crisi e, per evitare di ritrovarcelo dopo, dobbiamo costruire da subito un’alternativa, prima che lo facciano i nemici dello Stato e della legalità.

L’alternativa ovviamente si costruisce in due modi. Primo: sostenendo le imprese con una strategia industriale e rilanciando gli investimenti per creare nuovo lavoro con l’innovazione, per cui servono gli Eurobond, un piano concordato europeo e nazionale, e attuare il Piano Sud 2030 diventa ancora più attuale. Secondo: prevedendo nel corso della crisi e della transizione (che non sappiamo quanto lunga) di potenziare misure di sostegno sociale che possano arrivare a tutti. Dai precari agli autonomi in difficoltà, dai più vulnerabili ai marginalizzati. Scegliere l’universalismo significa proprio questo, scongiurare le guerre tra ultimi e penultimi.

Concretamente, sul tema sociale, che fare? Per come è l’Italia, e per come è il Sud, mi pare che si possano percorre alcune strade, ne richiamo due. La prima, senza smantellare il welfare, è estendere il RdC superando in questa fase alcuni vincoli (ad esempio il requisito patrimoniale, che lo rende in parte infruibile) e rafforzando però i controlli. Su questo punto, e su altre tipologie di lavoro e di imprese, un’interessante proposta di protezione sociale universale arriva da Fabrizio Barca e Cristiano Gori, con il Forum Disuguaglianze e Diversità. La seconda strada è una forma di sostegno alle famiglie, specialmente a quelle più numerose, che affronti il dramma della povertà minorile, qualcosa che si approssimi all’assegno unico familiare e che accompagni le altre misure di carattere sociale.

Non è una decisione, che comunque non spetterebbe solo a me. È una questione politica, da discutere nel governo, nella maggioranza, in parlamento, con le forze economiche e sociali, con la cittadinanza attiva. Ora concentriamoci a fronteggiare l’emergenza sanitaria, che è la priorità, anche al Sud, impegniamoci con responsabilità a sconfiggere il virus, facciamolo per chi con sacrificio personale è più esposto, al fronte di questa battaglia. Ma cominciamo da subito a pensare al dopo, in cui molte cose dovranno cambiare. E, senza retorica e senza ipocrisie, se vogliamo liberarci delle arretratezze, degli squilibri, delle contraddizioni e delle illegalità della nostra economia e della nostra società, è nostro dovere costruire alternative da offrire alle persone per liberarsi dal ricatto del bisogno, per liberare le proprie capacità e concorre al benessere sociale”.

 

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