Dalla Cina dispositivi anti contagio grazie a Yulin e la sua mamma

In questo periodo così particolare ci stiamo abituando a diventare diffidenti. A guardare il prossimo con sospetto. Sentiamo la mancanza degli altri, ma sappiamo di doverli tenere a distanza. Proprio in questo periodo di grande ostilità, si fa spazio la bellissima storia di Yulin Yuan.

Yulin è un ventiduenne originario Yangzhou, una città nella provincia cinese di Jiangsu. Lo scorso anno si è trasferito a Napoli, nei pressi di Piazza Garibaldi, per studiare all’Accademia di Belle Arti, trasformandosi, a poco a poco, in un “cinese-napoletano”.

Si dice innamorato della nostra città, ed è stato questo il motivo che lo ha spinto a mobilitare la sua famiglia in Cina affinché fossero inviati al Loreto Mare di Napoli dispositivi anti contagio. Tra questi, 150 tute protettive, 120 mascherine N95, 50 occhiali protettivi e 20 copri scarpe per fronteggiare lo stato di emergenza in cui si trovano i nostri nosocomi.

La mamma di Yulin, Weili Lui, è un medico e, avendo vissuto in prima persona questa drammatica circostanza ha compreso perfettamente le preoccupazioni di suo figlio. Non appena le ha detto che qui in Italia, a Napoli, i dispositivi non erano abbastanza per far fronte alla situazione, si è mobilitata per farci questo splendido dono. E noi di Vesuvio Live abbiamo intervistato l’ideatore di questa splendida iniziativa, Yulin Yuan.

Il materiale donato è già arrivato in Italia?

“Purtroppo non ancora. In questo momento, tutti i dispositivi sono ancora a Shanghai. La mia famiglia è ancora in contatto con la dogana, a causa di una nuova politica cinese che stabilisce che i materiali esportati devono soddisfare non solo gli standard del nostro paese, ma anche quelli dei paesi di destinazione.

Quasi certamente le tute non potranno passare la dogana cinese poiché non hanno la certificazione UE, anche se tutte sono a norma e utilizzate nei nostri ospedali. Mia mamma mi ha comunicato che comprerà altre 500 mascherine con la certificazione UE. Intanto teniamo le tute da parte e speriamo che questa norma si faccia meno stringente”.

Sei arrivato qui lo scorso anno e da allora non sei ancora tornato a casa. Com’è stato per te vivere questo periodo di emergenza – prima in Cina, poi a Napoli – lontano dalla tua famiglia?

“Abbastanza bene. Forse perché sono abbastanza introverso, quindi non ho sofferto la solitudine né mi sono annoiato a casa. Sto cercando di guardare il lato positivo della cosa. In questi giorni ho finalmente tempo di leggere molti libri e fare cose che mi interessano. Questa cosa mi rende abbastanza sereno”.

Vivendo qui, avrai sentito parlare dell’esodo degli studenti fuorisede e lavoratori che dal nord sono ritornati a casa, in tutto il sud Italia. Cosa ne pensi? A te è mai venuta voglia di tornare a casa?

“Si, ho sentito la notizia. A dire il vero, anche molti miei amici e compagni dell’Accademia sono tornati a casa. E, in verità, anch’io ho pensato di ritornare in Cina. Principalmente perché, vivendo dall’altra parte del mondo, non ho molto tempo per stare con la mia famiglia, e sarebbe stato molto bello rivederli e passare del tempo con loro. Mia mamma, però, non era d’accordo. Mi ha detto che viaggiare, in questo periodo, è troppo pericoloso per me e per gli altri. Quindi, abbiamo deciso che sarebbe stato più saggio restare a Napoli”.

Yulin, questo poco c’entra con la tua splendida iniziativa. Come mai hai scelto Napoli per proseguire i tuoi studi all’estero?

“Principalmente perché c’è l’Accademia, che è una delle più antiche e prestigiose d’Italia. E poi perché c’è il mare, che è meraviglioso. È veramente bella come avevo immaginato alcuni anni fa. Il sole, i richiami dei gabbiani che mi rilassano molto…”

Mi hai raccontato che, nonostante questo, sei stato anche vittima di episodi di discriminazione. Eppure hai deciso comunque di fare questo meraviglioso gesto per tutta la nostra comunità. Come mai?

“Si, è vero. Sono stato molestato molte volte, soprattutto nell’ultimo mese. In questo periodo, in particolare, ogni volta che uscivo mi capitava qualcosa di brutto. Non so bene perché. Forse perché sembro un ragazzino molto mite o per la zona in cui vivo. Ma onestamente, sono convinto che queste persone rappresentino solo una piccola minoranza. Io qui mi trovo benissimo, ci sono tantissime persone che mi trattano bene e io, a mia volta, non posso che volergli bene. È questo il motivo che mi ha spinto a fare questa cosa. Nel mio piccolo, volevo aiutare questa città che mi ha accolto”.

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