Covid, il lockdown non uccide il virus: a cosa serve e perché il primo non è bastato

Nelle ultime settimane si sente nuovamente parlare della necessità di indire un nuovo lockdown, soprattutto in aree a rischio come Napoli. L’esperienza di marzo evidentemente non è servita, iniziano ad emergere falle ed errori che hanno compromesso una serena convivenza col virus. Dunque è lecito chiedersi: a cosa dovrebbe servire una nuova chiusura se la prima non ha funzionato del tutto?

Come dichiarava Ernesto Brugio, nel corso di un’intervista a Radio Capital risalente al mese di aprile: “Il lockdown non serve a uccidere il virus ma a rallentare la diffusione dell’infezione e a permettere al sistema sanitario di organizzarsi.”

Dunque, è del tutto erroneo pensare che il lockdown di per sé possa arginare completamente il contagio. Del resto, dalla politica alla scienza, tutti gli esponenti erano concordi sulla previsione di una seconda ondata, divenuta reale in questi ultimi mesi.

La chiusura generalizzata della scorsa primavera ha richiesto enormi sacrifici da parte dei cittadini. Questi ultimi, nonostante le ricadute fisiche, economiche e psicologiche, si sono distinti per senso di responsabilità e correttezza. E in effetti i risultati si sono visti: la curva epidemiologica, giorno per giorno, toccava cifre sempre più basse.

Un po’ come è successo a Wuhan, epicentro della pandemia. Eppure lì, come documentato da Roberta Rei de “Le Iene”, i cittadini sono ritornati alla vita normale ed il lockdown adesso è soltanto un brutto ricordo. Situazione del tutto differente dalla nostra, forse da ricercare nelle diverse misure messe in campo.

Qui da noi, nonostante gli sforzi decantati dai vertici politici, probabilmente il passaggio dal lockdown al “liberi tutti” non è avvenuto nel migliore dei modi. L’apertura delle frontiere, i mancati tracciamenti, i controlli assenti non hanno fatto altro che favorire la diffusione del virus. Più che pensare a bonus vacanze e banchi con le rotelle, per citarne qualcuna, andava rafforzato il sistema di tracciamento e il comparto sanitario, attualmente al collasso.

Il lockdown doveva servire per prepararci alla seconda ondata e alla convivenza con un virus che non ci avrebbe lasciato dall’oggi al domani. La strategia cinese si è basata sulle tre T: testare, tracciare, trattare. Un sistema di controllo capillare di tutti i positivi e di ogni loro contatto.

Nel nostro caso, ancora oggi nel pieno dell’emergenza, il sistema di tracciamento si rivela carente. Più persone lamentano i ritardi dell’Asl nell’effettuare tamponi e comunicare gli esiti. Per non parlare dei contatti dei positivi che spesso non vengono nemmeno contattati e continuano a circolare liberamente. La sanità è al collasso, si cerca personale in ogni dove: anche questa una mossa da poter preventivare e anticipare nei mesi di chiusura.

Dunque, all’ombra di un nuovo lockdown viene da chiedersi se il sacrificio dei cittadini stavolta sarà ricambiato con misure idonee, per non rendere vano questo ulteriore sforzo.

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