Giornalista di La7 aggredita nel quartiere ebraico di Gerusalemme: “Mi dicevano ‘donna di facili costumi'”
Ott 07, 2026 - Francesco Pipitone
Elena Testi di La7 aggredita a Gerusalemme
Costretta a indossare un velo e una gonna sopra i pantaloni per poter proseguire il collegamento in diretta. È accaduto a Elena Testi, giornalista di La7 e inviata di Tagadà, aggredita il 5 ottobre a Mea Shearim, quartiere haredi di Gerusalemme, mentre era al lavoro per raccontare la vigilia delle elezioni israeliane del 27 ottobre.
L’episodio ha una particolarità che lo rende politicamente scomodo: a imporre il copricapo a una giornalista europea non è stato un regime teocratico islamico né un gruppo jihadista, ma un gruppo di residenti appartenenti ad una forma particolarmente conservatrice dell’ebraismo, nel cuore di una città che lo Stato d’Israele rivendica come propria capitale.
Che cosa è successo a Mea Shearim
Secondo il racconto fatto dalla stessa Testi in collegamento con la conduttrice Tiziana Panella, la tensione è esplosa quando alcune persone hanno iniziato a lanciare vetri contro la polizia. Gli abitanti non gradiscono la presenza delle forze dell’ordine israeliane nel quartiere. Una parte di essi non riconosce lo Stato d’Israele, un’altra parte invece è decisiva nel sostegno al governo di Netanyahu.
A quel punto la rabbia si è rivolta contro la giornalista e chi era con lei, giudicati non vestiti in modo decente. «Mi hanno iniziato a insultare, mi hanno tirato oggetti addosso», ha riferito Testi, precisando che uno l’ha colpita all’orecchio. Le sono stati rivolti ripetuti insulti, tra cui l’accusa di essere una donna di facili costumi.
Velo e gonna nella “unica democrazia del Medio Oriente”
Per poter continuare il servizio, l’inviata ha dovuto coprirsi il capo e indossare una gonna sopra i pantaloni. In onda ha mostrato il quartiere alle sue spalle, con ancora i frammenti di vetro sulle strade e una bandiera palestinese esposta su un edificio. «Sono donna e per quanto io sia coperta, non è abbastanza per loro», ha detto. La giornalista ha poi aggiunto di non essersi mai trovata, in tutta la sua carriera, nella condizione di doversi coprire. Un dettaglio non secondario, considerando che Testi frequenta Israele da anni come inviata e ha dedicato al Paese un recente saggio, Genesi, sull’ascesa dell’estrema destra israeliana.
Da decenni Israele si presenta come l’unica democrazia del Medio Oriente, e nel dibattito pubblico occidentale la sua società viene spesso contrapposta a quella islamica proprio sul terreno dei diritti individuali e delle libertà delle donne. L’immagine di una giornalista costretta a cambiare abito per lavorare, a poche centinaia di metri dalla Città Vecchia, mette in crisi questa semplificazione. Il punto, più che nell’episodio in sé, sta in ciò che rivela: l’esistenza di enclave in cui l’autorità statale è respinta e le regole valgono solo fino all’ingresso del quartiere. Uno Stato che rivendica la propria superiorità morale sulla base dei diritti deve garantirli ovunque, anche dove farlo è politicamente costoso.
