Carinola, prete va in carcere per la messa ma ha con sé 9 cellulari: fermato dalla polizia

Un sacerdote, che ieri mattina si è recato nel carcere casertano di Carinola per la messa domenicale riservata ai detenuti, è stato bloccato dalla Polizia Penitenziaria che l’ha trovato in possesso di ben 9 cellulari (8 micro telefoni e uno smartphone) nascosti in alcune buste di tabacco. Secondo quanto rende noto l’Uspp, l’Unione dei Sindacati di Polizia Penitenziaria, interpellata dall’Ansa, sull’accaduto è ora in corso un’indagine dell’autorità giudiziaria.

Nelle buste di tabacco, insieme con i telefoni cellulari, gli agenti della polizia penitenziaria hanno anche trovato altrettanti caricabatteria e cavetti usb. L’istituto di pena casertano di Carinola ospita circa 500 detenuti cosiddetti di “media sicurezza”.

L’episodio evidenzia ancora una volta la necessità di dotare la Penitenziaria di strumenti tecnologicamente avanzati, anche in grado di schermare gli istituti di pena, per contrastare questo fenomeno“. Così, Moretti e Ciro Auricchio, presidente e segretario regionale dell’Uspp, commentano la notizia del sacerdote fermato dalla polizia penitenziaria nel carcere di Carinola (Caserta) nel quale stava cercando di introdurre nove cellulari.

Grazie agli sforzi finora profusi – continuano i due sindacalisti – la Polizia Penitenziaria, malgrado i turni massacranti e le scarse risorse, riesce comunque ad arginare i tentativi fraudolenti di introduzione sia di telefonini sia di droga, evitando così gravi ripercussioni per l’ordine e la sicurezza interna. Complimenti ai colleghi del carcere di Carinola”.

E ancora i due sindacalisti commentano: “Ieri c’è stato anche un tentativo di evasione di due detenuti, nel carcere di Bellizzi Avellino, che intendevano darsela a gambe attraverso un foro. Per fortuna gli agenti sono riusciti a sventare anche questo episodio a testimonianza della grande professionalità della polizia penitenziaria della regione Campania”.

Diversi sono stati gli episodi simili avvenuti in questi mesi di pandemia in cui anche le visite dei familiari ai detenuti sono state bloccate per via di possibili contagi. Marta Della Corte, figlia di un vigilante ucciso a Piscinola nel 2018, qualche mese fa denunciò l’assassino del padre poiché possedendo un tablet per comunicare con la famiglia, aveva inviato delle foto ad un’emittente televisiva tramite Whatsapp.

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