Omofobia, lo sfogo di Pierpaolo: “Essere chiamato ricc***ne a 33 anni fa ancora male”

L’omofobia e l’ignoranza vanno a braccetto, anche se siamo nel 2021. Se episodi di violenza, verbale e fisica, contro chi “è diverso” – ma di verso da chi? – si manifestano nelle grandi città, l’ignoranza della provincia è ancora più accentuata. Pierpaolo Mandetta ieri in un lungo sfogo sul suo profilo facebook ha raccontato proprio questo, la frustrazione, la rabbia e la delusione di sentirsi chiamare “ricc***ne” a 33 anni da dei ragazzini.

Pierpaolo è uno scrittore di romanzi e contadino al sud, precisamente nelle vicinanze di Capaccio Paestum, e la sua unica “colpa” è quella di essere gay. Essere gay in provincia non è facile, sin da quando si è ragazzi bisogna fare i conti con la chiusura mentale della gente che ti parla alle spalle e ti prende in giro.

Gli anni della scuola sono i più difficili, sei sempre preso di mira e ti senti un pesce fuor d’acqua, e quelle cicatrici ti restano a vita, anche se sei un trentenne.

Quella parola urlata da quei ragazzini ha fatto tornare nella mente di Pierpaolo tutti i brutti ricordi del passato portandolo a sfogarsi sui social e postando una sua foto in lacrime. Tanti i messaggi di affetto e comprensione da chi gli vuole bene ma anche da chi di Pierpaolo Mandetta non sapeva nemmeno l’esistenza.

Non mi chiamavano ricchion* da quando frequentavo le scuole superiori, e oggi, a 33 anni, è successo proprio per mano di ragazzi di quell’età. Non li chiamerò bambini o ragazzini, come a sminuire la cosa o ad attenuarla, perché a quindici o sedici anni non sei un uomo, ma un minimo di educazione civile devi averla.

Ieri, intorno alle 17:30, stavo lavorando nel Podere con un amico, ed è passato di fronte al casale un branco di sei ragazzi sui motorini. Passano sempre, ogni pomeriggio, con due cani sciolti, uno nero e uno marrone, ma in genere sono un paio di loro che arrivano fin lì. Stavolta c’era tutta la comitiva.

Pensando che io fossi in casa e quindi di non essere visti, uno di loro ha urlato “ricchion*”. Poi si sono accorti che invece ero nel parco e che li avevo riconosciuti, così hanno accelerato e sono usciti dalla campagna. Penso siano tutti figli delle famiglie del Cafasso, il borgo di Capaccio Paestum in cui è situato il Podere.

Non li conosco, non posso sapere se le loro famiglie sono di brave persone che non immaginano di avere figli di merda o se siano delle merde anche i genitori. Ma una cosa la so: credevo che non facesse più male. Di averla superata. Di essere un uomo che ha trasformato quei ricordi in cicatrici e che capisce che là fuori ci sono persone crudeli, bisogna solo resistere. Invece non è così.

Ho fatto finta di niente, ho chiuso gli attrezzi nel capanno, sono salito in macchina per tornare a casa e quando ho messo in moto sono scoppiato a piangere. Come se non fosse passato un giorno da quei tempi in cui quei ragazzi di quindici e sedici anni mi chiamavano ricchion* a scuola e mi rovinavano per sempre la vita. Come se avessi ancora paura, e adesso so che è così. Ho ancora paura del mondo.

Io so perfettamente cosa vuol dire essere gay in un paese di provincia. Discorsi sull’orgoglio e sul combattere vanno a farsi fottere quando intorno a te hai persone che fanno in modo che tu sia socialmente evitato, escluso o chiacchierato, o quando hai intorno uomini, padri di famiglia, che fanno della virilità un vangelo e conservano il fucile nel garage, per risolvere i problemi.

So perfettamente che tante persone diranno cose del genere alle mie spalle, che penseranno che io faccia schifo e va benissimo. A me non interessa niente di avere il rispetto degli sconosciuti o l’accettazione da gente orribile. Ma di certo non posso sopportare di essere insultato a 33 anni, di provare di nuovo paura nel posto che diventerà la mia casa e mi darà un lavoro. Non posso essere colpito al cuore nel posto in cui vorrei sentirmi più al sicuro.

Pubblico questa foto senza vergogna, non importa se così mi rendo vulnerabile o ridicolo, perché ripeto che non è una questione di forza, di lotta o resistenza. Fa male e basta. È una violenza e non è giusto. E la pubblico affinché chi li conosce capisca il dolore che possono causare dei ragazzi di quell’età. Perché se lo fanno a me, vuol dire che lo faranno anche a scuola, e magari stanno distruggendo l’adolescenza a qualcuno come successe ai miei tempi“.

 

Non mi chiamavano ricchion* da quando frequentavo le scuole superiori, e oggi, a 33 anni, è successo proprio per mano di…

Pubblicato da Pierpaolo Mandetta su Lunedì 22 febbraio 2021

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