Agerola. Un magnifico sito di archeologia industriale

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Per chi volesse approfondire la conoscenza delle proprie radici e diffondere socialmente il patrimonio storico che il napoletano possiede, tra sentieri a strapiombo sul Tirreno e aria incontaminata, dovrebbe fare una capatina ad Agerola.

Agerola è incredibilmente ricca di sorprese, possiede un patrimonio storico, artistico, archeologico, naturale incredibile. Ancor di più incredibile appare il fatto che tutto sembra concentrarsi in uno spazio limitato e che per questa cruna sia passato il mondo, la storia del mezzogiorno unito e racconti d’oltreoceano.

Agerola tra le tante cose vanta percorsi di archeologia molto interessanti, soprattutto perché si tratta di quella di tipo industriale. Quest’ultimo ci permette di capire meglio i luoghi, perché spesso e nelle forze produttive e nelle loro realtà che troviamo la possibilità di restituire identità e culture dal passato.

Il sito si chiama “La Fabbrica di polvere di Ferdinando De Martino”, e ci permette di guardare allo sforzo industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie per quello che era e cioè non solo il terzo regno più industrializzato della prima metà dell’Ottocento, ma anche quello che aveva sviluppato più soluzioni integrate tra industria, ambiente, storia, cultura.

In base alle fonti di ricerca, di studio, e ai reperti sappiamo che l‘opificio agerolese trattava la produzione di polvere da sparo e preparati contigui, sfruttando arti risalenti addirittura ai tempi d’oro del Ducato di Amalfi. La storia della produzione della polvere da sparo sarebbe un tema molto interessante per un progetto di ricerca universitario, anche perché è soprattutto per il suo importante monopolio nel Mediterraneo che ad esempio la Gran Bretagna partecipò all’invasione delle Due Sicilie con con il Regno di Francia, i Savoia e i garibaldini.

Come un rudere abbandonato nella località Fiobana si definisce la fabbrica, raggiungibile dal sentiero dell’Alta Valle del Penise che inizia dall’Inserrata della frazione agerolese di Campora. L’isolamento, la possibilità di sfruttare la forza idraulica del Penise, la presenza di tradizioni produttive di salnitro e carbone, i giacimenti piroclastici di potassio, la grande disponibilità di pascoli per la produzione di letame, la collocazione commerciale strategica più interessante (infatti il Valico di Sant’Angelo a Jugo si agganciava allo snodo centrale da mulattiere dell’Inserrata, il quale collegava la bassa Costiera amalfitana con l’Alta e Napoli) portarono all’innalzamento dell’attività.

Grazie alle famiglie imprenditoriali dei De Martino e dei De Stefano l’esperienza industriale visse a cavallo tra i due secoli più interessanti dal punto di vista del genio meridionale (la fabbrica però fu attiva fino agli anni ’80 del Novecento), producendo polvere da sparo e da mine con avallo reale.

Trasferendosi dalla località San Bernardino di Ponte alla località Fiobana, l’opificio ebbe la possibilità di intensificare la produzione grazie alla maggiore forza delle acque (che a ponte era garantita solo da due mulini).

Dalla seconda metà dell’Ottocento i De Stefano produssero le polveri con zolfo e salnitro Jengo proveniente da Porta Capuana a Napoli, ma per il carbone si avvalsero delle maestranze paesane (le quali lo realizzarono dalla combustione controllata del Nocciolo selvatico del Nord-est agerolese). La capacità produttiva corrispondeva a 20-30 quintali l’anno, sia perché la produzione era stagionale, sia perché per il resto dell’anno in funzione solo su prenotazione. I metodi produttivi integravano forme alchemiche e moderne, tra cui quelle delle stato umido nei mortai, quelle di miscela dei componenti in un unica fase, setacci e macinazione idraulica.

Il ciclo produttivo era scaglionato in selezione delle giuste quantità della materia prima, miscelazione nei mortai e nelle macine ad acqua con l’utilizzo di ruote idrauliche, estrazione e frantumazione della pasta umida, setaccio meccanico e a mano a più carature, asciugatura naturale ed artificiale, pesatura, confezionamento.

La complessità dei processi, la qualità del manufatto, e la numerosità delle lavorazioni e maestranze messe a consorzio lasciano intendere un eccellente sviluppo della meccanica applicata e della logistica, elementi che decisero l’esistenza di un ben strutturato tessuto manifatturiero sui Monti Lattari.

Il Napoletano agerolese ci sorprende sempre di più e va valorizzato, e sicuramente è un patrimonio tutto da scoprire e da visitare nella stagione estiva.

 

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