Guerra Medio Oriente: la storia dei palestinesi uccisi e sfollati che i media ignorano

La recente crisi in Libano ha risollevato l’attenzione sulla disastrosa situazione in Medio Oriente, dove uno stato di conflitto permanente regna da anni, lontano dalle cronache di giornali e telegiornali, che voltano la faccia dinanzi alle accorate suppliche di quelle genti. Per spiegare il presente, però, bisogna fare un passo indietro nella storia di quella regione, a partire dalla Prima Guerra Mondiale.

Partiamo dal principio. Durante la prima guerra mondiale gli Alleati combattono contro gli Imperi Centrali di cui fa parte uno stato molto potente: l’Impero Ottomano. Per poter scardinare l’enorme potenza del governo di Istanbul sono costretti a chiedere aiuto alla popolazione araba locale (Accordo Sykes-Picot), promettendo loro, al termine della guerra, la creazione di uno stato unitario prettamente arabo. La guerra termina, gli alleati vincono, ma lo stato promesso non nasce, al suo posto emergono una serie di piccole nazioni (Siria, Iraq, Giordania) facenti rispettivamente parte delle sfere d’influenza inglesi e francesi, con un primo nucleo ebraico nella zona storicamente denominata “Palestina” (non che gli ebrei non fossero già presenti in quelle zone sotto forma di piccole comunità autonome, o semplicemente integrati nella società araba).

Il sogno della “Grande Arabia” si consuma  nella disillusione, e solo dopo la seconda guerra mondiale gli Europei lasciano la zona, anche se ormai i confini sono fatti. Emerge uno stato di Israele accusato di essere un “pugnale” nel Medio Oriente, e il mondo Arabo entra in crisi.

L’idea della Grande Arabia non è stata del tutto abbandonata, e nel 1958 Siria ed Egitto tentano di unirsi in quella che verrà chiamata “Repubblica Araba Unita”, un tentativo di “realizzare il sogno” attraverso l’ideologia (di stampo socialista) che passerà alla storia con il termine di baatismo (da Ba’th, in arabo “Risorgimento”).

L’unione fallisce, e in Siria sale al potere Hafiz al-Assad, leader siriano del Partito Ba’th, che inizia la sua politica in netta contrapposizione con il vicino Saddam Hussein, leader dell’Iraq. La Siria “si appoggia” politicamente all’Unione Sovietica, frattanto che Israele, reduce della schiacciante vittoria nella “guerra dei sei giorni”, si allinea con gli Stati Uniti, in un clima di Guerra Fredda che spezza il Medio Oriente.

Scoppia la guerra del Kippur e le truppe di Peacekeeping dell’ONU giungono sul territorio per sedare l’asprissimo conflitto tra Egiziani e Siriani contro Israele. In questo frangente emerge l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) e la celeberrima Hamas (1987). In Siria al-Assad padre muore, e sale al potere suo figlio, Bashar al-Assad. Si avvia un processo di modernizzazione della Siria, e le opposizioni vengono severamente represse dallo stato centrale.

Inizia la “Primavera Araba”, che investe tutto il Medio Oriente e gran parte del Nord Africa. In Libia sale al potere Mu’ammar Gheddafi, in Egitto, invece, viene destituito Hosni Mubarak e in Siria, il presidente Bashar al-Assad reprime con la violenza la rivolte, dando vita alla guerra civile.

In Palestina la situazione rimane incerta. C’è da dire che in questi anni, come già detto, si sono formati due schieramenti palestinesi. Fatah (sinistra nazionale), storica rappresentane dell’OLP, e Hamas (nazionalismo islamico). La striscia di Gaza diviene nuovo scenario di guerra, controllata in modo predominante da Hamas, che, a differenza di Fatah, non accetta compromessi con Israele. Colloqui tra il capo di stato israeliano Abu Mazen e i vertici di Hamas terminano in un reciproco scambio di bombardamenti, che spingono Israele a chiudere i confini con la striscia di Gaza (e con essi i rifornimenti, dacché la popolazione della zona è totalmente dipendente dallo stato di Israele), ancora una volta le vittime sono civili, con migliaia di morti e centinaia di migliaia di sfollati.

Ma per chiarire il punto, bisogna soffermarsi sulla Siria: il paese si divide dopo gli sconvolgimenti della Primavera Araba in tre partiti, il governo laico di Bashar al-Assad (supportata da Cina, Iran e Russia), l’Opposizione (supportata da Turchia, Stati Uniti, Francia, Arabia Saudita), le sezioni estremiste, Al-Nusra e l’ISIS.

L’ISIS (acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e della Siria) è ufficialmente un’organizzazione jihadista salafita il cui scopo è la creazione di uno unitario fondamentalista, tramite la dichiarazione (avvenuta nel 2014) di un “califfato” che comprende tutte le aree controllate militarmente dall’organizzazione. L’ISIS è un’organizzazione estremista condannata da molti esponenti del mondo arabo proprio a causa dei suoi “principi”, in netto contrasto con la religione islamica e con quanto scritto nel Corano. Lo “stato islamico” è salito alla ribalta dei media internazionali anche in virtù dei numerosissimi attentati terroristici, tra i più celebri quelli in Francia, al teatro Bataclan (137 morti) e alla sede di Charlie Hebdo, capace di generare clamore mediatico di stampo internazionale.

Non meno importanti devono essere, tuttavia, le vittime civili in Siria.

Secondo l’Osservatorio dei diritti umani le vittime dall’inizio del conflitto sono 465mila, la popolazione in fuga dalla Siria si conta intorno ai 5 milioni, gli sfollati interni 6,3 milioni, le persone in necessità di assistenza umanitaria oltre 13 milioni. Un disastro epocale che rettifica i termini di “guerra civile” in “conflitto aperto”.

Ugualmente tragica è la situazione in altri scenari di guerra del mondo arabo, come quello Libico, dove si registrano tra i 5.000 e 8.000 morti, tra combattenti e civili (dati 2014-2015) e oltre 400mila sfollati. In Egitto i morti dalla Primavera Araba non sono stati registrati, ma le infiltrazioni dell’ISIS in Libia e nel Sinai rischiano di far sprofondare il paese in una nuova guerra civile. Del conflitto israelo-palestinese si parla di 91mila “arabi” morti e circa 23mila israeliti, tra quelli registrati, senza contare le numerose morti civili non indicizzate, e le centinaia di migliaia di sfollati palestinesi. In soli 51 giorni di guerra nell’estate del 2014 gli scontri tra Hamas e Israele causarono 2.136 morti palestinesi (gran parte dei quali civili) e 69 israeliani.

Il bollettino di guerra è impreciso e farcito di mancanze, di morti dimenticati, di atrocità ignorate. Dei conflitti nel mondo arabo (in particolare Siria e Palestina/Israele) si parla poco e mal volentieri, con un piglio di indifferenza che seppellisce le accorate suppliche delle popolazioni di quelle aree, stanche del conflitto e delle atrocità della guerra, oltre che indifferenti ai giochi di potere della geopolitica.

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