Il Senato salverà Salvini dal processo: il leader della Lega come Craxi e Andreotti

Matteo Salvini

Il popolo del Movimento 5 Stelle sta dalla parte del governo e di Matteo Salvini. Ieri, infatti, si sono concluse le votazioni sulla piattaforma Rousseau: quasi il 60% degli scritti si è dichiarato contrario all’autorizzazione a procedere nei confronti del leader della Lega. Una decisione che, di fatto, salva il governo ma che potrebbe spaccare ulteriormente il Movimento 5 Stelle. A meno di clamorosi colpi di scena, il Senato negherà l’autorizzazione a procedere.

Ricordiamo che, tale decisione, è disciplinata dalla Costituzione nell’articolo 68, ovvero quella serie di prerogative che viene sinteticamente riferita all’immunità parlamentare. Vale il cosiddetto principio dell’inviolabilità: ovvero, il divieto di arrestare, perquisire o sottoporre a limitazioni della libertà personale un parlamentare in assenza di una specifica autorizzazione della Camera a cui appartiene. Nel caso di Salvini, il Senato.

L’immunità parlamentare è un principio voluto dai nostri padri costituenti. Essenzialmente, vale la regola della separazione dei poteri: quello politico e quello giudiziario, che non possono in alcun modo interferire. Teoricamente, senza l’immunità parlamentare, un politico potrebbe essere perseguito o ricattato per le sue idee ed attività. La norma, quindi, non nasce affatto come privilegio, bensì come forma di tutela per il parlamentare. Politica e magistratura, di fatto, non possono interferire tra loro.

Quello del voto delle due Camere non è una novità nella politica italiana. Si ricordi, ad esempio, le 27 inchieste bloccate dai parlamentari nei confronti di Giulio Andreotti. La magistratura indagò il 7 volte presidente del Consiglio su alcuni dei grandi scandali e misteri della storia italiana: Piazza Fontana, lo scandalo petroli e le sue morti misteriose, Sindona, le tangenti Lockheed, la P2. Il Parlamento ha sempre negato l’autorizzazione a procedere.

Così è accaduto anche per Bettino Craxi. Il 29 aprile del 1993 la Camera salvò l’ex segretario del Psi, coinvolto nell’inchiesta di Mani Pulite: fu negata, infatti, l’autorizzazione a procedere. Di fatto, quella data viene considerata come la “morte” della Prima Repubblica, sotterrata dallo scandalo di Tangentopoli.

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