Netanyahu rifiuta il piano di Trump per Gaza: Israele vuole ancora la guerra

Netanyahu in un incontro con Trump


Netanyahu ha respinto il piano in 15 punti proposto dagli Stati Uniti per Gaza, dichiarando che le forze israeliane non si ritireranno finché Hamas non sarà “genuinamente disarmato”. Una scelta che arriva dopo mesi di massacri: dall’inizio dell’a guerra’invasione, nell’ottobre 2023, Israele ha ucciso oltre 73.300 palestinesi a Gaza, e anche dopo il cosiddetto “cessate il fuoco” mediato dagli Stati Uniti nell’ottobre 2025 ha continuato a colpire la Striscia, uccidendo altri 1.200 palestinesi secondo il ministero della Salute di Gaza. Numeri che raccontano, meglio di qualunque dichiarazione diplomatica, la natura di una guerra che osservatori, giuristi e la stessa opinione pubblica internazionale definiscono ormai apertamente genocidaria.

Il piano, elaborato dal Board of Peace creato da Trump e avallato dalla risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, prevedeva un percorso graduale: disarmo di Hamas in cambio del ritiro completo dell’esercito israeliano e del passaggio del governo a un Comitato Nazionale Palestinese, sostenuto da una forza internazionale di stabilizzazione. Un impianto già, di per sé, sbilanciato a favore delle richieste israeliane, come sottolinea l’analista politico Xavier Abu Eid: fin dall’inizio il piano guardava più a soddisfare gli interessi di sicurezza di Israele che il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese. Eppure anche questa proposta minima, che non menziona in alcun modo la giustizia per i palestinesi né la fine dell’occupazione, non è bastata a Netanyahu.

Un rifiuto scritto sulla pelle di Gaza, tra macerie e cadaveri

Mentre a Tel Aviv si discute di percentuali di disarmo e tempistiche di ritiro, a Gaza le squadre di soccorso continuano a scavare tra le macerie degli edifici distrutti: solo nei giorni scorsi sono stati recuperati 19 corpi dai resti di un palazzo raso al suolo. È questo il contesto reale in cui matura il “no” di Netanyahu: non un dettaglio tecnico-diplomatico, ma l’ennesima proroga di una devastazione sistematica di un intero popolo, delle sue case, dei suoi ospedali, della sua stessa possibilità di sopravvivere.

Netanyahu ha parlato di “disarmo vero, non fittizio”, una formula che gli permette di fissare un’asticella impossibile da raggiungere e di continuare a giustificare l’occupazione militare a tempo indeterminato. Nel frattempo, secondo quanto riportato da Al Jazeera, l’esercito israeliano prosegue nei raid e negli arresti in Cisgiordania, con decine di città e villaggi presi d’assalto, abitazioni demolite e coloni che agiscono nella sostanziale impunità garantita dalle stesse forze armate che dovrebbero, sulla carta, proteggere la popolazione civile palestinese. Due fronti, Gaza e Cisgiordania, che raccontano la stessa strategia: l’uso sistematico della forza contro un popolo intero, in un disegno che va ben oltre la legittima difesa più volte invocata da Israele.

Il vero calcolo dietro il rifiuto: le elezioni di ottobre

A spiegare le reali motivazioni di questa scelta non sono analisi geopolitiche complesse, ma un calcolo elettorale piuttosto elementare. Come osserva l’ex diplomatico israeliano Alon Pinkas, Netanyahu ha bisogno di una “guerra perenne”: con le elezioni fissate per il 27 ottobre e i sondaggi che lo danno in costante calo, il premier israeliano avrebbe scelto di sfidare Trump calcolando che il rischio politico sia, per lui, sostanzialmente nullo. Una strategia cinica che antepone la sopravvivenza politica personale alla fine di un massacro che dura da quasi tre anni.

Anche voci interne allo stesso establishment israeliano criticano apertamente questa linea. L’analista Dan Perry, ex capo dell’Associated Press per Europa, Africa e Medio Oriente, ha definito la mossa di Netanyahu disallineata rispetto a quello che vorrebbe davvero la popolazione israeliana, se comprendesse pienamente la situazione, sottolineando come un accordo dichiarato di disarmo dovrebbe essere accolto positivamente, senza continuare a contrapporre artificialmente sicurezza israeliana e fine del disastro umanitario a Gaza. Parole che certificano come il proseguimento della guerra sia oggi, più che una necessità di sicurezza, una scelta politica deliberata di una leadership che sui palestinesi ha costruito la propria sopravvivenza.


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