Sanità, il Governo taglia 18,8 miliardi di euro. La Campania è la regione che riceve di meno

Giorgia Meloni


Il Servizio sanitario nazionale continua a garantire risultati complessivi buoni, ma fatica sempre di più a offrire le stesse prestazioni, con la stessa rapidità, a tutti i cittadini. È la fotografia scattata dal 9° Rapporto della Fondazione Gimbe, presentato il 7 ottobre, che parla di 18,8 miliardi di “tagli invisibili” tra il 2023 e il 2026.

Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una visita o a un esame, per i tempi di attesa troppo lunghi o per ragioni economiche. Nel 2025 le famiglie hanno speso 42,4 miliardi di euro per curarsi. E per il triennio 2027-2029 la Fondazione prevede un divario di 32,3 miliardi tra la spesa sanitaria attesa e le risorse disponibili.

Che cosa sono i “tagli invisibili”

Il Fondo sanitario nazionale è cresciuto in valore assoluto: dai 125,4 miliardi del 2022 ai 142,9 previsti per il 2026, circa 17,5 miliardi in più. Gimbe parla però di “tagli invisibili” perché confronta il finanziamento con la ricchezza prodotta dal Paese. Nel 2022 il Fondo valeva il 6,27% del Pil; dal 2023 la quota è scesa intorno al 6%, con una risalita al 6,14% prevista per il 2026. Se la percentuale fosse rimasta ferma al 6,27%, secondo i calcoli della Fondazione la sanità pubblica avrebbe ricevuto 18,8 miliardi in più.

Tenendo conto dell’inflazione, sempre secondo Gimbe, il finanziamento del 2026 è tornato al livello del 2010. Il confronto internazionale non aiuta: nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è stata pari al 6,2% del Pil, contro il 7,1% della media Ocse. In termini pro capite, a parità di potere d’acquisto, sono 3.952 dollari, 909 in meno della media Ocse, e l’Italia risulta ultima tra i Paesi del G7.

Rinunce alle cure e divari tra Regioni

Nel 2024 il 9,9% della popolazione, pari a 5,8 milioni di persone, ha dichiarato di aver rinunciato almeno a una prestazione, contro il 7,6% del 2023. Circa quattro milioni hanno indicato i tempi di attesa, 3,1 milioni le ragioni economiche: i due gruppi possono sovrapporsi. Per il presidente della Fondazione, Nino Cartabellotta, chi può paga, mentre chi non può aspetta o rinuncia.

Pesano anche le differenze territoriali. La mobilità sanitaria, riferita al 2023, ha toccato 5,15 miliardi di euro, il livello più alto dal 2010. Nel 2024 18 tra Regioni e Province autonome su 21 hanno superato la verifica sui Livelli essenziali di assistenza, contro 13 dell’anno precedente, ma sei di queste restano appena sopra la sufficienza in almeno un settore. Nel riparto del Fondo del 2025 la media è stata di 2.218 euro per abitante, con la Campania a 2.173 euro, la quota più bassa tra le Regioni a statuto ordinario, anche perché è la più giovane d’Italia. Gimbe contesta che criteri come povertà e mortalità precoce incidano troppo poco.

Dal 2027 un buco da 32,3 miliardi

Il Documento programmatico di finanza pubblica approvato il 2 ottobre prevede che la spesa sanitaria cresca in valore assoluto, da 148,8 miliardi nel 2026 a 151,7 nel 2027, 155,6 nel 2028 e 160 nel 2029. Il suo peso sul Pil, però, dovrebbe scendere dal 6,4% al 6,3% e fermarsi lì fino al 2029.

Confrontando queste cifre con le risorse già programmate nel Fondo sanitario, Gimbe stima un divario di circa 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 nel 2028 e 14 nel 2029, per un totale di 32,3 miliardi. Per colmarlo, avverte la Fondazione, le Regioni saranno costrette ad alzare le tasse o a tagliare i servizi.

Medici e infermieri: il problema non è il numero

L’Italia non ha pochi medici in assoluto: secondo i dati Ocse ne conta 5,8 ogni mille abitanti, contro una media di 4. Ma almeno 88.258 dei 339.256 medici censiti, il 26,1%, non lavorano nel Servizio sanitario nazionale. La carenza si concentra in specifici territori e ambiti: al 1° gennaio 2025 Gimbe stima che manchino 5.716 medici di medicina generale e 497 pediatri di libera scelta.

Più netto il quadro per gli infermieri: 6,9 ogni mille abitanti contro i 9,7 della media Ocse, il 29% in meno, e 1,2 infermieri per ogni medico a fronte di una media di 2,4. Si laureano 19,5 infermieri ogni 100mila abitanti, meno della metà della media Ocse (43,6), e le retribuzioni ospedaliere, corrette per il potere d’acquisto, sono inferiori del 27%.

La spesa privata e il “secondo binario”

Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva è stata di 190,1 miliardi di euro: circa 140,8 miliardi pubblici, 42,4 pagati direttamente dalle famiglie e quasi 7 attraverso assicurazioni, fondi e altri intermediari. La spesa out-of-pocket è lievemente calata (meno 1%, circa 434 milioni), mentre i pagamenti coperti da fondi e assicurazioni sono cresciuti del 10,1%. Le sole assicurazioni volontarie sono salite da 4,69 a 5,29 miliardi, più 12,7%.

Cartabellotta parla di un “secondo binario” della sanità, accessibile soprattutto a chi può permetterselo: la spesa tracciata nelle strutture private non accreditate è passata da 3,05 miliardi nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024, più 169%. Gimbe invita a leggere il dato con cautela: chi rinuncia a una visita per mancanza di soldi non genera spesa e non compare nell’out-of-pocket, mentre la spesa privata include anche prestazioni fuori dai Lea.

Pnrr e le 16 linee del piano di rilancio

Il 29 settembre il governo ha inviato alla Commissione europea la decima e ultima richiesta di pagamento del Pnrr, che per la sanità comprende nove target e una milestone. Gimbe ha provato a verificarli con i dati pubblici: per tre obiettivi su dieci è stato possibile controllare il rispetto dei requisiti, per gli altri sette le informazioni disponibili non sono sufficientemente dettagliate.

Il rapporto si chiude con l’aggiornamento del Piano di rilancio del Servizio sanitario nazionale, in 16 linee di intervento. Tra le richieste, adeguare il finanziamento pubblico ai bisogni della popolazione, rivedere i rapporti tra Stato e Regioni per ridurre i divari e rafforzare il personale e l’assistenza territoriale. La Fondazione chiede inoltre dati pubblici più completi, per consentire verifiche indipendenti sull’uso delle risorse.


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