Gaza, Israele blocca l’ingresso di carrozzelle e protesi per disabili: classificati come “dual-use”

Mutilazioni e amputazioni a Gaza


Carrozzelle, protesi, sedute per il water, teli e sacchi a pelo. Sono alcuni dei beni che, secondo quanto denunciato da organizzazioni umanitarie e media palestinesi, restano bloccati all’ingresso della Striscia di Gaza perché le autorità israeliane li classificano come materiale a “duplice uso” – dual-use – una categoria che richiede autorizzazioni speciali e tempi di attesa lunghissimi prima di poter varcare i valichi.

Secondo quanto riportato dall’organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha, dal 7 ottobre 2023 diversi beni di uso strettamente civile – tra cui carrozzelle non elettriche, teli, sacchi a pelo, torce e toilet portatili – sono stati inseriti in questa categoria. Le autorità israeliane, tramite il COGAT (l’unità di coordinamento delle attività governative nei territori), sostengono che la classificazione dual-use non equivalga a un divieto assoluto, ma preveda semplicemente una procedura di coordinamento e approvazione prima dell’ingresso. Nella pratica, però, quella procedura si è tradotta in attese che i dati ufficiali dell’Organizzazione Mondiale della Sanità definiscono drammatiche.

Due terzi dei bisogni di mobilità restano scoperti

I numeri diffusi dall’OMS restituiscono la dimensione del problema. Sulla base di una valutazione del dicembre 2025, a Gaza servirebbero quasi 33mila prodotti e tecnologie assistive per rispondere ai bisogni della popolazione. Alla data di maggio 2026, ne risultavano distribuiti appena 12.146: poco più di un terzo del fabbisogno identificato. L’OMS segnala inoltre che, nel periodo compreso tra maggio 2024 e metà aprile 2026, non è entrata nella Striscia alcuna attrezzatura di riabilitazione destinata alle strutture sanitarie. A metà aprile risultavano bloccate 18 spedizioni di materiale riabilitativo, con tempi di attesa compresi tra 130 e 520 giorni: tra i beni fermi ai valichi, carrozzelle per adulti e bambini, arti protesici e attrezzature riabilitative di base.

Il COGAT, da parte sua, sostiene che gli aiuti medici continuino a entrare attraverso i meccanismi previsti, includendo tra il materiale coordinato anche le carrozzelle. Ma il divario tra le cifre fornite dalle autorità israeliane e quelle certificate dalle agenzie ONU resta ampio, e a pagarne le conseguenze è una popolazione che convive con un numero crescente di persone rimaste disabili a causa del conflitto: l’OCHA stima che circa un quarto delle persone ferite dall’ottobre 2023 abbia riportato lesioni permanenti, tra cui amputazioni e traumi a colonna vertebrale e cervello.

Una crisi sanitaria che si aggrava per chi vive con disabilità

Il blocco riguarda non solo la mobilità, ma anche l’igiene di base. Secondo Al Jazeera, nove palestinesi su dieci a Gaza sono sfollati e oltre il 90% delle abitazioni risulta danneggiato o distrutto, facendo esplodere la domanda di toilet portatili. Una tavoletta per water usata può arrivare a costare tra i 1.500 e i 2.000 shekel, circa 600 dollari: un prezzo che spinge molte famiglie a forare sedie di plastica posizionate sulla sabbia, con un solo bagno pubblico condiviso in media da 20-25 persone.

Una valutazione congiunta sul settore acqua, igiene e sanità (WASH) citata dall’OCHA a luglio 2026 mostra che solo il 52% delle famiglie ha accesso a servizi igienici di base, mentre circa il 60% della popolazione resta esposto ad acque reflue o escrementi umani entro dieci metri dalla propria abitazione o rifugio. A settembre 2026 l’OCHA segnala che tutti e sei gli impianti di trattamento delle acque reflue di Gaza risultano fuori uso, e che circa il 70% delle stazioni di pompaggio non funziona: il risultato sono oltre 150mila metri cubi di acque reflue non trattate scaricate ogni giorno nell’ambiente.

Per chi vive con una disabilità, questa combinazione di fattori si traduce in un isolamento ancora più marcato: secondo quanto riportato dall’agenzia palestinese WAFA, molti campi per sfollati non dispongono di servizi igienici accessibili, costringendo le persone con disabilità a dipendere interamente dall’assistenza di familiari o altre persone anche per bisogni fisiologici elementari.

Il contesto: un blocco che si inserisce in un quadro già denunciato come sistematico

Il caso delle carrozzelle si aggiunge a una lunga serie di episodi di restrizione degli aiuti umanitari diretti a Gaza, oggetto negli ultimi due anni di denunce da parte di agenzie ONU, ONG internazionali e, in alcuni casi, della stessa magistratura israeliana. Una Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso, in un rapporto del settembre 2025, che a Gaza sono stati commessi quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione sul genocidio, individuando tra i pattern esaminati anche l’imposizione deliberata di condizioni di vita calcolate per distruggere il gruppo, categoria in cui il blocco sistematico di ausili sanitari essenziali – dalle carrozzelle alle protesi, fino ai servizi igienici di base – viene spesso richiamato da osservatori e organizzazioni per i diritti umani come esempio di privazione mirata piuttosto che di semplice effetto collaterale del conflitto.

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