Scandalo mazzette sull’AV Napoli-Bari: soldi in biscotti e panettoni, Porsche e iPhone. Turni di 20 ore

Mazzette e caporalato per la realizzazione dell'Alta Velocità Napoli-Bari


Contanti nascosti tra panettoni e biscotti, un bonifico per pagare un soggiorno a Roccaraso, una Porsche Macan usata per le vacanze, un’imbarcazione con skipper, un trattore tagliaerba da 3.700 euro, cinque orologi di lusso per un valore complessivo di circa 20mila euro e persino l’ultimo modello di iPhone con cuffie Bluetooth. È il campionario di regali e utilità che, secondo la Procura di Napoli, un gruppo di imprenditori avrebbe distribuito a pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio per ottenere favori sugli appalti legati alla linea ferroviaria ad Alta Velocità/Alta Capacità Napoli-Bari, la grande opera pubblica pensata per collegare in due ore i due capoluoghi.

L’inchiesta, coordinata dalla Procura di Napoli guidata da Nicola Gratteri, con fascicolo affidato al pm Henry John Woodcock, ha portato alla notifica di 20 misure cautelari personali e interdittive disposte dal gip: dieci persone sono finite agli arresti domiciliari, per sette è stato disposto l’obbligo di dimora e in altri tre casi è stata decisa la sospensione dall’esercizio del pubblico servizio. Il gip ha inoltre disposto il sequestro preventivo dei profitti ritenuti illeciti.

I contanti nei box natalizi e il “listino” delle tangenti

Uno degli episodi più emblematici dell’inchiesta risale al periodo delle festività natalizie. Durante un servizio di osservazione, i finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Napoli hanno trovato in due box regalo, tra dolci e panettoni, rispettivamente 10mila e 4mila euro in contanti, secondo gli inquirenti destinati a soggetti coinvolti nella gestione delle commesse. In un’altra occasione, mazzette da migliaia di euro sarebbero state occultate in plichi ricoperti da confezioni di prodotti caseari, recanti la dicitura “DURC – regolarità contributiva”, evidentemente allo scopo di sviare eventuali controlli.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, imprenditori e privati avrebbero garantito ai pubblici ufficiali coinvolti un vero e proprio “listino” di utilità in cambio di corsie preferenziali nell’assegnazione delle commesse, di una contabilizzazione facilitata dei lavori già eseguiti e, in alcuni casi, del superamento di controlli tecnici sui materiali impiegati nei cantieri. Al centro dell’indagine figurano in particolare le tratte Napoli-Cancello, Apice-Hirpinia e Frasso Telesino-Telese-San Lorenzo-Vitulano.

Il calcestruzzo “depotenziato” e le fatture false

Oltre alla corruzione, l’inchiesta ipotizza a carico degli indagati anche reati legati all’emissione di fatture per operazioni inesistenti e a presunte irregolarità nella qualità dei materiali impiegati nei cantieri, con riferimenti – secondo alcune ricostruzioni giornalistiche – a un utilizzo di calcestruzzo dalle caratteristiche tecniche inferiori a quelle previste dai capitolati. Un filone che si intreccia con quello relativo ai favori concessi sulla contabilizzazione dei lavori, aggravando il quadro accusatorio a carico dei soggetti coinvolti nella gestione delle commesse.

Il caporalato: operai egiziani fino a 20 ore di lavoro al giorno

Accanto al filone corruttivo, l’inchiesta ne ha fatto emergere un secondo, altrettanto grave, legato allo sfruttamento della manodopera. Le indagini hanno documentato l’impiego irregolare di lavoratori extracomunitari, sottoposti a turni di lavoro che, in alcuni casi, arrivavano fino a 20 ore consecutive, con appena tre o quattro ore di riposo, retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali e violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro.

Nello specifico, nel cantiere di Grottaminarda sarebbe stata accertata la presenza di 34 lavoratori di origine egiziana sottoposti a condizioni particolarmente gravose, con turni documentati di 10, 12, 14, 16 e, appunto, fino a 20 ore giornaliere. Un quadro che gli inquirenti riconducono al reato di caporalato, e che si affianca, nello stesso sistema di appalti, alle presunte irregolarità corruttive che hanno interessato i pubblici ufficiali coinvolti nella gestione delle commesse.

Le responsabilità restano da accertare

Va precisato che, come in ogni indagine in questa fase, le responsabilità delle persone coinvolte restano tutte da accertare nel corso del procedimento: le misure cautelari disposte dal gip non equivalgono a una condanna, e gli indagati potranno fornire la propria versione dei fatti nelle sedi opportune. Resta però il quadro complessivo tracciato dall’inchiesta, che intreccia due delle criticità più ricorrenti nella gestione dei grandi appalti pubblici in Italia: un sistema di corruzione diffuso attorno alla concessione di favori sui lavori, e lo sfruttamento della manodopera più vulnerabile nei cantieri, proprio mentre si costruisce una delle infrastrutture ferroviarie più attese del Mezzogiorno.


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