A Pomigliano si produrranno missili, la Campania diventa terra del riarmo. Ipotesi fondi regionali
Ott 02, 2026 - Francesco Pipitone
Foto: MBDA Italia
A Pomigliano d’Arco la nuova frontiera dell’industria della difesa prende forma all’interno dello stabilimento Leonardo. Il 30 settembre è stato presentato il nuovo polo campano di MBDA, società specializzata nei sistemi missilistici e partecipata al 25% proprio da Leonardo. Una scelta industriale che viene presentata dalle aziende e dalle istituzioni come un’opportunità per il territorio, l’occupazione e l’autonomia tecnologica, ma che apre anche una questione politica e civile tutt’altro che secondaria: quanto deve investire una regione nel riarmo e, soprattutto, è accettabile che eventuali risorse pubbliche sostengano l’espansione dell’industria bellica?
Il nuovo stabilimento nasce infatti con una missione molto precisa. A Pomigliano saranno sviluppate attività di Weapon Systems, produzione meccanica e lavorazioni ceramiche per i radome dei missili. Tra le attività indicate rientra anche l’assemblaggio di lanciatori per sistemi come il SAMP/T. Il polo lavorerà in coordinamento con il sito MBDA del Fusaro, a Bacoli, e l’obiettivo dichiarato dall’azienda è portare complessivamente gli addetti dei due stabilimenti campani dagli attuali circa 800 a circa mille nei prossimi cinque anni.
Il nuovo polo della difesa nel cuore di Pomigliano
Il linguaggio utilizzato dalle istituzioni è quello della sicurezza, della sovranità nazionale e dell’autonomia tecnologica. Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, intervenendo all’inaugurazione, ha sostenuto che l’Italia produce armi non semplicemente per ragioni economiche, ma per disporre di una propria autonomia nella difesa. Anche MBDA collega l’ampliamento produttivo alla crescita della domanda internazionale e all’attuale scenario geopolitico.
Ma proprio questa argomentazione apre il problema politico. Se l’aumento della domanda militare diventa un’opportunità industriale da cogliere, il riarmo rischia di trasformarsi da conseguenza delle guerre a motore dell’economia. E in Campania la discussione riguarda anche il possibile ruolo delle istituzioni regionali. Il vicepresidente della Regione Mario Casillo ha definito MBDA una realtà tecnologicamente avanzata, sottolineandone le potenzialità occupazionali; secondo quanto riportato dal Corriere del Mezzogiorno, ha inoltre ipotizzato un possibile contributo finanziario della Regione all’insediamento. Al momento, però, non risulta un finanziamento regionale specifico già deliberato per il nuovo polo.
Il punto più controverso: usare denaro pubblico per produrre armi?
È qui che la discussione esce dai confini della politica industriale e diventa una questione di priorità pubbliche. Se una parte delle risorse pubbliche venisse destinata a sostenere un’industria che produce sistemi missilistici, la domanda sarebbe inevitabile: quali ricadute vengono considerate prioritarie per il territorio campano? Occupazione e alta tecnologia, certamente, ma anche sanità, trasporti, ricerca civile, ambiente, riconversione industriale.
La critica al progetto è già arrivata da esponenti del mondo pacifista e della società civile. Il missionario Alex Zanotelli, intervistato dal Corriere, si è detto contrario all’ipotesi che la Regione possa finanziare un nuovo insediamento industriale dedicato alla produzione di armi. Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione, ha invece contestato il rapporto automatico tra crescita dell’industria bellica e occupazione, richiamando l’aumento delle spese militari italiane e le dimensioni relativamente contenute dell’occupazione nel comparto rispetto all’industria manifatturiera.
Leonardo, MBDA e la questione di Gaza
C’è poi un’altra domanda, ancora più difficile da ignorare. Che cosa significa espandere la produzione missilistica in Campania mentre continua il dibattito sul ruolo dell’industria bellica europea nel genocidio a Gaza. Il tema coinvolge direttamente Leonardo, che possiede il 25% di MBDA. Un’inchiesta del Guardian, realizzata insieme a Disclose e Follow the Money, ha ricostruito la catena di fornitura della bomba guidata GBU-39, sostenendo che MBDA Inc., controllata statunitense del gruppo MBDA, produce componenti utilizzati per quelle bombe. Il giornale ha inoltre riferito che i profitti di MBDA Inc. confluiscono nel gruppo MBDA, i cui azionisti sono Leonardo, Airbus e BAE Systems.
Leonardo, però, contesta le accuse di coinvolgimento diretto nelle forniture a Israele. Nei documenti pubblicati in vista dell’assemblea degli azionisti del 2026, l’azienda afferma che non risultano nuove autorizzazioni all’esportazione verso Israele dopo l’inizio del conflitto e precisa che MBDA Inc. opera negli Stati Uniti con un regime di governance separato. Leonardo ha inoltre dichiarato di non poter collegare i dividendi ricevuti da MBDA ai singoli prodotti della partecipata. La società sostiene quindi di operare nel rispetto delle normative italiane e internazionali.
Se questa è la giustificazione “tecnica”, la problematica etica resta. Ricordando che davanti a crimini contro l’umanità, restare in silenzio e non schierarsi vuol dire in realtà schierarsi con l’oppressore.
Il genocidio a Gaza e le responsabilità dell’industria delle armi
Il riferimento a Gaza non è soltanto politico. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità israeliane e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso quattro degli atti previsti dalla Convenzione sul genocidio e ha stabilito che Israele è responsabile della commissione di genocidio nella Striscia di Gaza. Si tratta delle conclusioni di quella Commissione d’inchiesta, che Israele ha respinto.
In questo contesto, la presenza di Leonardo nella catena industriale di MBDA e le contestazioni sulle forniture militari a Israele sono diventate oggetto anche di un procedimento civile presso il Tribunale di Roma. Un gruppo di associazioni, tra cui A Buon Diritto, ACLI, ARCI, AssoPacePalestina, ATTAC Italia, Pax Christi e Un Ponte Per, ha promosso l’azione chiedendo al giudice di pronunciarsi sulla compatibilità delle forniture militari con il quadro normativo italiano e internazionale. Il procedimento è ancora in corso e non esiste, allo stato, una decisione definitiva sulla responsabilità di Leonardo rispetto alle contestazioni sollevate.
La Campania vuole diventare un polo del riarmo?
La questione che si apre a Pomigliano, dunque, va oltre il singolo stabilimento. Il nuovo polo MBDA nasce ufficialmente per aumentare la capacità produttiva e tecnologica del comparto della difesa e viene presentato come occasione di sviluppo e occupazione. Ma proprio per questo obbliga la politica a dichiarare quale idea di sviluppo industriale intenda perseguire.
Perché una cosa è sostenere la necessità di garantire la sicurezza nazionale; un’altra è considerare automaticamente ogni investimento nella produzione di armi come una politica industriale positiva. E ancora diversa è la questione dell’eventuale utilizzo di denaro pubblico per sostenerla. In un territorio che ha conosciuto per decenni crisi industriali, emigrazione e fuga di competenze, il tema dell’occupazione è reale. Ma lo è altrettanto la domanda su quale lavoro, quale industria e quale futuro si voglia costruire.
Il nuovo stabilimento di Pomigliano mette quindi la Campania davanti a un bivio politico e culturale: limitarsi a cogliere la crescita della domanda militare internazionale oppure interrogarsi anche sulle conseguenze di quella crescita? La risposta non riguarda soltanto Leonardo e MBDA. Riguarda il ruolo della Regione, l’utilizzo delle risorse pubbliche e il rapporto tra sviluppo industriale, guerra e responsabilità verso le popolazioni coinvolte nei conflitti.
