Non è cominciato tutto il 7 ottobre 2023: dalla Nakba al genocidio, la Palestina resiste da 78 anni
Ott 07, 2026 - Francesco Pipitone
Dalla Nakba al genocidio: la storia della resistenza palestinese
Tre anni dopo il 7 ottobre 2023, il conflitto tra Israele e Palestina continua a essere raccontato spesso come se fosse iniziato quella mattina. Ma per comprendere ciò che è accaduto e ciò che ancora accade in Medio Oriente bisogna tornare molto più indietro, fino alla Nakba del 1948, la “catastrofe” con cui i palestinesi indicano l’esodo e la perdita delle proprie case e terre durante la guerra che accompagnò la nascita di Israele.
È una storia che attraversa quasi otto decenni e nella quale si intrecciano la nascita dello Stato di Israele, l’espulsione e la fuga di centinaia di migliaia di palestinesi, l’occupazione dei territori nel 1967, gli insediamenti illegali, le guerre, le rivolte palestinesi, gli attentati contro civili israeliani, gli accordi di Oslo, il blocco di Gaza e una progressiva radicalizzazione del conflitto. Una storia nella quale, soprattutto, la popolazione civile palestinese ha conosciuto per generazioni espropri, espulsioni, occupazione e limitazioni della libertà di movimento. E, adesso, un genocidio.
1948, la Nakba e la nascita di Israele
Per capire il conflitto bisogna partire dalla fine del mandato britannico sulla Palestina. Nel novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181, che prevedeva la divisione del territorio in uno Stato ebraico e uno Stato arabo, con Gerusalemme sottoposta a un regime internazionale. Il piano fu accettato dalla leadership sionista e respinto dalla leadership araba palestinese e dagli Stati arabi, che lo consideravano ingiusto. D’altra parte un territorio abitato ormai da secoli da un determinato popolo, tollerante tra l’altro nei confronti delle confessioni ebraica e cristiana, sarebbe stato arbitrariamente separato per farvi nascere una nuova entità statale.
La guerra iniziò già prima della proclamazione di Israele, con gli scontri tra comunità arabe ed ebraiche. Nel maggio 1948, con la fine del mandato britannico e la proclamazione dello Stato di Israele, entrarono nel conflitto anche gli eserciti di alcuni Paesi arabi. Alla fine della guerra, oltre metà della popolazione palestinese era stata espulsa o era fuggita dalle proprie case. Israele controllava circa il 77% del territorio dell’ex Palestina mandataria. Per i palestinesi era cominciata la Nakba.
Case perdute, villaggi distrutti e il diritto al ritorno
La Nakba non fu soltanto uno spostamento temporaneo di popolazione. Centinaia di migliaia di palestinesi divennero rifugiati e non poterono fare ritorno alle proprie abitazioni. Nel dicembre 1948 l’Assemblea generale dell’ONU adottò la risoluzione 194, che affrontava anche il tema del ritorno dei rifugiati che desiderassero rientrare nelle proprie case e della compensazione per le proprietà perdute.
Il problema dei rifugiati è rimasto irrisolto fino a oggi. Secondo le Nazioni Unite, milioni di rifugiati palestinesi sono ancora registrati nei Paesi del Medio Oriente. La memoria della Nakba, dunque, non appartiene soltanto alla storia: continua a incidere sulla vita politica e sociale palestinese e sul significato stesso che il conflitto assume per le generazioni successive.
1967: l’occupazione della Cisgiordania, di Gaza e di Gerusalemme Est
Un’altra data decisiva è il 1967. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, Israele occupò la Cisgiordania, Gerusalemme Est e la Striscia di Gaza, territori che le Nazioni Unite considerano parte del territorio palestinese occupato. Da allora la questione dell’occupazione è diventata uno degli elementi centrali del conflitto.
Negli anni successivi sono cresciuti gli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, mentre la popolazione palestinese ha dovuto convivere con un sistema di controllo militare, restrizioni alla circolazione, demolizioni di abitazioni, confische di terre e, in diverse aree, violenze da parte dei coloni. Nel 2024 la Corte internazionale di giustizia ha stabilito che la presenza israeliana nei territori palestinesi occupati è illegale e ha chiesto la fine degli insediamenti e della presenza israeliana nel più breve tempo possibile.
Dalle rivolte palestinesi agli accordi di Oslo
Negli anni Ottanta esplose la prima Intifada, una rivolta palestinese contro l’occupazione. Fu una fase caratterizzata da proteste, scioperi e manifestazioni, ma anche da scontri e violenze. Negli anni Novanta arrivarono gli accordi di Oslo, che sembrarono aprire la strada a una soluzione fondata sulla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.
Quel processo, però, non portò alla nascita dello Stato palestinese. Gli attentati di gruppi palestinesi, l’assassinio del premier israeliano Yitzhak Rabin da parte di un fondamentalista sionista, l’espansione degli insediamenti e il fallimento dei negoziati contribuirono alla crisi definitiva del processo di pace. Nel 2000 iniziò la seconda Intifada, molto più violenta della prima, accompagnata da attentati suicidi contro civili israeliani e da una durissima risposta militare israeliana.
Gaza, Hamas e il blocco della Striscia
Nel 2005 Israele ritirò i propri insediamenti e le proprie forze terrestri dalla Striscia di Gaza. Nel 2006 Hamas – soggetto politico di fatto supportato e finanziato, allora, da Israele – vinse le elezioni legislative palestinesi e nel 2007 prese il controllo della Striscia dopo lo scontro armato con Fatah. Da allora Gaza è rimasta sottoposta a un blocco israeliano ed egiziano, mentre Hamas e altri gruppi armati hanno lanciato razzi contro Israele e combattuto ripetutamente contro l’esercito israeliano.
La popolazione di Gaza è rimasta così intrappolata in una situazione di estrema vulnerabilità. Guerre e operazioni militari si sono susseguite nel 2008-2009, nel 2012, nel 2014, nel 2021 e infine nel 2023. A ogni escalation il prezzo più alto è stato pagato dalla popolazione civile. Per quanto riguarda lo status di Hamas, ad oggi è considerata un’organizzazione terroristica da parte dei paesi occidentali, ma non da Paesi come India, Cina, Russia, Brasile, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia e Iran.
Resistenza e terrorismo: perché le parole contano
È anche necessario distinguere tra il diritto dei popoli all’autodeterminazione e alla resistenza all’occupazione e i singoli metodi utilizzati nella lotta armata. Definire ogni forma di resistenza palestinese come “terrorismo” cancella una parte essenziale del problema; ma allo stesso modo non è corretto considerare automaticamente legittima qualsiasi azione compiuta da un gruppo armato palestinese. Così come da Israele.
Entrambe le fazioni hanno fatto ricorso ad azioni contrarie al diritto internazionale umanitario, ma se da parte palestinese abbiamo una reazione, da quella israeliana si avverte un vero e proprio disegno – esplicitato perfino da esponenti di spicco del governo Netanyahu – di cancellare la popolazione araba dal territorio conteso. È in questo senso che va letto il genocidio del Popolo Palestinese, perpetrato ricorrendo a varie azioni: è bene ricordare che l’ONU ha stabilito che a Gaza è genocidio e che Israele uccide deliberatamente i bambini palestinesi.
7 ottobre: dai dubbi sul Mossad al genocidio
Il 7 ottobre 2023 Hamas e altri gruppi armati palestinesi lanciarono un attacco senza precedenti contro Israele. Furono uccise circa 1.200 persone, in larga maggioranza civili secondo le ricostruzioni attualmente disponibili, e 251 persone furono prese in ostaggio e portate a Gaza. Gli attacchi contro civili e la presa di ostaggi sono stati oggetto di indagini e contestazioni in materia di diritto internazionale umanitario.
Il 7 ottobre rappresenta una ferita profonda nella società israeliana. Ma rappresenta anche l’inizio di una nuova fase della tragedia palestinese: la successiva offensiva israeliana sulla Striscia ha provocato una distruzione di proporzioni enormi, con decine di migliaia di morti, sfollamenti di massa e la devastazione di abitazioni, ospedali, scuole e infrastrutture civili.
Recentemente, tuttavia, è emerso che Netanyahu sarebbe stato avvertito dell’imminente attacco da parte di Hamas, o che un collaboratore del premier israeliano – su cui pende un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra – abbia mancato di avvertirlo. Ad ogni modo, gran parte dell’opinione pubblica si è sempre domandata come abbia fatto il Mossad, una delle agenzie di intelligence più strutturati e potenti al mondo, pari se non addirittura superiore alla Cia, a “perdersi” la notizia. E come abbia fatto Israele a non riuscire a proteggere i suoi cittadini da un attacco scagliato con razzi non tecnicamente avanti, deltaplani e attrezzatura praticamente di fortuna, o quasi.
La portata della risposta israeliana ha prodotto accuse sempre più gravi a livello internazionale. Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele è responsabile del crimine di genocidio a Gaza, sostenendo di aver riscontrato quattro dei cinque atti previsti dalla Convenzione sul genocidio del 1948 e ravvisando l’intento di distruggere, in tutto o in parte, la popolazione palestinese di Gaza.
Le responsabilità non cancellano quelle degli altri
Ricostruire la storia palestinese non significa cancellare le vittime israeliane né ignorare i crimini commessi dai gruppi armati palestinesi. Significa, piuttosto, rifiutare l’idea che il conflitto abbia avuto inizio il 7 ottobre 2023. Quella data è una cesura drammatica, ma arriva dopo decenni di occupazione, guerre, espulsioni, insediamenti e fallimenti diplomatici.
Allo stesso tempo, riconoscere l’esistenza di un’occupazione e il diritto palestinese all’autodeterminazione non può trasformarsi nella giustificazione di attacchi contro civili. La stessa logica deve valere per Israele: il diritto alla sicurezza non può essere utilizzato per rendere lecite condotte vietate dal diritto internazionale. La protezione dei civili non può dipendere dalla nazionalità, dalla religione o dalla parte del conflitto alla quale appartengono.
Netanyahu e gli avvertimenti prima del 7 ottobre
Tre anni dopo, rimane aperta anche la questione delle responsabilità politiche e di sicurezza che precedettero l’attacco. Nel settembre 2026 un’inchiesta di Haaretz ha riferito che il premier Benjamin Netanyahu avrebbe ricevuto personalmente, dal presidente degli Emirati Mohammed bin Zayed, un avvertimento sui piani di Yahya Sinwar per un attacco contro Israele. Netanyahu ha negato che quella telefonata sia mai avvenuta.
Esiste invece un elemento già ammesso dall’ufficio del premier: un documento dell’esercito israeliano relativo ad attività sospette di Hamas era stato ricevuto da un funzionario dell’ufficio di Netanyahu circa tre ore prima dell’attacco, ma non fu trasmesso al primo ministro. La vicenda alimenta le richieste di un’indagine sulle responsabilità politiche e di intelligence che precedettero il 7 ottobre.
