Archeologia Vesuvio

Archeo Vesuvio è la rubrica su tutto il mondo dell’archeologia intorno al Vesuvio

Satiro che abbraccia una menade, Casa di Cecilio Giocondo, Pompei Scavi. Custodito nella sezione Gabinetto Segreto, Museo Nazionale Archeologico di Napoli.

Il 15 e 16 marzo, nel mondo romano, si festeggiavano i baccanali. Si trattava di un rito orgiastico del culto orfico-dionisiaco che, nonostante si sia diffuso in Italia a partire dal II secolo a.C. grazie all’espansione di Roma, ha avuto origine dalla Magna Grecia ed in particolare dai territori della Campania e della Lucania dove era molto radicato. Non faceva ovviamente eccezione la città di Pompei, come testimonia il celebre affresco di Bacco e Arianna che si trova in una delle domus del sito archeologico.

Bacco è il nome romano con cui veniva indicato il dio Dioniso, molto venerato in Grecia. Il nome Bacco deriva, infatti, proprio da uno degli appellativi greci di Dioniso, Bakkhos, con il quale veniva chiamato durante i momenti di estasi.

Proprio come in Grecia il culto di Bacco era un culto misterico, ossia riservato agli iniziati ed avente scopi mistici. Esso era così sentito che il Senato romano, nel 186 a.C., dichiarò fuori legge il culto dietro iniziativa di Marco Porcio Catone, poiché gli iniziati rifiutarono di riconoscere i valori culturali della religione ufficiale di Roma. In seguito a tale provvedimento, il Senatus consultum de Bacchanalibus, i templi furono distrutti, i capi del culto furono arrestati e i seguaci perseguitati, il beni confiscati. Da allora in poi si assistette a una evoluzione dei baccanali, che da riti mistici ed orgiastici divennero riti propiziatori per la semina e la raccolta, mantenendo dunque un significato di fertilità ma limitatamente a quanto riguarda i prodotti della terra.

Ma cosa si faceva durante i baccanali? Le fonti giunte sino ai giorni nostri sono in realtà lacunose. L’iconografia più comune vuole che i riti si svolgessero spesso in aperta campagna, al di fuori templi, spesso visibili poco lontano. All’inizio della cerimonia l’iniziato è velato: prima dell’iniziazione si procede ai sacrifici animali, mentre le baccanti accendono le torce nei pressi dell’altare. Si procedeva poi a una lettura sacra e alla consacrazione delle offerte.

Affresco di Bacco e Arianna, Scavi di Pompei

Il rito principale era quello del liknon, un vaglio mistico che veniva fatto passare sulla testa dell’iniziato, e il tutto culminava poi nelle orge notturne cui prendevano parte quasi esclusivamente delle donne, dette Baccanti, che sopraffatte da un’ebbrezza sfrenata si abbandonavano a danze al suoni di flauto, timpani e tamburi. Nell’estasi erano capaci di compiere violenze estreme su uomini e animali. Secondo alcune fonti potevano anche sbranare degli animali e mangiarne le carni crude.

Celebre inoltre l’assenza di freni per quanto riguarda gli atti sessuali, a simboleggiare una buona propiziazione e la salvaguardia per patrimonio genetico della popolazione. Gli eccessi che si consumavano durante questa fase furono ciò che sconvolse di più Roma, dato che si arrivava perfino a praticare la violenza sessuale, contravvenendo alle leggi romane che vietavano questi atti tra cittadini, permettendole solo nei confronti degli schiavi.

Fonti:
– Baccanali, in Enciclopedia Treccani

Portus Julius - Pozzuoli
Portus Julius - Pozzuoli
FONTE: www.facebook.com/puteoli

Pozzuoli terra di vulcani e di porti. Risalirebbe, infatti, al 37 a.C. la costruzione del Portus Julius nell’attuale zona dei Campi Flegrei, diretta dallo stratega Marco Vipsanio Agrippa e voluta dall’Imperatore Ottaviano in persona (al cui nome di Gaio Giulio Cesare fa riferimento il porto stesso), impegnato in una feroce guerra civile contro Pompeo, la quale avrebbe posto fine alla Repubblica romana.

Proprio in ragione di questa lotta il Portus Julius nacque per svolgere la funzione di base militare navale, collegando con un ampio canale navigabile il lago d’Averno, il lago Lucrino e il mare (come si può vedere in foto). In questo modo la flotta romana poteva godere di una protezione praticamente naturale, ma anche di una grossa quantità di legname per le navi medesime, che prendeva dagli allora boschi limitrofi.

In particolare i lavori del Portus Julius furono affidati all’architetto Lucio Cocceio Aucto, il quale varò un impenetrabile sistema di difesa: una diga lunga e stretta, infatti, partiva da Punta Epitaffio e giungeva sino a Punta Caruso. Le navi entravano e uscivano dall’infrastruttura proprio attraverso un canale che passava per questa diga e che permetteva il passaggio lungo il lago Lucrino, per poi giungere – grazie ad un secondo canale – sulle sponde del lago d’Averno.

La funzione militare del porto si esaurì, però, circa venti anni dopo la sua costruzione. Infatti, il lago Lucrino era molto basso e il suo canale di ingresso fu in buona parte insabbiato a causa del fenomeno del bradisismo. Già nel 12 d. C. la flotta romana dovette così essere trasferita a Miseno. Da quel momento il Portus Julius fu utilizzato solo scopi civili, fino all’eruzione del Monte Nuovo (uno dei crateri dei Campi Flegrei) datata 29 settembre 1538, che ridusse il lago Lucrino alle attuali ridotte dimensioni e che fece praticamente sprofondare la costruzione portuale.

Solo le foto aeree scattate dal pilota Raimondo Buchner nel secondo dopoguerra fecero “riaffiorare” l’antico Portus Julius, mostrando come la sua estensione raggiungesse i dieci ettari. Una veduta aerea delle strutture attualmente sommerse e comprendenti due bacini con relativi moli; una strada rettilinea fiancheggiata da numerosi magazzini; un ampio cortile con una fila di stanze centrale, forse una caserma; una grande villa con ampio giardino centrale – forse la residenza dell’ammiraglio della flotta – è possibile vederla di seguito:

Mentre una ricostruzione precisa della situazione topografica in epoca romana è mostrata da un plastico esposto nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello aragonese di Baia, realizzato da archeologi e topografi rigorosamente sulla base di dati scientifici ed evidenze archeologiche.

Fonti:
– www.archeoflegrei.it

“Oggi, in occasione della Festa delle donne, vogliamo ricordare come era la vita di donna nell’antica Pompei. Responsabile della famiglia e della casa, cura i figli, controlla gli schiavi, organizza cerimonie sacre, partecipa alle campagne elettorali pur non avendo diritto di voto”. 

Questo è un piccolo estratto del post pubblicato sulla pagina del Parco Archeologico di Pompei. Il più famoso sito archeologico al mondo ha voluto celebrare anch’esso oggi donne, partendo da un’immagine delle sue donne. Le donne della Pompei di 2000 anni fa e più in generale dell’Antica Roma, diventate famose per la loro centralità all’interno della vita sociale. Ma cosa significava essere donna al tempo dei Romani?

Anno 195 A.C. La Prima Guerra Punica era da poco finita e Roma iniziava ad affermarsi come superpotenza nel Mediterraneo. Quest’anno è ricordato anche per un avvenimento singolare. Un corteo di donne che mosse verso il Foro, protestando a gran voce contro il Senato. Il motivo? Le signore chiedevano l’abolizione della legge Oppia, che proibiva di indossare ornamenti d’oro e altri lussi femminili. La notizia di queste paladine del maquillage ebbe un’eco tale, che il Senato fu costretto a discutere della questione e ad abrogare l’atto. Famosa fu l’orazione espressa in aula da Marco Porcio Catone: “Voi le conoscete le donne: fatevele vostre uguali, e immediatamente ve le ritroverete sul gobbo come padrone. Gli uomini di tutto il mondo, che in tutto il mondo governano le donne, governati dagli unici uomini che dalle donne si facciano governare: i romani”.

Questo episodio, anche se poco significante nel complesso, mostra quale ruolo importante avesse il gentil sesso a Roma. Una rilevanza non solo a livello sociale, ma anche giuridico. Bisogna fare però una premessa. Per tutto l’arco della storia romana, gli uomini restarono i pilastri portanti della vita politica, sociale e soprattutto familiare, dove vigeva l’egemonia del paterfamilias su tutti gli altri membri.

La donna romana però non era la donna greca, tutta telaio e alcova. A differenza di quest’ultima, la romana aveva maggiore autonomia, la quale derivava dall’unica vera fonte di libertà ed emancipazione: il denaro. Secondo il diritto romano le donne potevano ereditare e anche, nel caso in cui non si fossero ancora sposate, intestarsi un proprio patrimonio. E una volta maritate? In questo caso fu inventato uno stratagemma pratico. Per la religione latina, un uomo ed una donna venivano considerati sposati solo a seguito di 363 giorni consecutivi di convivenza.  Ogni anno così, le mogli decidevano di lasciare la casa del marito per tre notti (trinoctium). In questo modo, le donne si sposavano e al contempo mantenevano il proprio patrimonio separato da quello del marito.

gioielli
Oggetti e monili per far risaltare la bellezza femminile: ampolle per profumi, unguentari, orecchini, anelli, braccialetti, collane. Dagli scavi di Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Al di là di leggi e politica, la donna romana viene considerata famosa anche per la sua vanità. La moda all’epoca era assai complicata. Le matrone impiegavano in media tre ore al giorno per imbellettarsi. Ognuna andava nella sua Spa o a consulenza dal nutrizionista per rimanere giovane e bella. La biancheria era di seta e lino, e cominciava a far la sua comparsa il reggiseno. Le calze non si usavano, ma le scarpe erano raffinate. A quest’epoca risale infatti l’invenzione dei tacchi a spillo. D’inverno si usavano le pellicce (provenienti dalla Germania) e le pettinature erano tra le più articolate. Ma ciò che più di tutto faceva impazzire le fanciulle latine erano i gioielli. Moltissimi sono stati rinvenuti proprio a Pompei. Le romane li indossavano sempre, tant’è che si diceva che una donna dell’epoca non fosse mai nuda, nemmeno sotto le lenzuola.

In quanto appassionati di storia siamo d’accordo con la direzione del Parco Archeologico. Quale modo migliore di celebrare la donna, se non parlando della più libera tra quelle dell’Antichità. 

Fonti:
– Storia di Roma, Indro Montanelli;
– Istituzioni di diritto romano, Antonio Guarino.

Foto di Pompei Parco Archeologico

La “chicca” della mostra: così in molti definiscono l’anello esposto nella Palestra Grande di Pompei. La mostra di cui parliamo è “Pompei e gli Etruschi”, un focus sull’Etruria campana e sui rapporti tra le élite campane etrusche e quelle greche e indigene di cui Pompei è il centro.

13 sale ospitano circa 800 reperti che potranno essere visitati fino al 2 maggio 2019. Vasellame, armi, gioielli, lastre funerarie tra le bellezze esposte a Pompei provenienti da musei italiani ed europei che fanno luce sulle controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania.

Fulcro della mostra sono gli oggetti provenienti dal santuario extraurbano di Fondo Iozzino, tra i principali santuari fondati alla fine VII sec. a.C. Proprio da qui proviene l’anello che tanto sta affascinando i visitatori. Il gioiello, in pietra dura del VI sec. a.C., rappresenta il suicidio di Aiace.

Aiace è un personaggio della mitologia greca protagonista di una tragedia di Sofocle omonima. Eroe leggendario, figlio di Telamone re di Salamina e di Peribea era sposo di Tecmessa, schiava e concubina frigia, e padre di un unico figlio, Eurisace. Amico di Achille, alla sua morte si contende le sue armi con Odisseo. Agamennone affida però le armi del Pelide a Odisseo non tenendo conto della richiesta di Aiace.

Secondo un’altra versione Agamennone evitò di prendere l’ingrato compito e affidò la decisione ad un’assemblea di capi greci che votarono in segreto. Forse la versione più accreditata è che Nestore consigliò Agamennone di mandare delle spie durante la notte per ascoltare cosa pensassero i nemici. Ascoltando alcune donne parlare di Aiace e Odisseo, espressero l’opinione che solo quest’ultimo avrebbe avuto il coraggio di affrontare un loro attacco. Così Agamennone decise per Odisseo.

A questo punto inizia l‘ira di Aiace che decide di vendicarsi. Atena però lo colpisce con una crisi di improvvisa pazzia. Con una spada in mano, così, si aggira tra le mandrie e le greggi razziate ai Troiani facendo una strage. Lega gli animali superstiti, li spinge verso l’accampamento e li sgozza. Prende, poi, due arieti dalle zampe bianche, ad uno taglia la testa e la lingua pensando fosse Agamennone o Menelao, l’altro lo lega ad una colonna e lo flagella pensando fosse Odisseo.

Quando recupera il senno, cade in disperazione per ciò che ha fatto e decide di suicidarsi: pianta la sua spada sulla terra e vi si getta sopra. Quest’ultima immagine, tra le più famose, è rappresentata sull’anello della mostra.

Fonti:

“Pompei e gli Etruschi” a cura di Massimo Osanna e Stéphan Verger, Electa Editore.

“I miti greci” di Robert Graves, Longanesi Editore.

Quando oggi sentiamo parlare di cammeo la nostra mente corre ai monili da indossare, come anello, collana o orecchini. Ma pochi sanno che i cammei in età antica erano utilizzati soprattutto per decorare oggetti oppure utensili.

E’ il caso della cosiddetta “Tazza Farnese” una phiale (piatto da libagione) di epoca ellenistica e di scuola alessandrina, fabbricata in agata sardonica (sardonice dal colore nero giallastro) e dal diametro di 20 cm circa. Usata molto probabilmente per libagioni rituali è attualmente conservata al Museo archeologico nazionale di Napoli e datata al II o I secolo a.C.

Nel 1239 fu acquistata da Federico II ed in seguito l’opera ricomparve a Napoli nel 1458, quando venne vista da Angelo Poliziano nella collezione di Alfonso V d’Aragona. Lorenzo il Magnifico la acquistò a Roma nel 1471 e passò quindi nella collezione della famiglia Farnese. L’ultimo spostamento avvenne nel Settecento, quando Carlo III re di Napoli, trasferì qui l’imponente raccolta di capolavori ereditati dalla madre Elisabetta Farnese. Della sua storia precedente si conosce poco, forse fu portata da Alessandria d’Egitto a Roma da Ottaviano, dopo la vittoria ad Azio nel 31 a.C. 

Tazza Farnese – esterno

Descrizione del manufatto

La superficie interna della tazza riporta un’immagine con otto figure: una Sfinge, sulla quale siede una donna che reca in mano delle spighe; una figura maschile con barba che regge una cornucopia; un giovane con un aratro e due figure femminili, una delle quali regge una phiale ed infine due figure maschili in volo.

La superficie esterna è decorata da una gorgoneion (Gorgone), che presenta sul naso un piccolo foro, forse usato per esporre il manufatto.

Interpretazioni

Le immagini rappresentate sulla Tazza Farnese si ricollegano tutte all’Egitto, data la presenza della Sfinge. Si tratta di un’allegoria divina della famiglia reale di Alessandria, collegate all’abbondanza egizia. Jean Charbonneaux la collegò al tempo del regno di Cleopatra I riconoscendo nella figura maschile centrale Tolomeo VI Filometore, nella figura femminile sulla Sfinge Cleopatra I e nella stessa Sfinge la figura di Tolomeo V Epifane defunto. Ennio Quirino Visconti nel 1790 la descrisse come una allegoria dei benefici ottenuti dalle piene del Nilo, rappresentato dall’uomo barbuto con la cornucopia. Alla sua destra Horus-Trittolemo si appoggia ad un aratro. Sotto di lui Iside è seduta sulla Sfinge, mentre all’estrema destra le due figure femminili rappresentano le stagioni dell’inondazione e della mietitura con i rispettivi attributi. Presso il bordo superiore le due figure volanti sarebbero le personificazioni dei venti Etesii che provocano le inondazioni.

Fonti:

– Jean Charbonneaux, Roland Martin; François Villard, La Grecia ellenistica : 330-50 a.C., Milano, Rizzoli, 1985.

– Sito internet del MANN

Villa dei Misteri

Villa dei MisteriI ritrovamenti negli Scavi di Pompei continuano a darci testimonianza di come si viveva nella città romana, di come era la struttura dei luoghi pubblici e privati, di quali oggetti venivano usati e addirittura ci ha riconsegnato degli scheletri di abitanti.

Ma come ci si vestiva nel mondo romano, in particolare a Pompei? Dopo la scoperta della struttura di una tipica toiletta dell’antichità (utile alle signore per “farsi belle”) e della lingerie femminile usata, sulla pagina Facebook del sito archeologico compare una descrizione dettagliata del vestiario, distinto in due categorie: gli indumenta e gli amictus. I primi erano indossati di giorno e di notte, mentre i secondi venivano calzati solo in una certa parte della giornata.

Nel corredo intimo figuravano il subligaculum (o licium), una sorta di perizoma, perlopiù di lino annodato attorno alla vita, mentre per le donne, era prevista anche una fascia al seno (strophium, mammillare) o una guaina (capetium). Sopra il licium scendeva la tunica (in età imperiale ne erano previste due, una sopra l’altra), stretta in vita mediante una cintura, che poteva essere di lino o di lana, a seconda della stagione.

La tunica femminile era lunga fino ai talloni, con quelle più eleganti (tunicae auratae) erano ricamati con fili d’oro. Le tuniche per i militari, invece, erano più corte rispetto a quelle delle persone comuni, mentre per i magistrati era prevista una bordatura porpora.

Inoltre, in inverno, per far fronte alle rigide temperature, era previsto l’utilizzo di guantoni per le mani e, come amictus, della toga. Quest’ultima era il tipico costume delle più importanti classi romane e consisteva in un ampio e imponente mantello di lana bianca che andava ad avvolgere gli indumenti. In alcuni occasioni formali, però, la toga era sostituita con il pallium, un mantello più pratico e meno ingombrante.

Per quanto riguarda, invece, le donne di alto rango era previsto l’utilizzo della stola: una lunga tunica annodata in vita da una cintura e completata dal supparum (lungo scialle) o dalla palla, grande mantello a pieghe regolari e a tinte forti. Ai piedi venivano calzati, a seconda delle stagioni, dei sandali con lacci, scarpe di cuoio o dei veri e propri stivaletti.

Castellammare di Stabia – La prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Varsavia è tornata, per il quarto anno, alla villa Arianna di Stabiae per occuparsi del restauro di alcuni ambienti. Il progetto, svolto sotto la direzione scientifica del Parco Archeologico di Pompei (ufficio scavi di Stabia) con il coordinamento della Fondazione RAS, ha il supporto del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia.

Fino al 3 agosto, per circa un mese, un gruppo di lavoro coordinato dal vice preside della Facoltà di Conservazione e Restauro dell’Accademia polacca, prof. Krzysztof Chmielewski e dalla professoressa Julia Burdajewicz, è impegnato in interventi di consolidamento e pulitura di due ambienti (il 7 e l’11) entrambi decorati in IV stile.

Nell’ambiente 7, uno dei più belli della villa con affaccio sul mare, è stata realizzata la pulitura delle decorazioni parietali: i sali, la cera usata all’epoca degli scavi di Libero D’Orsi con il trascorrere del tempo avevano offuscato lo splendore delle pitture e reso meno nitidi molti dettagli dei dipinti. Dopo il restauro sono tornati alla luce elementi prima scarsamente percepibili: l’intervento ha rivelato nello zoccolo nero della parete a destra dell’ingresso un cesto sospeso ad un finto soffitto a cassettoni. Inoltre ha restituito il colore originario alle pareti e alle decorazioni e reso molto più visibili dettagli degli elementi decorativi come le immagini di due maschere o il quadretto che raffigura la natura morta composta di fichi e di funghi, posti nella zona superiore della parete sud.

L’ambiente 11, eseguito con una partitura decorativa simile a quella dell’ambiente 7 , si ipotizza eseguito dalla stessa officina pittorica. L’intervento, iniziato quest’anno, ha visto innanzitutto il consolidamento delle pareti che rischiavano di sfaldarsi. Per evitarne il degrado si è proceduto ad un preconsolidamento e poi alla pulitura, sia con impacchi che con l’ausilio di una strumentazione tecnica adeguata, che sta rivelando prime interessanti evidenze pittoriche.

Il lavoro in villa Arianna da parte dell’Accademia di Varsavia sta producendo interessanti risultati da un punto di vista conservativo e di una maggiore vividezza delle cromie delle pareti (come si può vedere negli ambienti 44 e 45 già restaurati).

Il gruppo di lavoro di una delle più prestigiose accademie di restauro europee è composto oltre che dai professori anche da 5 studenti di livello avanzato che hanno così l’occasione di mettersi alla prova sul campo in un contesto d’eccezione

Siamo molto contenti di lavorare anche quest’anno a Villa Arianna – afferma il professore Krzysztof Chmielewski – Ringraziamo il Parco Archeologico di Pompei, il sostegno della Fondazione RAS, per l’occasione data a noi e ai nostri studenti di poter lavorare al restauro di decorazioni di grande importanza. Dopo la pulitura l’ambiente 7 probabilmente sarà il più bello di Villa Arianna e ci inorgoglisce aver contribuito a riportare ad antico splendore questa meravigliosa abitazione romana“.

Foto Facebook di Tonino Santucci

Un luogo dove potersi rifocillare, riposarsi, ma anche una stazione di sosta per i cavalli. E’ questa l’ipotesi più probabile secondo gli studiosi che hanno riportato alla luce i resti di un tratto di strada della Via Appia, un’antica strada che collegava Roma a Brindisi. La scoperta arriva da un’equipe di Archeologi dell’Università di Salerno, guidata da Alfonso Santoriello, docente di Archeologia del paesaggio.

Questo tratto di strada è lungo circa 14 metri e risale al terzo secolo a. C. “Sicuramente è un pezzo dell’Appia antica – dichiara Santoriello a Repubblica -. Costeggiava un abitato, all’interno del quale abbiamo rinvenuto un importante quartiere artigianale che si estende per 400 metri quadrati, databile tra il primo secolo avanti e il primo dopo Cristo“.

Una scoperta ancora ricca di sorprese. Come spiega Paolo De Luca nel suo pezzo su Repubblica, il sito potrebbe essere stato non solo un’antica stazione di sosta, ma addirittura un piccolo e vivace nucleo abitativo. L’ipotesi, alquanto suggestiva, è quella che lo scavo sia ciò che rimane di Nuceriola, scalo principale dell’Appia prima di Beneventum.

Un sito che ha “ancora molto da raccontare“, come spiega Santoriello, tant’è che nel 2016 fu ritrovata un’epigrafe risalente al 42 a.C. riportante la ricostruzione di un “censorium”, un tipo di edificio governativo. Per questo motivo, quindi, Santoriello ha deciso di istituire una campagna crowfunding, al fine di sostenere economicamente le attività svolte dagli archeologi, che potrebbero portare a nuove scoperte.

Un team di archeologi dell’università di Salerno ha fatto riemergere un tronco dell’antica via Appia, l’antica “autostrada” dei romani. Si tratta della diramazione della strada che collegava Roma alla Puglia ed, in particolare, del tratto tra Benevento ed Apice, nel Sannio.

Il ritrovamento consiste in un tronco lungo 14 metri e largo più di 5 databile nella sua costruzione fra il I sec. a.C. ed il 50 d.C.. Insieme alla strada è riemerso anche un insediamento adiacente munito di fornaci per la produzione di terracotta in argilla. Questo significa che il tretto in questione era anche un importante centro per gli scambi ed i commerci.

Come annuncia Repubblica, il team di archeologi, tutti studenti e ricercatori dell’ateneo salernitano, è guidato dal professore Alfonso Santoriello.

 

Pompei – Recenti indagini archeologiche presso la necropoli di Porta Stabia, forniscono nuovi elementi utili a comprendere la complessa articolazione spaziale di quest’area di Pompei, che presto sarà restituita alla pubblica fruizione.

Lungo la via Stabiana, immediatamente fuori l’omonima porta di accesso alla città antica, in un’area adiacente alla tomba monumentale di Gnaeus Alleius Nigidius Maius, portata alla luce lo scorso anno, sono stati avviati alla fine del 2017 interventi di restauro e valorizzazione di altre due monumenti funebri. Si tratta di due tombe a camera denominate “Tomba A” e “Tomba B” già scavate nel 2001 e ubicate in uno spazio delimitato da un marciapiede e da muretto in opera reticolata parzialmente rivestito di intonaco.

Le attività di scavo sono state finalizzate a rimettere in luce e a documentare il percorso stradale. Il basolato stradale infatti era interamente ricoperto da uno spesso strato di accumulo alluvionale che ha restituito una grande quantità di reperti ceramici, in vetro come unguentari e pedine ma anche un anello d’oro con teste di serpente affrontate e con occhi in pasta vitrea.

La rimozione di questo strato di accumulo rivelò a sud della tomba A una struttura muraria non finita, di forma sub-quadrata. Queste evidenze sono verosimilmente pertinenti ad una terza tomba rimasta incompleta a seguito dell’abbandono del cantiere, come indicherebbero i blocchi di tufo e lava rinvenuti nelle immediate vicinanze e pronti per essere impiegati nella costruzione, ed anche un cumulo di schegge di lava e blocchetti.

La tomba B,di forma rettangolare, è costituita da due filari di blocchi parallelepipedi di calcare bianco; la tomba aveva probabilmente un coronamento a forma di ara. L’interno, intonacato, presenta su tre lati nicchie di forma rettangolare, mentre sul quarto si accede alla camera. Al momento degli interventi di restauro all’interno della camera sepolcrale, che si presentava in condizioni di elevato degrado, si scoprì che solo quattro delle nove urne fittili murate nelle due banchine lungo i lati della camera erano state precedentemente svuotate, probabilmente durante le esplorazioni ottocentesche che portarono alla spoliazione del rivestimento calcareo della parte superiore della tomba e all’asportazione delle urne di vetro nelle nicchie.

Delle 5 urne non precedentemente svuotate, due hanno restituito le ceneri dei defunti, mentre altre due contenevano i resti dell’ustrinum (rogo funebre) quali balsamari in vetro deformati dal calore, e in un caso una moneta posta come obolo carontis. I resti antropologici sono attualmente in corso di studio da parte di H. Duday. Alcune urne conservavano il coperchio posto a chiusura ma in posizione capovolta. Sul pavimento in cocciopesto è stato ritrovato anche un condotto fittile per le libagioni in onore dei defunti che avevano luogo durante le varie festività; il condotto era chiuso da un elemento in marmo.

La tomba A è una struttura di forma quasi quadrata costituita da un alto basamento di blocchi parallelepipedi in tufo grigio uniti tra loro da grappe metalliche, su cui poggiava la copertura, costituita da una serie di piccoli gradini di terra, pietre laviche, schegge di calcare e malta, di cui almeno quello inferiore era ricoperto da lastrine rettangolari di marmo bianco, alcune delle quali ancora conservate in sito. All’interno della camera sepolcrale vi sono delle nicchie ricavate sui tre lati del muro in laterizio.

Al momento dello scavo condotto nel 2001 si rinvennero due urne cinerarie in vetro con coperchio; la tomba conteneva inoltre due colombe in vetro soffiato e una brocca di piccole dimensioni. L’accesso alla tomba è situato sul lato meridionale ed è chiuso da una porta in calcare sulla quale sono leggibili due tituli picti. La porta presenta all’esterno un anello in ferro e un sistema di chiusura sulla parte interna in bronzo, e cardini in bronzo.

La porta era chiusa al momento dello scavo ed è stata aperta per i lavori di restauro, mostrando il perfetto funzionamento, a 2000 anni di distanza, del sistema di chiusura romano. Sulla parte superiore della porta è presente un’iscrizione, un titulus pictus, che riporta “Iarinus Expectato / ambaliter unique sal(utem) / Habito sal(utem)” “Iarinus saluta Expectato, amico per sempre; saluti a Habito”. Sopra il nome di Habito qualcuno disegnò un fallo.

Foto di Massimo Osanna

Una grande stagione di scavi archeologici quella che sta vivendo quest’anno Pompei. Dopo le grandi sorprese della Regio V, il direttore Massimo Osanna ha annunciato nuove esplorazioni anche nella Regio VIII.

Una parte della città, infatti, è ancora sepolta sotto strati di cenere e lapilli da quel maledetto pomeriggio del 79 d.C. “Regio VIII, cominciati i nuovi scavi al santuario di Esculapio in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II“, così ha commentato Osanna su Instagram.

L’entrata al temenos (recinto sacro) del santuario si trova lungo via di Stabia: si accede al portico ed al cortile, dove al centro vi è un altare in tufo nocerino. Una scalinata conduce al podio del tempio: quattro colonne nella facciata e due ai lati, precedevano la cella che aveva sul fondo la base per le statue di culto.

L’edificio è datato tra il III e il II secolo a.C. con restauro di età sillana (80 a.C.). Inizialmente il santuario era stato attribuito a Giove Meilichio (‘dolce come il miele’) per via di una iscrizione rinvenuta a Porta di Stabia: con questo appellativo, comune alle dee Hera e Afrodite, Zeus/Giove è venerato soprattutto in Grecia, connesso a divinità dell’oltretomba ed a riti misterici.

Di recente è stata ripresa una vecchia tesi che attribuisce il tempio al culto di Asclepio (Esculapio per i romani) e Igea, sulla base delle statue di terracotta e di altri oggetti di culto trovati nel tempio.

Asclepio o Esculapio è un personaggio della mitologia greca. Figlio di Apollo e di Arsinoe secondo Esiodo, oppure di Apollo e Coronide per Pindaro, è un semidio e dunque uomo mortale per Omero: si diceva fosse stato istruito nella medicina dal centauro Chirone, o che avesse ereditato tale proprietà dal padre Apollo. Divenne poi il dio della medicina e venerato dagli infermi.

In Grecia, Asclepio veniva invocato per le guarigioni ed era il dio dei serpenti. Molti riferimenti ad Asclepio sono stati ritrovati anche in ambito “occulto”: la sua capacità di riportare in vita i morti lo rendeva difatti anche il dio invocato dai negromanti. Il suo culto aveva il suo centro ad Epidauro, ma era onorato anche a Pergamo.

Esculapio è l’adattamento latino (Aesculapius) del nome greco Asklepios, ma si tratta dello stesso dio. Il suo culto fu introdotto a Roma sull’Isola Tiberina nel 291 a.C.

Pompei – Ritrovato il cranio del “fuggiasco”, la prima delle vittime emerse nel cantiere dei nuovi scavi della Regio V, di cui finora era stata rinvenuta solo una parte dello scheletro. Massimo Osanna, soprintendente degli Scavi di Pompei, aveva già annunciato tale ritrovamento nel corso di un intervento all’Ansa.

In una prima fase dello scavo sembrava che la porzione superiore del torace e il cranio, non ancora identificati, fossero stati tranciati e trascinati verso il basso da un blocco di pietra che aveva travolto la vittima: tale ipotesi preliminare nasceva dall’osservazione della posizione del masso rispetto al vuoto del corpo impresso nella cinerite.

Il prosieguo delle indagini all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, laddove erano emersi i primi resti scheletrici, ha portato alla luce la parte superiore del corpo, ubicata a quote decisamente più basse rispetto agli arti inferiori.

La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico, ancora inserito nella stratigrafia originaria.

La morte non è stata quindi presumibilmente dovuta all’impatto del blocco litico, come ipotizzato in un primo momento, ma da probabile asfissia dovuta al flusso piroclastico.

I resti scheletrici individuati consistono nella parte superiore del torace, arti superiori , cranio e mandibola. Attualmente in corso di analisi, presentano alcune fratture la cui natura sarà verificata, in modo da poter ricostruire con maggiore accuratezza gli ultimi attimi di vita dell’uomo.

Entrata Teatro

E’ di pochi giorni fa la notizia della sua riapertura: dopo venti anni di oblio ritornerà a splendere e verrà restituito al pubblico.

Il teatro romano di Ercolano fu sepolto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. e ritrovato dopo gli scavi archeologici nell’antica città: fu il primo edificio ad essere scoperto nell’area vesuviana.

Fu costruito in un’area nei pressi del Foro durante i primi anni dell’età augustea e poteva contenere circa duemilacinquecento persone. Subì danni durante il terremoto del 62, ma fu durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che venne ricoperto da uno strato di ceneri, lapilli e fango, che solidificandosi produsse un solido strato di tufo, conservandolo intatto nel tempo.

Colonne e capitelli

Il teatro di Ercolano fu scoperto per caso nel 1710, quando un contadino, Ambrogio Nocerino, detto “Enzechetta”, scavò un pozzo per irrigare il suo orto e trovò alcuni pezzi di marmo che vendette poi ad un artigiano di Napoli. Emanuele Maurizio d’Elboeuf, per il quale l’artigiano lavorava, decise di acquistare il pozzo e iniziò ad indagarvi tramite cunicoli sotterranei. Nei primi scavi fu esplorata la zona del frontescena, del palcoscenico e dei tribunalia (posti riservati a personaggi importanti), nei quali furono rinvenute otto statue femminili e una maschile, colonne in marmo, un dolia (grosso contenitore in terracotta, usato per la conservazione di olio o vino) e un architrave.

Pozzo scavato da “Enzechetta” dal quale si scoprì il teatro

Nel 1738 iniziarono gli scavi sistematici, le prime mappature del sito e le pubblicazioni: il teatro romano di Ercolano divenne soggetto preferito dai giovani del Grand Tour. Durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato come rifugio antiaerei e dopo brevi campagne di scavo il teatro venne chiuso nel 1998. Il teatro oggi è ancora sepolto sotto la coltre di tufo ed è visitabile solo attraverso stretti cunicoli.

Resti di affreschi parietali e iscrizione dedicata al proconsole di Ercolano Marco Nonio Balbo

La facciata esterna presentava due ordini di archi a tutto sesto poggianti su piedritti in laterizio: la penultima arcata era decorata con lesene, capitelli corinzi e cassettone a stucco. La summa cavea era composta da tre grandini, protetta da un parapetto in tufo e vi era una porta che conduceva ad uno dei tribunalia. La media cavea comprendeva sedici file di sedili in tufo ed era divisa in sei settori tramite sette scalette: originariamente era rivestita in marmo, asportato durante le esplorazioni borboniche.

Pianta di Giovanni Battista Piranesi (1740 ca.)

L’orchestra di forma semicircolare, era pavimentata con lastre di marmo bianco e giallo antico: qui vennero ritrovati due seggi in bronzo, dedicati a Balbus e Pulcher (rispettivamente proconsole e console di Ercolano). Nei pressi del palcoscenico vi è il pulpitum, realizzato in mattoni e ricoperto in marmo, mentre la scena è in opera laterizia e si divide in due livelli con al centro una grossa esedra con la porta regia ed ai lati due porte hospitales. Alle spalle della scena vi è un lungo corridoio utilizzato dagli spettatori durante gli intervalli dello spettacolo.

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Plastico del teatro, Archivio Sommer

Fonti:

– www.ercolano.unina.it

– Arnold De Vos; Mariette De Vos, Pompei, Ercolano, Stabia, Roma, Editori Laterza, 1982

– Parco Archeologico di Ercolano, sito ufficiale

reperto Paestum

Paestum – La nostra feconda terra di cultura continua a partorire bellezze antiche e reperti archeologici che affascino e incantano gli occhi di studiosi ed esperti di archeologia e storia. Ultima scoperta è avvenuta a Paestum durante il solito appuntamento che si ripete ormai da 17 anni con la Società Friulana di Archeologia Onlus, sempre disposta a venire nella incantevole Paestum per aiutare nella pulizia dell’area attorno ai templi.

E sono stati proprio loro a scoprire un un frammento di un cratere ateniese di VI secolo avanti Cristo, su cui si riconosce una parte di una biga con cavalli e auriga, dietro il quale ci doveva essere un altro personaggio con lancia.

Il reperto è stato consegnato laboratorio di restauro del Parco Archeologico di Paestum, che procederà alle analisi del caso per dare una maggiore e più dettagliata descrizione del reperto.

Chiunque passi per la via Appia, il tratto di strada tra il Comune di Caserta e quello di Santa Maria Capua Vetere, non può fare a meno di voltare lo sguardo verso questo grande monumento romano. Quasi nascosto dalle abitazioni moderne e affiancato da un supermercato, le Carceri Vecchie sono la tomba antica più grande della Campania.

La denominazione “Carceri Vecchie” deriva dall’errata credenza che in antico vi fosse una galera per i gladiatori che combattevano nel vicino Anfiteatro Campano. In realtà si tratta di un sepolcro di età imperiale, databile al I secolo d.C. E’ costituito da una pianta centrale con corpo anulare esterno e uno più interno cilindrico, le murature esterne sono in opus reticulatum (qui le varie tecniche murarie dei romani) in calcare e ricorsi in opus latericium, all’interno si ripete l’opera reticolata.

Particolare dei paramenti murari

La facciata del tamburo esterno è scandita per oltre la metà da nicchie alternate a fondo piano e curvo con copertura a calotta rivestita in origine da stucco modellato a valva di conchiglia. Le nicchie sono separate da semi colonne tuscaniche rivestite anch’esse di stucco scanalato. Il corpo centrale è collegato a quello esterno tramite setti radiali che lasciano grossi spicchi vuoti tra le due strutture i quali forse erano ricolmi di terra con alberi, ad imitazione del mausoleo di Augusto a Roma.

La camera funeraria è a croce greca e sotto il pavimento si trova la cassa di tufo per la deposizione. Sormontata da una volta a crociera le pareti sono decorate da preziosi frammenti di antiche pitture, che dovevano essere nel III stile pompeiano con leggere edicole su fondo bianco. Sulla destra è visibile un grande graffito raffigurante un cervo.

Interno della camera sepolcrale (volta a crociera e affreschi)

Verso la metà dell’Ottocento fu costruita la chiesetta della Madonna della Libera che occupò parte dell’antico ingresso al mausoleo e attraverso una botola nel pavimento si accede alla camera sepolcrale. La grandezza del monumento e la sua posizione, ubicato lungo la via Appia e di fronte al fondo Patturelli, avvalora l’ipotesi che la tomba appartenga ad una personalità importante di quella che fu l'”Altera Roma“.

Ingresso della chiesa della Madonna della Libera (metà ‘800)

Le “Carceri Vecchie” sorgevano lungo l’antica via Appia in direzione Calatia (odierna Maddaloni), a breve distanza dalle mura cittadine di Capua Antica e facevano parte della necropoli orientale della città, una zona che sin dall’età sannitica era destinata a sepolture di prestigio. Insieme alla vicina “Conocchia” rappresenta uno degli elementi più identificativi del paesaggio della Capua Vetus.

Il sito oggi è visitabile solo su prenotazione.

Particolare del tamburo

 

Fonti:

– Alfonso de Franciscis, Roberto Pane, Mausolei romani in Campania, Napoli 1957, pp. 86-104.

– Pierre Gros, L’architecture romaine, II. Maisons, palais, villas et tombeaux, Paris 2001, pp. 433-434.

– Stefano De Caro, La terra nera degli antichi campani, Napoli 2012, pp. 59-60.

Nella spettacolare cornice di Baia, una frazione del comune di Bacoli, sorge una costruzione risalente al periodo della dominazione aragonese nella città di Napoli, il Castello Aragonese di Baia.
Edificato verso la fine del XV secolo, precisamente nel 1495, per volere del re Alfonso II d’Aragona, assunse notevole importanza per il controllo e la difesa della zona dagli attacchi e dalle frequenti invasioni dei saraceni.

La fortezza è situata su un panoramico promontorio dal quale è possibile ammirare Cuma, il Golfo di Pozzuoli e le isole di Capri, Ischia e Procida, ed è protetta ad est da un alto dirupo a picco sul mare e ad ovest dalla profonda depressione creata dalle ampie caldere – conche di forma circolare o ellittica – di due vulcani definiti “Fondi di Baia”.

L’aspetto che oggi la fortezza assume è l’insieme di più opere di rifacimento avvenute nel corso dei secoli. Quella più significativa fu l’azione di restauro, che ne modificò l’aspetto primitivo, attuata dal vicerè Pedro Alvarez de Toledo a seguito dell’eruzione, nel 1538, del Monte Nuovo, che danneggiò fortemente il Castello. Altri importanti interventi furono condotti nel XVI e nel XVII secolo rispettivamente dall’architetto Benvenuto Tortorelli e dall’ingegnere della Real Corte Francesco Antonio Picchiatti.

Il castello fu inoltre scenario privilegiato di numerosi eventi: nel Settecento fu occupato, per circa un trentennio, dalle truppe austriache e fu occupato per un breve periodo dalle truppe francesi di Giuseppe Bonaparte; durante invece la prima guerra mondiale fu utilizzato come luogo per la custodia dei prigionieri di guerra e nel 1926 per volere dell’Alto Commissariato della Provincia e del Comune di Napoli, la fortezza, attraverso l’Ente Orfanotrofio Militare, fu scelta come sede per ospitare gli orfani dei combattenti caduti in guerra. L’orfanotrofio rimase in vita fino al 1975, anno in cui l’ente fu sciolto.

A partire dal 1984, data la sua interessante posizione a metà strada tra Cuma e Pozzuoli, fu stato scelto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Province di Napoli e Caserta, come sede del Museo Archeologico dei Campi Flegrei.

Fonte

Le elezioni e la propaganda politica non sono un elemento contemporaneo della vita civile ma hanno radici profonde nell’antichità. Attraverso le testimonianze che ci ha restituito Pompei è stato possibile scoprire e ricostruire come avveniva la campagna elettorale.

Il sito archeologico vesuviano, grazie all’eruzione del 79 d.C., ha conservato molteplici scritte elettorali dipinte sui muri degli edifici pubblici. Ogni anno i cittadini in primavera era chiamati ad eleggere quattro magistrati, due duoviri a cui spettava il potere esecutivo e due aediles, a cui era affidata la cura dei pubblici servizi. Prima dell’elezione c’era una forte campagna elettorale che si svolgeva in due modi, uno simile al nostro, l’altro quasi inedito per noi.

COME SI SVOLGEVA LA CAMPAGNA ELETTORALE

Il candidato che concorreva alla carica politica organizzava la propaganda con un grande dispendio di denaro per convincere gli elettori a votarlo. Questo è testimoniato sia dalle iscrizioni elettorali, in cui compare il nome del candidato e la carica per cui concorre, sia da quelle iscrizioni con fac in cui il candidato stesso o chi per lui esorta un personaggio ad essere rogator, ovvero a sostenerlo.

C’era poi la propaganda fatta dal popolo stesso, dagli elettori che esprimevano il proprio sostegno ad un candidato piuttosto che ad un altro. A testimonianza di questa altra modalità di fare campagna elettorale ci sono i programmata, ovvero delle iscrizioni parietali, dipinte sui muri, in cui compaiono, oltre al nome del candidato e della nomina a cui concorre, anche i nomi di uno o più sostenitori che invitano la cittadinanza a votare per quel candidato.

I candidati dovevano presentare ad un consiglio una professio nominis, cioè una dichiarazione ufficiale. Il consiglio poi decideva se accettare o meno i candidati e poi pubblicava la lista (proscriptio), l’accettazione delle candidature al magistrato incaricato (professiones petentium) e infine la pubblicazione dei nomi.

Per ottenere fiducia e voti i candidati si affidavano a personaggi influenti che erano a capo di comitati elettorali. Attraverso i programmata si poteva sostenere il proprio politico esaltandone anche le doti morali. Infatti, sono state trovate iscrizioni che recano alcuni appellativi: vir bonus et egregius (galantuomo), verecundissimus (assai modesto), dignissimus (molto virtuoso), benemerens (meritevole d’ogni bene), frugis (parco), integrus (integerrimo), innocens (incapace di far del male).

Finite le elezioni venivano dipinti i nomi dei vincitori. Le scritte erano rosse o nere su una base bianca ed erano realizzate dagli scriptores, professionisti dei manifesti. Di solito li facevano di notte. La vera e propria propaganda si svolgeva soprattutto nei thermopolia. Le strade poi si affollavano durante la campagna elettorale. Anche se le donne non avevano diritto di voto, si appassionavano alla politica.

Dunque, cambiano gli scenari, i personaggi, ma la politica resta uno dei temi più sentiti dal popolo e la propaganda elettorale continua nei secoli ad essere fondamentale per convincere la popolazione a votare un candidato o un partito.

Fonti:

– “La propaganda elettorale a Pompei: la funzione e il valore dei programmata nell’organizzazione della campagna” di Raffaella Biundo

– www.mediterraneoantico.it

Un capolavoro digitale che in 8.39 minuti, ricostruisce meticolosamente una delle tragedie più conosciute della storia: l’eruzione che nel 79 D.C.  distrusse la città di Pompei. Il video fu presentato in una mostra tenuta al Melbourne Museum nell’ottobre del 2009, l’effetto scenico fu implementato anche da un mini-surround sound cinema  creato ad hoc che contribuì a rendere il più possibile realistica la sequenza video.

Prodotto dalla Zero One Studio Animation, il video ha dato ai visitatori la possibilità di percepire il dramma e il terrore dei cittadini di Pompei del 79 D.C. spazzata via  in poco più di 48 ore dalla “rabbia” del Vesuvio. I tecnici della Zero Sound dedicarono al video una lunga fase di progettazione e preparazione, solo per rendere il più fedele possibile l’eruzione del Vesuvio spesero cira 3 mesi e affinché nessun particolare fosse trascurato lavorarono a stretto contatto con il personale del  Melbourne Museum, con l’ausilio di documenti, articoli e immagini.

Il Vesuvio per tutta la durata del filmato viene “osservato” dall’alto di una villa del centro cittadino; l’inquadratura non cambia mai, sicché lo spettatore ha la possibilità di osservare secondo per secondo gli effetti devastanti dell’eruzione. Con oltre 330.000 visitatori, per una media di oltre 2.700 al giorno, diventò la mostra itinerante più popolare mai messa in scena da un museo australiano.

Napoli – Lo stretto legame fra i napoletani ed il concetto di morte è evidente in ogni angolo della città: basti pensare alla reale venerazione che ricevono i resti del Cimitero delle Fontanelle o all’ironia tragica che caratterizza il nostro popolo. Questo rapporto esiste da tempi insospettabili, precedenti persino alla stessa nascita di Napoli. A pochi passi dalle Fontanelle, sepolti sotto i palazzi e le strade della Sanità, esistono ancora i cosiddetti Ipogei Ellenistici.

Le antiche sepolture, circa 150, si sviluppano per circa un chilometro tra via Arena alla Sanità, via Santa Maria Antesaecula, via Vergini, via Cristallini, via Foria e vico Traetta, fino al dorso della collina di Capodimonte. Una vera e propria necropoli, venutasi a creare intorno al IV secolo a.C., che era inizialmente a livello del suolo ed i sontuosi ingressi delle tombe erano ben visibili: oggi, invece, sono situati tutti ad almeno 10 metri di profondità.

Gli ipogei ospitavano i resti mortali dell’aristocrazia del tempo. Per questo motivo erano tutti particolarmente sontuosi, ornati con statue dai colori vivaci, affreschi e colmi di ricchezze. Una rappresentazione tangibile dell’arte del tempo: caratterizzata, ovviamente, da quella greca, ma con caratteri sannitici e, persino, influenze dell’arte egizia ed orientale. Un chiaro esempio di come, sin dagli esordi, l’antica Neapolis raccogliesse culture e conoscenze da tutto il Mediterraneo.

Purtroppo, come racconta anche il Corriere del Mezzogiorno, lo stato di conservazione di questi tesori del sottosuolo è drammatico. Nel corso dei secoli gli ipogei sono stati utilizzati per qualunque scopo: da cisterne per l’acqua a rifugi durante la guerra, fino a divenire, alcuni, discariche per materiali edili. Da anni l’associazione Celanapoli, presieduta da Carlo Leggieri, si occupa di tutelare questo inestimabile patrimonio dall’incuria e dagli agenti atmosferici, riuscendo anche a riportare alla luce meraviglie sepolte.

Casa del Fauno

Casa del FaunoEdifici imponenti, strutture che resistono al tempo, le costruzioni di epoca romana destano sempre meraviglia e stupore per la loro grandezza e resistenza, per questo ci si chiede spesso come venivano realizzati.
Anche nel mondo romano, prima di mettere su una costruzione, vi era tutto un processo di lavorazione della materia prima che gli archeologi hanno saputo ricostruire grazie ai tanti resti che oggi troviamo in diverse città italiane, oltre che alle diverse fonti storiche e letterarie.

La qualità della materia prima era fondamentale perché implicava e influiva sull’uso di una tecnica costruttiva rispetto ad un’altra. Nel cantiere di lavoro le competenze e i livelli tecnologici raggiunti da quel gruppo o da quella comunità, poi si trasmettono di volta in volta ad altre comunità.

Prima del lavoro in cantiere c’era la fase molto importante di approvvigionamento della materia, che era caratterizzato dall’utilizzo di litotipi locali. La scelta di un certo tipo di materiale identificava anche lo status sociale dell’edificio, il suo carattere ideologico: il materiale usato, per esempio, per costruire un tempio non era lo stesso usato per costruire una casa.

Esistevano delle cave di coltivazione da cui si attingeva per reperire il materiale. Lo studio delle cave ci dà informazioni sulle caratteristiche dell’architettura di una comunità. Prima, dunque, del lavoro di cantiere di costruzione, vi è quello del cantiere di cava che prevede le seguenti fasi:

– estrazione
– lavorazione preliminare
– trasporto

Una volta trasportato il materiale, nel cantiere vero e proprio si definisce un’organizzazione che non è così distante da quella nostra attuale. Il cantiere prevedeva un architetto progettista, che era una figura piuttosto ambigua: inizialmente era un capomastro, un capocantiere, con esperienza di carpentiere, un po’ diversa dalla figura odierna di architetto. Con il tempo però diventa una figura sempre più teorica e meno pratica, con una formazione matematica e filosofica. Segue la nascita dell’edificio, diventando una figura di riferimento, un supervisore. L’architetto, inoltre, disegnava il progetto avvalendosi di modelli.

C’erano poi tagliatori di pietra, scultori, carpentieri, modellatori di cera, pittori, fabbri. Non erano degli schiavi ma dei veri e propri lavoratori che erano pagati a seconda della mansione che svolgevano.
Una volta definiti i ruoli si passa all’azione con le diverse fasi costruttive. Si realizza la fossa dove verrà alloggiata la fondazione. La fossa può essere sia più larga della fondazione sia combaciare con essa. Solitamente la fondazione era riempita con materiale cementizio.

Il passaggio successivo è la messa in opera dei blocchi con particolari tecniche di sollevamento che dal mondo greco al mondo romano rimangono le stesse con alcuni miglioramenti. I blocchi tra loro venivano fissati con un legante, di solito si usava la malta.

A seconda di come venivano posizionati i blocchi di pietra o di marmo otteniamo le diverse tecniche costruttive che oggi possiamo ammirare nei vari siti archeologici vesuviani e campani.
Innanzitutto si possono distinguere tre grandi macroaree: la struttura a grandi blocchi, le strutture miste e le strutture con pietre di piccole dimensioni.

Da “Pompei, Oplontis, Ercolano, Stabiae”

Delle strutture a grandi blocchi fanno parte l’opera poligonale (poligonalis) o opus siliceum e l’opera quadrata.
Opera poligonale o opus siliceum: la tecnica consisteva nel disporre grandi blocchi, tagliati in maniera rozza, senza forma, disposti l’uno sull’altro senza l’uso del legante. Essendo molto imponente e solida veniva utilizzata soprattutto per cinte murarie difensive. Attestata in particolare nel Lazio o comunque nell’Italia centrale.

Villa dei Misteri
Villa dei Misteri, colonne in opera quadrata
Tempio di Apollo a Pompei, opera quadrata.

Opera quadrata: si costruiva con blocchi tagliati in forma di parallelepipedi e disposti in filari orizzontali. Le più antiche testimonianze di questa tecnica risalgono al VI secolo a.C. e sono attestate perlopiù a Roma. L’opera quadrata si adattava soprattutto ad edifici regolari, generando non solo una stabilità dei singoli elementi ma ottenendo anche un ottimo risultato estetico. L’architettura pompeiana di IV e III secolo a.C. offre esempi di rozzi muri di calcare; con l’utilizzo successivo del tufo vulcanico inizia la creazione di edifici bellissimi in cui i tagliatori di pietre mostra la loro grande maestria. Ne troviamo un esempio nella facciata del Tempio di Apollo. Anche le colonne venivano spesso realizzate con la tecnica dell’opera quadrata, come ad esempio le colonne di Villa dei Misteri a Pompei.

Delle strutture miste fanno parte: la struttura a scacchiera, l’opus africanum, l’opus craticium.
Struttura a scacchiera: consisteva nell’alternare grandi blocchi squadrati, come riempimento venivano utilizzati pietre di minori dimensioni. Abbiamo attestazioni in Campania solo a Velia del III secolo a.C.

Opus africanum, detto anche opera a telaio: nasce in Africa, da qui il nome africanum, ed è costituito dall’alternarsi di catene verticali di blocchi con catene orizzontali, le ultime più larghe delle prime. Il periodo di maggiore diffusa di questa tecnica a Pompei è tra la prima metà del III e il secondo quarto del II secolo a.C.

Opus craticium

Opus craticium o opera a graticcio: è la tecnica di costruzione mista più diffusa nell’architettura romana. Nonostante ciò è la tecnica che ha lasciato meno evidenze archeologiche, gli unici esempi li troviamo a Pompei ed Ercolano, ancora una volta fonti preziose di informazioni sugli antichi Romani. L’opus craticium consiste nell’impiego di un’intelaiatura di legno, i cui spazi di risulta vengono riempiti con un miscuglio di pietrame, malta e argilla. Esempi li troviamo nel Collegio degli Augustali ad Ercolano.

Opus incertum

Opus incertum: è una tecnica che prevede la messa in opera di pietre piuttosto piccole e informi, non è altro che il rivestimento dell’opus caementicium, cioè della muratura in pietrisco legato con malta. Ricorre già a partire dal III secolo a.C. In quasi tutti gli edifici, sacri e privati di Pompei possiamo trovarne attestazioni.

Esempio di opus reticulatum a Ercolano

Opus reticulatum: vengono disposti blocchetti quadrati di tufo grigio o giallo secondo un asse inclinato di 45°. Tutto ciò permette di velocizzare il lavoro e di produrre virtuosismi tecnici. Ad Ercolano abbiamo esempi nella Casa del Salone Nero e a Pompei nella Casa dei Dioscuri.

Opus vittatum: è forse la tecnica più logica; consiste nel disporre semplicemente blocchetti quadrangolari della stessa altezza su filari orizzontali. Molto diffusa in età augustea, infatti è attestata nei più importanti edifici pubblici costruiti proprio durante il I secolo a.C.

Opus mixtum o opera vittata mista: consiste nel disporre in maniera alternata mattoni e blocchetti di forma parallelepipeda di travertino o di tufo grigio. La porta di Ercolano a Pompei, per esempio, presenta un paramento in opera incerta e catene angolari in opera mista. Molte strutture furano restaurate con questa tecnica dopo il terremoto del 62 d.C.

Casa dei Mosaici, Pompei, esempio di opus testaceum

Opus testaceum o opera testacea: consiste nell’uso del laterizio, ovvero il mattone cotto (testa). Gli elementi più antichi degli edifici di Pompei sono realizzati con questa tecnica. Per esempio nella Casa del Fauno, nella Basilica o nella Casa dei Mosaici.

Tecnica a pisè o opus formaceum: è un sistema di messa in opera dell’argilla cruda che prevede la costruzione di casseforme lignee entro cui il materiale edilizio viene costipato mediante l’uso di una pesante mazza di legno (il mazzapicchio).
A Pompei, l’impiego della tecnica a pisè è attestato in alcune abitazioni di III secolo a.C., (Casa delle Vestali, Casa del Centauro.

Fonti:

– “Le tecniche edilizie” in “Pompei, Oplontis, Ercolano, Stabiae” di F. Pesando e M.P. Guidobaldi, 2006
– “L’arte di costruire presso i Romani: materiali e tecniche” di J.P. Adam, 1984

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