Archeologia Vesuvio

Archeo Vesuvio è la rubrica su tutto il mondo dell’archeologia intorno al Vesuvio

Paestum – Il rinvenimento di una testa tardo-arcaica in pietra nel santuario di Athena, durante la campagna di scavo 2019 dell’Università di Salerno, è l’ultima sorpresa riservata agli archeologi dal sito di Paestum.

Gli archeologi diretti da Fausto Longo hanno riportato alla luce un volto posto di trequarti; il materiale pare sia lo stesso con il quale furono realizzati alcuni elementi decorativi del tempio di Athena. Il fatto che la superficie posteriore del reperto si presenti non rifinita conduce gli studiosi a ritenere, fanno sapere dal Parco archeologico di Paestum, che si possa trattare di un frammento di una lastra architettonica, forse una metopa; sarebbe la prima recuperata nel santuario della dea guerriera.

“La scoperta del frammento è la dimostrazione che a Paestum c’è ancora tanto da indagare e da scoprire sulla storia di questa città” dice il direttore del Parco Archeologico, Gabriel Zuchtriegel. Infatti, è probabile che altre opere d’arte di questo tipo siano ancora sepolte in tutta l’area degli scavi e solo il lavoro costante di archeologi e studiosi potrà riportarle alla luce.

Sono troppo calde queste giornate di metà agosto per poter visitare le bellezze del nostro patrimonio. Particolarmente  i luoghi aperti, come gli scavi di Pompei o di Oplonti, dove il clima può realmente traformare la gita in un inferno dantesco.

Allora alcuni siti hanno deciso di aprire le loro porte al calar del sole, come Villa San Marco a Castellammare di Stabia. Non solo quest’ultimo, ma anche tante altre arre archeologiche campane hanno deciso di adottare la stessa politica, almeno per questo torrido ferragosto.

In particolare, Gli scavi di  Pompei e la villa di Poppea ad Oplontis dal 23 agosto fino al 28 settembre, la Villa S. Marco a Stabia dal 16 agosto fino al 21 settembre e l’Antiquarium di Boscoreale dal 6 settembre fino al 12 ottobre saranno illuminati e aperti al pubblico tutti i venerdì e sabato – dalle ore 20,30 alle 22,30 (ultimo ingresso ore 22,00).

A Pompei potranno essere visitati alcuni dei luoghi più suggestivi dell’antica cittadina romana, come il Foro, il Macellum, le Terme Suburbane e tanti altri. Qui il costo delle passeggiate notturne è di 5 €. Il prezzo scende a 2 euro per la visita della villa di Poppea ad Oplonti e per l’Antiquarium di Boscoreale. Per villa San Marco invece l’ingresso notturno è gratuito.

Se quindi siete amanti dell’archeologia e delle sere d’estate, questa è un’occasione da non perdere. 

Chiunque abbia passeggiato almeno una volta nelle campagne di Sant’Agata de’ Goti sicuramente è rimasto folgorato dalla bellezza e dall’improvvisa scoperta sul suo cammino del cosiddetto Lavatoio Reullo.

Il lavatoio è stato costruito tra le rovine di un antico monastero e ancora oggi le donne lo usano per lavarci le coperte alla maniera antica.

Secondo fonti storiche datate al 1788 di Fileno Rainone, all’incrocio tra il fiume Isclero e i torrenti Riello e Martorano si trovava una fontana, trasformata più tardi in lavatoio e composto da vasche in pietra di varia grandezza piene d’acqua sorgiva.

Davanti al lavatoio si trova un arco ogivato realizzato in conci di tufo giallo e grigio legato a resti di una costruzione pertinente alla zona chiamata negli annali Parrocchiali “All’Arco” ed esistente già nel Trecento.

La costruzione esterna, databile al medioevo, è a pianta quadrata con un ingresso ampio coronato da un arco. Le pareti recano tracce di un solaio di copertura in legno, scomparso già nel ‘700. Il lavatoio Reullo è coperto da due impluvi in legno, sorretti da pilastri. Si compone di tre vasche rivestite in pietra e comunicanti tra loro. La più grande attinge l’acqua dalla sorgente ed è situata a quota inferiore rispetto al piano di campagna della struttura esterna che lo contiene.

Il lavatoio Reullo è la più interessante delle strutture di Sant’Agata de’ Goti, la zona circostante è ricca di sorgenti d’acqua e vicina al fiume Isclero. Esso testimonia la vita e la cultura locale, esempio emblematico di architettura d’acqua. Altri lavatoi sono i cosiddetti lavatoi “Bocca e Riello” dove confluiscono ricche e fresche sorgenti d’acqua, che vanno ad alimentare il ruscello del Riello.

Lungo il corso del fiume Isclero ci sono molte cascatelle e bacini che fino a poco tempo fa erano utilizzati come piscine naturali dove bagnarsi e rinfrescarsi nel periodo estivo.

Inoltre la fascia fluviale è ricca di siti archeologici: infatti ci sono stati molti ritrovamenti di oggetti risalenti ad epoca preromana. Celebre è il vaso di Asteas del IV secolo a.C. che raffigura “Il ratto d’Europa” cioè il momento fondatore dell’identità europea.

Fonte:

www.fondoambienteitaliano.it

Rosanna Biscardi, L’Arco in fondo alla valle: il mistero architettonico di Sant’Agata de’ Goti, Napoli, Cervino editore, 2015

Questa sera, con l’immenso piacere del pubblico campano, Alberto Angela ci mostrerà i tesori dell‘Antica Ercolano. Il tutto andrà in onda alle 21.25 su Rai 1, in occasione della prima puntata di Superquark. 

Il famosissimo e seguitissimo programma di Piero Angela stasera inizierà a deliziare gli spettatori italiani, con una serie di puntate in programma per l’estate. Superquark ha battuto ormai qualsiasi record: quest’anno infatti si darà inizio infatti alla 24esima edizione. Un format che negli anni ha portato milioni di persone ad appassionarsi alla cultura e alla scienza, scoprendo dentro di sé tanta voglia di apprendere dalla realtà circostante. 

La puntata di questa sera vedrà noi vesuviani in prima fila, dato che uno dei servizi sarà dedicato al mondo e ai tesori dell’Antica Ercolano. A farci fare un viaggio nel passato però, sarà il figlio di Piero, Alberto Angela, il quale per fama e successo di pubblico ha eguagliato i numeri del padre.

Proprio nella giornata di ieri Alberto Angela ha ricevuto una laurea honoris causa in Archeologia, presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. L’ateneo di Corso Vittorio Emanuele ha voluto infatti omaggiare il percorso divulgativo del Paleoantropologo più famoso d’Italia. In particolare, il titolo gli è stato riconosciuto proprio per i lavori di indirizzo archeologico, i quali hanno avuto come protagoniste (come c’era da aspettarsi) proprio gli antichissimi scavi di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti. Essi sono luoghi ormai rimasti nel suo cuore. Ci piace sempre ricordare che essi formano oggi uno dei siti Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO, più apprezzati e visitati al mondo. 

Invitiamo quindi tutti i nostri lettori a sintonizzarsi stasera su Rai 1, per assistere a questo magnifico spettacolo. Un appuntamento con la nostra cultura e la nostra storia, la quale sarà raccontata da uno dei più grandi divulgatori culturali d’Italia. Buona visione!

SuperQuark 1^ puntata

Viaggio in Senegal per seguire un gruppo di scimpanzé, per poi scoprire i tesori dell'antica Ercolano assieme ad Alberto Angela e molto altro ancora.Piero Angela e #SuperQuark sono tornati!QUESTA SERA, mercoledì #26giugno, alle 21:25 su #Rai1

Pubblicato da Rai1 su Mercoledì 26 giugno 2019

 

Ponte di Annibale Cerreto Sannita

Ponte di Annibale Cerreto SannitaUn ponte per attraversare la storia, un viaggio di 13 metri per giungere tra il III e il II secolo a. C., l’epoca di Annibale e dei suoi celeberrimi elefanti. A Cerreto Sannita, comune in provincia di Benevento, anche i sassi narrano del suo passaggio. Soprattutto i sassi.

Il ponte, di epoca romana e della larghezza di 1,5o metri, dedicato all’uomo che condusse Cartagine durante la seconda guerra punica, è stato, infatti, costruito interamente con pietra locale e sovrasta il fiume Titerno con un’arcata a tutto sesto. La storia, mista a leggenda, vuole che Annibale se ne fosse servito per oltrepassare il fiume e nascondere così, sul vicino monte Cigno, un bottino di guerra. Non per nulla la struttura in pietra è segnalata da un monumento in ferro a forma di elefante, fatto erigere nel 2004 lungo la strada provinciale Cerreto Sannita-Cusano Mutri.

Ponte di AnnibaleNon tutti gli storici dell’antichità, però, sembrano essere d’accordo sulla veridicità della vicenda: se, infatti, Polibio afferma che sia stato proprio Annibale in persona a guidare l’attraversamento del fiume Titerno; secondo Tito Livio il ponte di Annibale sarebbe stato, invece, solcato dal suo generale, Annone.

Quello che è certo è che Cerreto Sannita e il suo ponte di Annibale siano stati, comunque, protagonisti della discesa in Italia da parte del condottiero cartaginese durante la seconda guerra punica, combattuta tra il 218 e il 202 a. C. Il piano di Annibale, in effetti, era quello di sorprendere i Romani da nord. Per cui giunse in Italia attraverso la Spagna e riuscì ad ottenere quattro importanti successi: battaglia del Ticino (218 a.C.), battaglia della Trebbia (218 a.C.), battaglia del lago Trasimeno (217 a.C.), battaglia di Canne (216 a.C.). Dopo quest’ultima battaglia i Romani evitarono altri scontri diretti e gradualmente riconquistarono i territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. Alla seconda guerra punica terminò con l’attacco romano a Cartagine, che costrinse Annibale al ritorno in Africa nel 203 a.C., dove fu definitivamente sconfitto nella battaglia di Zama, nel 202 a.C.

Dopo la fine della guerra Annibale guidò Cartagine per alcuni anni, ma fu costretto all’esilio dai Romani e nel 195 a.C. si rifugiò dal re seleucide Antioco III in Siria, dove continuò a propugnare la guerra contro Roma. Dopo la sconfitta di Antioco III, si trasferì presso il re Prusia I, in Bitinia. Quando i Romani chiesero a Prusia la sua consegna, Annibale nel 183 a. C. preferì suicidarsi.

A ricordarne le gesta, oltre ai tanti libri di storia, resta comunque anche il ponte di Cerreto Sannita, ancora oggi attraversabile in perfetta sicurezza. Ciò grazie anche alle diverse ristrutturazioni, che non ne hanno comunque intaccato la struttura originaria, subite nel corso dei secoli. Ultima quella seguente al terremoto del 5 giungo 1688.

Flora o Primavera di Stabia

La città di Castellammare e la Campania tutta possono di nuovo apprezzare uno dei loro gioielli archeologici. Stiamo parlando di Villa Arianna, che riaprirà al pubblico la settimana prossima.

Il sito infatti era rimasto chiuso per via dei danni causati dal maltempo straordinario dello scorso Ottobre. I lavori hanno riguardato non solo il ripristino e puntellatura della copertura moderna dell’atrio. La chiusura al pubblico è stata l’occasione per condurre interventi di miglioramento  del decoro complessivo della Villa e di accoglienza per i visitatori. 

Come mostra il sito ufficiale degli Scavi di Pompei, la villa deve il suo nome alla grande pittura a soggetto mitologico rinvenuta sulla parete di fondo del triclinio. Essa fu scavata quasi interamente tra il 1757 e il 1762, sotto la direzione dell’ingegnere svizzero Karl Weber ed è famosa nel mondo per l’affresco di Flora, detta anche Primavera. Collegata con la pianura sottostante attraverso una serie di rampe, villa Arianna è articolata in quattro nuclei essenziali: l’atrio di età tardo-repubblicana, le terme e gli ambienti ai lati del triclinio estivo, risalenti ad età neroniane; la grande palestra d’età flavia. Insomma vi si può leggere quasi tutta la storia di Roma antica.

A fare da protagonisti nelle sale della villa sono però gli affreschi. Nella decorazione dei piccoli ambienti di soggiorno prevale il gusto per una decorazione miniaturistica. Tutto attorno vi sono raffigurati infatti delle figure volanti, amorini, quadretti di paesaggi, maschere. Mentre negli ambienti più ampi il tema ricorrente è quello mitologico.

Com’è comunicato dal parco Archeologico di Pompei, la riapertura ufficiale è prevista per venerdì 16 Aprile alle ore 10. Saranno presenti Direttrice ad interim Alfonsina Russo, del Direttore Generale del Grande Progetto Pompei Mauro Cipolletta,  del Direttore degli scavi di Stabia Francesco Muscolino e del Sindaco di Castallammare Gaetano Cimmino.

Dopo la riapertura anche del Giardino Inglese di Caserta, la Campania si appresta quindi ad accogliere preparata i propri visitatori estivi.

Satiro che abbraccia una menade, Casa di Cecilio Giocondo, Pompei Scavi. Custodito nella sezione Gabinetto Segreto, Museo Nazionale Archeologico di Napoli.

Il 15 e 16 marzo, nel mondo romano, si festeggiavano i baccanali. Si trattava di un rito orgiastico del culto orfico-dionisiaco che, nonostante si sia diffuso in Italia a partire dal II secolo a.C. grazie all’espansione di Roma, ha avuto origine dalla Magna Grecia ed in particolare dai territori della Campania e della Lucania dove era molto radicato. Non faceva ovviamente eccezione la città di Pompei, come testimonia il celebre affresco di Bacco e Arianna che si trova in una delle domus del sito archeologico.

Bacco è il nome romano con cui veniva indicato il dio Dioniso, molto venerato in Grecia. Il nome Bacco deriva, infatti, proprio da uno degli appellativi greci di Dioniso, Bakkhos, con il quale veniva chiamato durante i momenti di estasi.

Proprio come in Grecia il culto di Bacco era un culto misterico, ossia riservato agli iniziati ed avente scopi mistici. Esso era così sentito che il Senato romano, nel 186 a.C., dichiarò fuori legge il culto dietro iniziativa di Marco Porcio Catone, poiché gli iniziati rifiutarono di riconoscere i valori culturali della religione ufficiale di Roma. In seguito a tale provvedimento, il Senatus consultum de Bacchanalibus, i templi furono distrutti, i capi del culto furono arrestati e i seguaci perseguitati, il beni confiscati. Da allora in poi si assistette a una evoluzione dei baccanali, che da riti mistici ed orgiastici divennero riti propiziatori per la semina e la raccolta, mantenendo dunque un significato di fertilità ma limitatamente a quanto riguarda i prodotti della terra.

Ma cosa si faceva durante i baccanali? Le fonti giunte sino ai giorni nostri sono in realtà lacunose. L’iconografia più comune vuole che i riti si svolgessero spesso in aperta campagna, al di fuori templi, spesso visibili poco lontano. All’inizio della cerimonia l’iniziato è velato: prima dell’iniziazione si procede ai sacrifici animali, mentre le baccanti accendono le torce nei pressi dell’altare. Si procedeva poi a una lettura sacra e alla consacrazione delle offerte.

Affresco di Bacco e Arianna, Scavi di Pompei

Il rito principale era quello del liknon, un vaglio mistico che veniva fatto passare sulla testa dell’iniziato, e il tutto culminava poi nelle orge notturne cui prendevano parte quasi esclusivamente delle donne, dette Baccanti, che sopraffatte da un’ebbrezza sfrenata si abbandonavano a danze al suoni di flauto, timpani e tamburi. Nell’estasi erano capaci di compiere violenze estreme su uomini e animali. Secondo alcune fonti potevano anche sbranare degli animali e mangiarne le carni crude.

Celebre inoltre l’assenza di freni per quanto riguarda gli atti sessuali, a simboleggiare una buona propiziazione e la salvaguardia per patrimonio genetico della popolazione. Gli eccessi che si consumavano durante questa fase furono ciò che sconvolse di più Roma, dato che si arrivava perfino a praticare la violenza sessuale, contravvenendo alle leggi romane che vietavano questi atti tra cittadini, permettendole solo nei confronti degli schiavi.

Fonti:
– Baccanali, in Enciclopedia Treccani

Portus Julius - Pozzuoli
Portus Julius - Pozzuoli
FONTE: www.facebook.com/puteoli

Pozzuoli terra di vulcani e di porti. Risalirebbe, infatti, al 37 a.C. la costruzione del Portus Julius nell’attuale zona dei Campi Flegrei, diretta dallo stratega Marco Vipsanio Agrippa e voluta dall’Imperatore Ottaviano in persona (al cui nome di Gaio Giulio Cesare fa riferimento il porto stesso), impegnato in una feroce guerra civile contro Pompeo, la quale avrebbe posto fine alla Repubblica romana.

Proprio in ragione di questa lotta il Portus Julius nacque per svolgere la funzione di base militare navale, collegando con un ampio canale navigabile il lago d’Averno, il lago Lucrino e il mare (come si può vedere in foto). In questo modo la flotta romana poteva godere di una protezione praticamente naturale, ma anche di una grossa quantità di legname per le navi medesime, che prendeva dagli allora boschi limitrofi.

In particolare i lavori del Portus Julius furono affidati all’architetto Lucio Cocceio Aucto, il quale varò un impenetrabile sistema di difesa: una diga lunga e stretta, infatti, partiva da Punta Epitaffio e giungeva sino a Punta Caruso. Le navi entravano e uscivano dall’infrastruttura proprio attraverso un canale che passava per questa diga e che permetteva il passaggio lungo il lago Lucrino, per poi giungere – grazie ad un secondo canale – sulle sponde del lago d’Averno.

La funzione militare del porto si esaurì, però, circa venti anni dopo la sua costruzione. Infatti, il lago Lucrino era molto basso e il suo canale di ingresso fu in buona parte insabbiato a causa del fenomeno del bradisismo. Già nel 12 d. C. la flotta romana dovette così essere trasferita a Miseno. Da quel momento il Portus Julius fu utilizzato solo scopi civili, fino all’eruzione del Monte Nuovo (uno dei crateri dei Campi Flegrei) datata 29 settembre 1538, che ridusse il lago Lucrino alle attuali ridotte dimensioni e che fece praticamente sprofondare la costruzione portuale.

Solo le foto aeree scattate dal pilota Raimondo Buchner nel secondo dopoguerra fecero “riaffiorare” l’antico Portus Julius, mostrando come la sua estensione raggiungesse i dieci ettari. Una veduta aerea delle strutture attualmente sommerse e comprendenti due bacini con relativi moli; una strada rettilinea fiancheggiata da numerosi magazzini; un ampio cortile con una fila di stanze centrale, forse una caserma; una grande villa con ampio giardino centrale – forse la residenza dell’ammiraglio della flotta – è possibile vederla di seguito:

Mentre una ricostruzione precisa della situazione topografica in epoca romana è mostrata da un plastico esposto nel Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello aragonese di Baia, realizzato da archeologi e topografi rigorosamente sulla base di dati scientifici ed evidenze archeologiche.

Fonti:
– www.archeoflegrei.it

“Oggi, in occasione della Festa delle donne, vogliamo ricordare come era la vita di donna nell’antica Pompei. Responsabile della famiglia e della casa, cura i figli, controlla gli schiavi, organizza cerimonie sacre, partecipa alle campagne elettorali pur non avendo diritto di voto”. 

Questo è un piccolo estratto del post pubblicato sulla pagina del Parco Archeologico di Pompei. Il più famoso sito archeologico al mondo ha voluto celebrare anch’esso oggi donne, partendo da un’immagine delle sue donne. Le donne della Pompei di 2000 anni fa e più in generale dell’Antica Roma, diventate famose per la loro centralità all’interno della vita sociale. Ma cosa significava essere donna al tempo dei Romani?

Anno 195 A.C. La Prima Guerra Punica era da poco finita e Roma iniziava ad affermarsi come superpotenza nel Mediterraneo. Quest’anno è ricordato anche per un avvenimento singolare. Un corteo di donne che mosse verso il Foro, protestando a gran voce contro il Senato. Il motivo? Le signore chiedevano l’abolizione della legge Oppia, che proibiva di indossare ornamenti d’oro e altri lussi femminili. La notizia di queste paladine del maquillage ebbe un’eco tale, che il Senato fu costretto a discutere della questione e ad abrogare l’atto. Famosa fu l’orazione espressa in aula da Marco Porcio Catone: “Voi le conoscete le donne: fatevele vostre uguali, e immediatamente ve le ritroverete sul gobbo come padrone. Gli uomini di tutto il mondo, che in tutto il mondo governano le donne, governati dagli unici uomini che dalle donne si facciano governare: i romani”.

Questo episodio, anche se poco significante nel complesso, mostra quale ruolo importante avesse il gentil sesso a Roma. Una rilevanza non solo a livello sociale, ma anche giuridico. Bisogna fare però una premessa. Per tutto l’arco della storia romana, gli uomini restarono i pilastri portanti della vita politica, sociale e soprattutto familiare, dove vigeva l’egemonia del paterfamilias su tutti gli altri membri.

La donna romana però non era la donna greca, tutta telaio e alcova. A differenza di quest’ultima, la romana aveva maggiore autonomia, la quale derivava dall’unica vera fonte di libertà ed emancipazione: il denaro. Secondo il diritto romano le donne potevano ereditare e anche, nel caso in cui non si fossero ancora sposate, intestarsi un proprio patrimonio. E una volta maritate? In questo caso fu inventato uno stratagemma pratico. Per la religione latina, un uomo ed una donna venivano considerati sposati solo a seguito di 363 giorni consecutivi di convivenza.  Ogni anno così, le mogli decidevano di lasciare la casa del marito per tre notti (trinoctium). In questo modo, le donne si sposavano e al contempo mantenevano il proprio patrimonio separato da quello del marito.

gioielli
Oggetti e monili per far risaltare la bellezza femminile: ampolle per profumi, unguentari, orecchini, anelli, braccialetti, collane. Dagli scavi di Pompei. Napoli, Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Al di là di leggi e politica, la donna romana viene considerata famosa anche per la sua vanità. La moda all’epoca era assai complicata. Le matrone impiegavano in media tre ore al giorno per imbellettarsi. Ognuna andava nella sua Spa o a consulenza dal nutrizionista per rimanere giovane e bella. La biancheria era di seta e lino, e cominciava a far la sua comparsa il reggiseno. Le calze non si usavano, ma le scarpe erano raffinate. A quest’epoca risale infatti l’invenzione dei tacchi a spillo. D’inverno si usavano le pellicce (provenienti dalla Germania) e le pettinature erano tra le più articolate. Ma ciò che più di tutto faceva impazzire le fanciulle latine erano i gioielli. Moltissimi sono stati rinvenuti proprio a Pompei. Le romane li indossavano sempre, tant’è che si diceva che una donna dell’epoca non fosse mai nuda, nemmeno sotto le lenzuola.

In quanto appassionati di storia siamo d’accordo con la direzione del Parco Archeologico. Quale modo migliore di celebrare la donna, se non parlando della più libera tra quelle dell’Antichità. 

Fonti:
– Storia di Roma, Indro Montanelli;
– Istituzioni di diritto romano, Antonio Guarino.

Foto di Pompei Parco Archeologico

La “chicca” della mostra: così in molti definiscono l’anello esposto nella Palestra Grande di Pompei. La mostra di cui parliamo è “Pompei e gli Etruschi”, un focus sull’Etruria campana e sui rapporti tra le élite campane etrusche e quelle greche e indigene di cui Pompei è il centro.

13 sale ospitano circa 800 reperti che potranno essere visitati fino al 2 maggio 2019. Vasellame, armi, gioielli, lastre funerarie tra le bellezze esposte a Pompei provenienti da musei italiani ed europei che fanno luce sulle controverse dinamiche della presenza etrusca in Campania.

Fulcro della mostra sono gli oggetti provenienti dal santuario extraurbano di Fondo Iozzino, tra i principali santuari fondati alla fine VII sec. a.C. Proprio da qui proviene l’anello che tanto sta affascinando i visitatori. Il gioiello, in pietra dura del VI sec. a.C., rappresenta il suicidio di Aiace.

Aiace è un personaggio della mitologia greca protagonista di una tragedia di Sofocle omonima. Eroe leggendario, figlio di Telamone re di Salamina e di Peribea era sposo di Tecmessa, schiava e concubina frigia, e padre di un unico figlio, Eurisace. Amico di Achille, alla sua morte si contende le sue armi con Odisseo. Agamennone affida però le armi del Pelide a Odisseo non tenendo conto della richiesta di Aiace.

Secondo un’altra versione Agamennone evitò di prendere l’ingrato compito e affidò la decisione ad un’assemblea di capi greci che votarono in segreto. Forse la versione più accreditata è che Nestore consigliò Agamennone di mandare delle spie durante la notte per ascoltare cosa pensassero i nemici. Ascoltando alcune donne parlare di Aiace e Odisseo, espressero l’opinione che solo quest’ultimo avrebbe avuto il coraggio di affrontare un loro attacco. Così Agamennone decise per Odisseo.

A questo punto inizia l‘ira di Aiace che decide di vendicarsi. Atena però lo colpisce con una crisi di improvvisa pazzia. Con una spada in mano, così, si aggira tra le mandrie e le greggi razziate ai Troiani facendo una strage. Lega gli animali superstiti, li spinge verso l’accampamento e li sgozza. Prende, poi, due arieti dalle zampe bianche, ad uno taglia la testa e la lingua pensando fosse Agamennone o Menelao, l’altro lo lega ad una colonna e lo flagella pensando fosse Odisseo.

Quando recupera il senno, cade in disperazione per ciò che ha fatto e decide di suicidarsi: pianta la sua spada sulla terra e vi si getta sopra. Quest’ultima immagine, tra le più famose, è rappresentata sull’anello della mostra.

Fonti:

“Pompei e gli Etruschi” a cura di Massimo Osanna e Stéphan Verger, Electa Editore.

“I miti greci” di Robert Graves, Longanesi Editore.

Quando oggi sentiamo parlare di cammeo la nostra mente corre ai monili da indossare, come anello, collana o orecchini. Ma pochi sanno che i cammei in età antica erano utilizzati soprattutto per decorare oggetti oppure utensili.

E’ il caso della cosiddetta “Tazza Farnese” una phiale (piatto da libagione) di epoca ellenistica e di scuola alessandrina, fabbricata in agata sardonica (sardonice dal colore nero giallastro) e dal diametro di 20 cm circa. Usata molto probabilmente per libagioni rituali è attualmente conservata al Museo archeologico nazionale di Napoli e datata al II o I secolo a.C.

Nel 1239 fu acquistata da Federico II ed in seguito l’opera ricomparve a Napoli nel 1458, quando venne vista da Angelo Poliziano nella collezione di Alfonso V d’Aragona. Lorenzo il Magnifico la acquistò a Roma nel 1471 e passò quindi nella collezione della famiglia Farnese. L’ultimo spostamento avvenne nel Settecento, quando Carlo III re di Napoli, trasferì qui l’imponente raccolta di capolavori ereditati dalla madre Elisabetta Farnese. Della sua storia precedente si conosce poco, forse fu portata da Alessandria d’Egitto a Roma da Ottaviano, dopo la vittoria ad Azio nel 31 a.C. 

Tazza Farnese – esterno

Descrizione del manufatto

La superficie interna della tazza riporta un’immagine con otto figure: una Sfinge, sulla quale siede una donna che reca in mano delle spighe; una figura maschile con barba che regge una cornucopia; un giovane con un aratro e due figure femminili, una delle quali regge una phiale ed infine due figure maschili in volo.

La superficie esterna è decorata da una gorgoneion (Gorgone), che presenta sul naso un piccolo foro, forse usato per esporre il manufatto.

Interpretazioni

Le immagini rappresentate sulla Tazza Farnese si ricollegano tutte all’Egitto, data la presenza della Sfinge. Si tratta di un’allegoria divina della famiglia reale di Alessandria, collegate all’abbondanza egizia. Jean Charbonneaux la collegò al tempo del regno di Cleopatra I riconoscendo nella figura maschile centrale Tolomeo VI Filometore, nella figura femminile sulla Sfinge Cleopatra I e nella stessa Sfinge la figura di Tolomeo V Epifane defunto. Ennio Quirino Visconti nel 1790 la descrisse come una allegoria dei benefici ottenuti dalle piene del Nilo, rappresentato dall’uomo barbuto con la cornucopia. Alla sua destra Horus-Trittolemo si appoggia ad un aratro. Sotto di lui Iside è seduta sulla Sfinge, mentre all’estrema destra le due figure femminili rappresentano le stagioni dell’inondazione e della mietitura con i rispettivi attributi. Presso il bordo superiore le due figure volanti sarebbero le personificazioni dei venti Etesii che provocano le inondazioni.

Fonti:

– Jean Charbonneaux, Roland Martin; François Villard, La Grecia ellenistica : 330-50 a.C., Milano, Rizzoli, 1985.

– Sito internet del MANN

Villa dei Misteri

Villa dei MisteriI ritrovamenti negli Scavi di Pompei continuano a darci testimonianza di come si viveva nella città romana, di come era la struttura dei luoghi pubblici e privati, di quali oggetti venivano usati e addirittura ci ha riconsegnato degli scheletri di abitanti.

Ma come ci si vestiva nel mondo romano, in particolare a Pompei? Dopo la scoperta della struttura di una tipica toiletta dell’antichità (utile alle signore per “farsi belle”) e della lingerie femminile usata, sulla pagina Facebook del sito archeologico compare una descrizione dettagliata del vestiario, distinto in due categorie: gli indumenta e gli amictus. I primi erano indossati di giorno e di notte, mentre i secondi venivano calzati solo in una certa parte della giornata.

Nel corredo intimo figuravano il subligaculum (o licium), una sorta di perizoma, perlopiù di lino annodato attorno alla vita, mentre per le donne, era prevista anche una fascia al seno (strophium, mammillare) o una guaina (capetium). Sopra il licium scendeva la tunica (in età imperiale ne erano previste due, una sopra l’altra), stretta in vita mediante una cintura, che poteva essere di lino o di lana, a seconda della stagione.

La tunica femminile era lunga fino ai talloni, con quelle più eleganti (tunicae auratae) erano ricamati con fili d’oro. Le tuniche per i militari, invece, erano più corte rispetto a quelle delle persone comuni, mentre per i magistrati era prevista una bordatura porpora.

Inoltre, in inverno, per far fronte alle rigide temperature, era previsto l’utilizzo di guantoni per le mani e, come amictus, della toga. Quest’ultima era il tipico costume delle più importanti classi romane e consisteva in un ampio e imponente mantello di lana bianca che andava ad avvolgere gli indumenti. In alcuni occasioni formali, però, la toga era sostituita con il pallium, un mantello più pratico e meno ingombrante.

Per quanto riguarda, invece, le donne di alto rango era previsto l’utilizzo della stola: una lunga tunica annodata in vita da una cintura e completata dal supparum (lungo scialle) o dalla palla, grande mantello a pieghe regolari e a tinte forti. Ai piedi venivano calzati, a seconda delle stagioni, dei sandali con lacci, scarpe di cuoio o dei veri e propri stivaletti.

Castellammare di Stabia – La prestigiosa Accademia delle Belle Arti di Varsavia è tornata, per il quarto anno, alla villa Arianna di Stabiae per occuparsi del restauro di alcuni ambienti. Il progetto, svolto sotto la direzione scientifica del Parco Archeologico di Pompei (ufficio scavi di Stabia) con il coordinamento della Fondazione RAS, ha il supporto del Ministero della Cultura e del Patrimonio Nazionale della Repubblica di Polonia.

Fino al 3 agosto, per circa un mese, un gruppo di lavoro coordinato dal vice preside della Facoltà di Conservazione e Restauro dell’Accademia polacca, prof. Krzysztof Chmielewski e dalla professoressa Julia Burdajewicz, è impegnato in interventi di consolidamento e pulitura di due ambienti (il 7 e l’11) entrambi decorati in IV stile.

Nell’ambiente 7, uno dei più belli della villa con affaccio sul mare, è stata realizzata la pulitura delle decorazioni parietali: i sali, la cera usata all’epoca degli scavi di Libero D’Orsi con il trascorrere del tempo avevano offuscato lo splendore delle pitture e reso meno nitidi molti dettagli dei dipinti. Dopo il restauro sono tornati alla luce elementi prima scarsamente percepibili: l’intervento ha rivelato nello zoccolo nero della parete a destra dell’ingresso un cesto sospeso ad un finto soffitto a cassettoni. Inoltre ha restituito il colore originario alle pareti e alle decorazioni e reso molto più visibili dettagli degli elementi decorativi come le immagini di due maschere o il quadretto che raffigura la natura morta composta di fichi e di funghi, posti nella zona superiore della parete sud.

L’ambiente 11, eseguito con una partitura decorativa simile a quella dell’ambiente 7 , si ipotizza eseguito dalla stessa officina pittorica. L’intervento, iniziato quest’anno, ha visto innanzitutto il consolidamento delle pareti che rischiavano di sfaldarsi. Per evitarne il degrado si è proceduto ad un preconsolidamento e poi alla pulitura, sia con impacchi che con l’ausilio di una strumentazione tecnica adeguata, che sta rivelando prime interessanti evidenze pittoriche.

Il lavoro in villa Arianna da parte dell’Accademia di Varsavia sta producendo interessanti risultati da un punto di vista conservativo e di una maggiore vividezza delle cromie delle pareti (come si può vedere negli ambienti 44 e 45 già restaurati).

Il gruppo di lavoro di una delle più prestigiose accademie di restauro europee è composto oltre che dai professori anche da 5 studenti di livello avanzato che hanno così l’occasione di mettersi alla prova sul campo in un contesto d’eccezione

Siamo molto contenti di lavorare anche quest’anno a Villa Arianna – afferma il professore Krzysztof Chmielewski – Ringraziamo il Parco Archeologico di Pompei, il sostegno della Fondazione RAS, per l’occasione data a noi e ai nostri studenti di poter lavorare al restauro di decorazioni di grande importanza. Dopo la pulitura l’ambiente 7 probabilmente sarà il più bello di Villa Arianna e ci inorgoglisce aver contribuito a riportare ad antico splendore questa meravigliosa abitazione romana“.

Foto Facebook di Tonino Santucci

Un luogo dove potersi rifocillare, riposarsi, ma anche una stazione di sosta per i cavalli. E’ questa l’ipotesi più probabile secondo gli studiosi che hanno riportato alla luce i resti di un tratto di strada della Via Appia, un’antica strada che collegava Roma a Brindisi. La scoperta arriva da un’equipe di Archeologi dell’Università di Salerno, guidata da Alfonso Santoriello, docente di Archeologia del paesaggio.

Questo tratto di strada è lungo circa 14 metri e risale al terzo secolo a. C. “Sicuramente è un pezzo dell’Appia antica – dichiara Santoriello a Repubblica -. Costeggiava un abitato, all’interno del quale abbiamo rinvenuto un importante quartiere artigianale che si estende per 400 metri quadrati, databile tra il primo secolo avanti e il primo dopo Cristo“.

Una scoperta ancora ricca di sorprese. Come spiega Paolo De Luca nel suo pezzo su Repubblica, il sito potrebbe essere stato non solo un’antica stazione di sosta, ma addirittura un piccolo e vivace nucleo abitativo. L’ipotesi, alquanto suggestiva, è quella che lo scavo sia ciò che rimane di Nuceriola, scalo principale dell’Appia prima di Beneventum.

Un sito che ha “ancora molto da raccontare“, come spiega Santoriello, tant’è che nel 2016 fu ritrovata un’epigrafe risalente al 42 a.C. riportante la ricostruzione di un “censorium”, un tipo di edificio governativo. Per questo motivo, quindi, Santoriello ha deciso di istituire una campagna crowfunding, al fine di sostenere economicamente le attività svolte dagli archeologi, che potrebbero portare a nuove scoperte.

Un team di archeologi dell’università di Salerno ha fatto riemergere un tronco dell’antica via Appia, l’antica “autostrada” dei romani. Si tratta della diramazione della strada che collegava Roma alla Puglia ed, in particolare, del tratto tra Benevento ed Apice, nel Sannio.

Il ritrovamento consiste in un tronco lungo 14 metri e largo più di 5 databile nella sua costruzione fra il I sec. a.C. ed il 50 d.C.. Insieme alla strada è riemerso anche un insediamento adiacente munito di fornaci per la produzione di terracotta in argilla. Questo significa che il tretto in questione era anche un importante centro per gli scambi ed i commerci.

Come annuncia Repubblica, il team di archeologi, tutti studenti e ricercatori dell’ateneo salernitano, è guidato dal professore Alfonso Santoriello.

 

Pompei – Recenti indagini archeologiche presso la necropoli di Porta Stabia, forniscono nuovi elementi utili a comprendere la complessa articolazione spaziale di quest’area di Pompei, che presto sarà restituita alla pubblica fruizione.

Lungo la via Stabiana, immediatamente fuori l’omonima porta di accesso alla città antica, in un’area adiacente alla tomba monumentale di Gnaeus Alleius Nigidius Maius, portata alla luce lo scorso anno, sono stati avviati alla fine del 2017 interventi di restauro e valorizzazione di altre due monumenti funebri. Si tratta di due tombe a camera denominate “Tomba A” e “Tomba B” già scavate nel 2001 e ubicate in uno spazio delimitato da un marciapiede e da muretto in opera reticolata parzialmente rivestito di intonaco.

Le attività di scavo sono state finalizzate a rimettere in luce e a documentare il percorso stradale. Il basolato stradale infatti era interamente ricoperto da uno spesso strato di accumulo alluvionale che ha restituito una grande quantità di reperti ceramici, in vetro come unguentari e pedine ma anche un anello d’oro con teste di serpente affrontate e con occhi in pasta vitrea.

La rimozione di questo strato di accumulo rivelò a sud della tomba A una struttura muraria non finita, di forma sub-quadrata. Queste evidenze sono verosimilmente pertinenti ad una terza tomba rimasta incompleta a seguito dell’abbandono del cantiere, come indicherebbero i blocchi di tufo e lava rinvenuti nelle immediate vicinanze e pronti per essere impiegati nella costruzione, ed anche un cumulo di schegge di lava e blocchetti.

La tomba B,di forma rettangolare, è costituita da due filari di blocchi parallelepipedi di calcare bianco; la tomba aveva probabilmente un coronamento a forma di ara. L’interno, intonacato, presenta su tre lati nicchie di forma rettangolare, mentre sul quarto si accede alla camera. Al momento degli interventi di restauro all’interno della camera sepolcrale, che si presentava in condizioni di elevato degrado, si scoprì che solo quattro delle nove urne fittili murate nelle due banchine lungo i lati della camera erano state precedentemente svuotate, probabilmente durante le esplorazioni ottocentesche che portarono alla spoliazione del rivestimento calcareo della parte superiore della tomba e all’asportazione delle urne di vetro nelle nicchie.

Delle 5 urne non precedentemente svuotate, due hanno restituito le ceneri dei defunti, mentre altre due contenevano i resti dell’ustrinum (rogo funebre) quali balsamari in vetro deformati dal calore, e in un caso una moneta posta come obolo carontis. I resti antropologici sono attualmente in corso di studio da parte di H. Duday. Alcune urne conservavano il coperchio posto a chiusura ma in posizione capovolta. Sul pavimento in cocciopesto è stato ritrovato anche un condotto fittile per le libagioni in onore dei defunti che avevano luogo durante le varie festività; il condotto era chiuso da un elemento in marmo.

La tomba A è una struttura di forma quasi quadrata costituita da un alto basamento di blocchi parallelepipedi in tufo grigio uniti tra loro da grappe metalliche, su cui poggiava la copertura, costituita da una serie di piccoli gradini di terra, pietre laviche, schegge di calcare e malta, di cui almeno quello inferiore era ricoperto da lastrine rettangolari di marmo bianco, alcune delle quali ancora conservate in sito. All’interno della camera sepolcrale vi sono delle nicchie ricavate sui tre lati del muro in laterizio.

Al momento dello scavo condotto nel 2001 si rinvennero due urne cinerarie in vetro con coperchio; la tomba conteneva inoltre due colombe in vetro soffiato e una brocca di piccole dimensioni. L’accesso alla tomba è situato sul lato meridionale ed è chiuso da una porta in calcare sulla quale sono leggibili due tituli picti. La porta presenta all’esterno un anello in ferro e un sistema di chiusura sulla parte interna in bronzo, e cardini in bronzo.

La porta era chiusa al momento dello scavo ed è stata aperta per i lavori di restauro, mostrando il perfetto funzionamento, a 2000 anni di distanza, del sistema di chiusura romano. Sulla parte superiore della porta è presente un’iscrizione, un titulus pictus, che riporta “Iarinus Expectato / ambaliter unique sal(utem) / Habito sal(utem)” “Iarinus saluta Expectato, amico per sempre; saluti a Habito”. Sopra il nome di Habito qualcuno disegnò un fallo.

Foto di Massimo Osanna

Una grande stagione di scavi archeologici quella che sta vivendo quest’anno Pompei. Dopo le grandi sorprese della Regio V, il direttore Massimo Osanna ha annunciato nuove esplorazioni anche nella Regio VIII.

Una parte della città, infatti, è ancora sepolta sotto strati di cenere e lapilli da quel maledetto pomeriggio del 79 d.C. “Regio VIII, cominciati i nuovi scavi al santuario di Esculapio in collaborazione con l’Università di Napoli Federico II“, così ha commentato Osanna su Instagram.

L’entrata al temenos (recinto sacro) del santuario si trova lungo via di Stabia: si accede al portico ed al cortile, dove al centro vi è un altare in tufo nocerino. Una scalinata conduce al podio del tempio: quattro colonne nella facciata e due ai lati, precedevano la cella che aveva sul fondo la base per le statue di culto.

L’edificio è datato tra il III e il II secolo a.C. con restauro di età sillana (80 a.C.). Inizialmente il santuario era stato attribuito a Giove Meilichio (‘dolce come il miele’) per via di una iscrizione rinvenuta a Porta di Stabia: con questo appellativo, comune alle dee Hera e Afrodite, Zeus/Giove è venerato soprattutto in Grecia, connesso a divinità dell’oltretomba ed a riti misterici.

Di recente è stata ripresa una vecchia tesi che attribuisce il tempio al culto di Asclepio (Esculapio per i romani) e Igea, sulla base delle statue di terracotta e di altri oggetti di culto trovati nel tempio.

Asclepio o Esculapio è un personaggio della mitologia greca. Figlio di Apollo e di Arsinoe secondo Esiodo, oppure di Apollo e Coronide per Pindaro, è un semidio e dunque uomo mortale per Omero: si diceva fosse stato istruito nella medicina dal centauro Chirone, o che avesse ereditato tale proprietà dal padre Apollo. Divenne poi il dio della medicina e venerato dagli infermi.

In Grecia, Asclepio veniva invocato per le guarigioni ed era il dio dei serpenti. Molti riferimenti ad Asclepio sono stati ritrovati anche in ambito “occulto”: la sua capacità di riportare in vita i morti lo rendeva difatti anche il dio invocato dai negromanti. Il suo culto aveva il suo centro ad Epidauro, ma era onorato anche a Pergamo.

Esculapio è l’adattamento latino (Aesculapius) del nome greco Asklepios, ma si tratta dello stesso dio. Il suo culto fu introdotto a Roma sull’Isola Tiberina nel 291 a.C.

Pompei – Ritrovato il cranio del “fuggiasco”, la prima delle vittime emerse nel cantiere dei nuovi scavi della Regio V, di cui finora era stata rinvenuta solo una parte dello scheletro. Massimo Osanna, soprintendente degli Scavi di Pompei, aveva già annunciato tale ritrovamento nel corso di un intervento all’Ansa.

In una prima fase dello scavo sembrava che la porzione superiore del torace e il cranio, non ancora identificati, fossero stati tranciati e trascinati verso il basso da un blocco di pietra che aveva travolto la vittima: tale ipotesi preliminare nasceva dall’osservazione della posizione del masso rispetto al vuoto del corpo impresso nella cinerite.

Il prosieguo delle indagini all’incrocio tra il vicolo delle Nozze d’Argento e il vicolo dei Balconi, laddove erano emersi i primi resti scheletrici, ha portato alla luce la parte superiore del corpo, ubicata a quote decisamente più basse rispetto agli arti inferiori.

La ragione di tale anomalia stratigrafica va ricercata nella presenza, al di sotto del piano di giacitura del corpo, di un cunicolo, presumibilmente di epoca borbonica, il cui cedimento ha portato al collasso e allo scivolamento di parte della stratigrafia superiore, ma non del blocco litico, ancora inserito nella stratigrafia originaria.

La morte non è stata quindi presumibilmente dovuta all’impatto del blocco litico, come ipotizzato in un primo momento, ma da probabile asfissia dovuta al flusso piroclastico.

I resti scheletrici individuati consistono nella parte superiore del torace, arti superiori , cranio e mandibola. Attualmente in corso di analisi, presentano alcune fratture la cui natura sarà verificata, in modo da poter ricostruire con maggiore accuratezza gli ultimi attimi di vita dell’uomo.

Entrata Teatro

E’ di pochi giorni fa la notizia della sua riapertura: dopo venti anni di oblio ritornerà a splendere e verrà restituito al pubblico.

Il teatro romano di Ercolano fu sepolto durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d. C. e ritrovato dopo gli scavi archeologici nell’antica città: fu il primo edificio ad essere scoperto nell’area vesuviana.

Fu costruito in un’area nei pressi del Foro durante i primi anni dell’età augustea e poteva contenere circa duemilacinquecento persone. Subì danni durante il terremoto del 62, ma fu durante l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che venne ricoperto da uno strato di ceneri, lapilli e fango, che solidificandosi produsse un solido strato di tufo, conservandolo intatto nel tempo.

Colonne e capitelli

Il teatro di Ercolano fu scoperto per caso nel 1710, quando un contadino, Ambrogio Nocerino, detto “Enzechetta”, scavò un pozzo per irrigare il suo orto e trovò alcuni pezzi di marmo che vendette poi ad un artigiano di Napoli. Emanuele Maurizio d’Elboeuf, per il quale l’artigiano lavorava, decise di acquistare il pozzo e iniziò ad indagarvi tramite cunicoli sotterranei. Nei primi scavi fu esplorata la zona del frontescena, del palcoscenico e dei tribunalia (posti riservati a personaggi importanti), nei quali furono rinvenute otto statue femminili e una maschile, colonne in marmo, un dolia (grosso contenitore in terracotta, usato per la conservazione di olio o vino) e un architrave.

Pozzo scavato da “Enzechetta” dal quale si scoprì il teatro

Nel 1738 iniziarono gli scavi sistematici, le prime mappature del sito e le pubblicazioni: il teatro romano di Ercolano divenne soggetto preferito dai giovani del Grand Tour. Durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato come rifugio antiaerei e dopo brevi campagne di scavo il teatro venne chiuso nel 1998. Il teatro oggi è ancora sepolto sotto la coltre di tufo ed è visitabile solo attraverso stretti cunicoli.

Resti di affreschi parietali e iscrizione dedicata al proconsole di Ercolano Marco Nonio Balbo

La facciata esterna presentava due ordini di archi a tutto sesto poggianti su piedritti in laterizio: la penultima arcata era decorata con lesene, capitelli corinzi e cassettone a stucco. La summa cavea era composta da tre grandini, protetta da un parapetto in tufo e vi era una porta che conduceva ad uno dei tribunalia. La media cavea comprendeva sedici file di sedili in tufo ed era divisa in sei settori tramite sette scalette: originariamente era rivestita in marmo, asportato durante le esplorazioni borboniche.

Pianta di Giovanni Battista Piranesi (1740 ca.)

L’orchestra di forma semicircolare, era pavimentata con lastre di marmo bianco e giallo antico: qui vennero ritrovati due seggi in bronzo, dedicati a Balbus e Pulcher (rispettivamente proconsole e console di Ercolano). Nei pressi del palcoscenico vi è il pulpitum, realizzato in mattoni e ricoperto in marmo, mentre la scena è in opera laterizia e si divide in due livelli con al centro una grossa esedra con la porta regia ed ai lati due porte hospitales. Alle spalle della scena vi è un lungo corridoio utilizzato dagli spettatori durante gli intervalli dello spettacolo.

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Plastico del teatro, Archivio Sommer

Fonti:

– www.ercolano.unina.it

– Arnold De Vos; Mariette De Vos, Pompei, Ercolano, Stabia, Roma, Editori Laterza, 1982

– Parco Archeologico di Ercolano, sito ufficiale

reperto Paestum

Paestum – La nostra feconda terra di cultura continua a partorire bellezze antiche e reperti archeologici che affascino e incantano gli occhi di studiosi ed esperti di archeologia e storia. Ultima scoperta è avvenuta a Paestum durante il solito appuntamento che si ripete ormai da 17 anni con la Società Friulana di Archeologia Onlus, sempre disposta a venire nella incantevole Paestum per aiutare nella pulizia dell’area attorno ai templi.

E sono stati proprio loro a scoprire un un frammento di un cratere ateniese di VI secolo avanti Cristo, su cui si riconosce una parte di una biga con cavalli e auriga, dietro il quale ci doveva essere un altro personaggio con lancia.

Il reperto è stato consegnato laboratorio di restauro del Parco Archeologico di Paestum, che procederà alle analisi del caso per dare una maggiore e più dettagliata descrizione del reperto.

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