Giovanni Paisiello, dall’opera buffa all’inno del Regno delle Due Sicilie

Giovanni Paisiello

Non tutti i figli illustri di Napoli sono nati nel capoluogo campano, ma certamente alcuni sono qui sepolti. La chiesa di Santa Maria Donnalbina, situata nell’omonima via, conserva al suo interno il monumento funebre di Giovanni Paisiello, scolpito nel 1816 dall’allievo di Giuseppe Sanmartino, Angelo Viva. Il “Petrarca della musica” nacque a Taranto nel 1740. Fin dall’adolescenza si trasferì a Napoli dove frequentò il conservatorio di Sant’Onofrio a Capuana. Iniziò componendo musica sacra ed esordì, nel 1763, al teatro Rangoni di Modena con l’opera buffa “La moglie in calzoni”. Paisiello diede poi due drammi giocosi, “Il ciarlone” e “I francesi brillanti”, a Bologna, l’anno successivo. Dopo tre anni tornò nella città partenopea e compose “L’idolo cinese”, su libretto di Gian Battista Lorenzi, a cui si affidò anche per la realizzazione del “Socrate immaginario”, una della sue opere più note. Questa fama gli valse l’invito della zarina illuminata Caterina II di Russia che lo nominò maestro di cappella a San Pietroburgo. Durante il soggiorno russo Paisiello scrisse “La serva padrona”, “Il barbiere di Siviglia” e “Il mondo della luna”. Ma i contrasti con la corte e le condizioni di salute della moglie lo costrinsero a rientrare in Patria. Durante il viaggio di ritorno fece sosta a Vienna, dove realizzò un’altra delle sue opere di spicco: “Il Re Teodoro in Venezia”, commissionatagli dall’imperatore Giuseppe II d’Asburgo.

spartiti di “Nina ossia La pazza per amore”

Dopo questa breve sosta Paisiello tornò a Napoli dove compose, nel 1789, una delle opere che maggiormente consacrò il suo nome Nina ossia La pazza per amore, accolta con entusiasmo presso il borgo di San Leucio nel parco della Reggia di Caserta, dove avevano sede le manifatture di seta che Ferdinando IV di Borbone intendeva pubblicizzare. L’opera preannunciò il filone melodrammatico romantico in cui protagonista è un’eroina dalla psiche instabile. La “Nina” fu poi portata al Teatro dei Fiorentini, luogo per eccellenza dell’opera buffa napoletana, nella versione modificata in due atti, per la quale Paisiello compose un nuovo ensemble preceduto dalla famosa “Canzone del pastore”. Con il passare del tempo, grazie alle sue opere, questo musicista riuscì a far nascere nel pubblico e nella critica l’interesse per la composizione musicale e la partitura, oltre che per il cast. Gli anni a cavallo tra la fine del secolo e l’inizio dell’Ottocento furono abbastanza difficili per il compositore che riuscì a essere nominato, prima di partire per Parigi, maestro di cappella nazionale della breve Repubblica Napoletana proclamata nel 1799. Quando i Borbone tornarono a Napoli, Paisiello non godette più della stessa benevolenza, al punto che morì, nel 1816, in solitudine e lontano dalla scena.

Ma allora alcuni di voi si staranno chiedendo, perché Giovanni Paisiello può essere considerato un figlio illustre di Napoli. Qual è il legame indissolubile che unisce il maestro incontrastato dell’opera buffa con la nostra città? A questo grande musicista si deve la composizione di “Viva Ferdinando il re”, l’inno nazionale del Regno delle Due Sicilie. Scritto nel 1787, inizialmente questo brano fu attribuito a Cimarosa. Non si sa se possedesse inizialmente un testo cantato, bisogna aspettare il 1993 per poter averne uno, scritto dal giornalista e scrittore Riccardo Pazzaglia.

 

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Fonti: Gigi di Fiore, “La nazione napoletana”, Novara, De Agostini, 2015

Fabrizio Dorsi,Giuseppe Rausa, “Storia dell’opera italiana”, Milano, Mondadori, 2000

Giuseppe Francioni Nespoli, “Itinerario per lo regno delle due Sicilie” parte 1, Napoli, Stamperia Francese, 1828

Aldo Nicastro, “Guida al Teatro d’opera”, Varese, Zecchini Editore, 2011

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