Proverbi napoletani

Proverbi Napoletani

Lazzari_giocano_alle_carte

lazzariNel Regno di Napoli il termine lazzaro non è sempre esistito, solo dalla rivolta del 1647 inizia a circolare. Non ci sono testi precedenti a essa che testimoniano una nascita meno recente, per esempio non troviamo nessun riferimento nel “Forastiero” di Giulio Cesare Capaccio quando descrive la società napoletana.

Da dove deriva un simile termine? Benedetto Croce rimanda a due possibili scelte. La prima si rifà alla citazione del “Diario” di Capecelatro e secondo lui è la più plausibile, cioè che sia un termine di origine spagnola: laceria. Esso serve per identificare una persona lebbrosa o povera, un termine utilizzato ad hoc dagli spagnoli per denigrare i popolani in rivolta del 1647, ma i popolani non conoscendo il significato si sentono inorgogliti nel fregiarsi di un simile nome e perciò si fanno chiamare così.

L’altra meno plausibile si rifà all’idea di Galliani che il termine sia tutto italiano e rimanderebbe a san Lazzaro, protettore dei lebbrosi. Questo perché l’abbigliamento tipo del popolano è molto vicino al lebbroso. Dunque essendo quest’ultimo legato a san Lazzaro, tutti i poveri sono indistintamente denominati lazzari.

Al di là del nome, questi poveri napoletani sono anzitutto individuati nell’area del Lavinaio, poi che sono armati. Essi possiedono apposite armi: archibugi e uncini che servono a disarcionare gli spagnoli dai loro rispettivi cavalli. Il loro vestiario è costituito da cappello alla marinara, sono a piedi nudi e indossano camicie. Durante il periodo caldo della rivolta, lo storico Franco Benigno nel suo testo “Specchi della rivoluzione” nota che l’abbigliamento dei lazzari assume un’importanza ideologica. Per esempio Masaniello non utilizza i berretti dello stesso colore e solo nel momento caldo della rivolta utilizza il berretto rosso, simbolo di guerra.

Ritornando a Croce, alla fine della rivoluzione il termine lazzaro perde la sua fama e solo dalla fine del Settecento ritorna a essere presente nei testi. I lazzari in questo periodo svolgono un ruolo importante alla difesa di Napoli contro l’invasione dei francesi.

Un simile termine è associato a persone che si dedicano esclusivamente all’ozio. Il lazzaro medio sarebbe un selvaggio che non vuole fare nulla né ama riflettere. Girano poi tante leggende su di loro, per esempio che si organizzano per nominare un capo popolo e il Re deve scendere a patti.

Anche Goethe va a Napoli perché affascinato delle dicerie sui lazzari, però poi quando sonda il terreno capisce della loro inesistenza. Viceversa ci sono povere persone che si riposano dopo il duro lavoro e altre invece vanno a caccia di un lavoro. Accanto a quest’immagine severa, il musicista Pino Daniele aggiunge un tocco di ottimismo nella sua canzone “Lazzari felici”.

Fonti:
– F. Benigno, Specchi della rivoluzione, Donzelli, Roma, 1999;
– B.Croce, Aneddoti e profili settecenteschi, Remio Sandron, Napoli 1914;

La Portulaca Oleracea, più comunemente nota come “Pucchiacchella“, è un’erba aromatica che cresce spontaneamente e viene raccolta, fin dall’antichità, per insaporire insalate e minestre. La cultura medievale attribuiva alla pianta un valore apotropaico contro gli spiriti maligni.

Perché si chiama così?

Il termine napoletano “pucchiacchella” deriverebbe dal latino portulaca(m) = porcacchia→poccacchia→ pucchiacca (erba porcellana). Ma secondo lo studioso Raffaele Bracale deriverebbe dal greco, πψρ, pyr (fuoco) + κοιλοσ, koilos (faretra, fodero di fuoco, vagina). Il nome botanico latino significa ‘piccola porta’ per il modo con cui si aprono le capsule e la stessa voce porcellana venne usata nel medioevo per designare una conchiglia tigrata a vulva con striature perlacee. Nel Sannio viene chiamata “erba vasciulella” per evitare il diretto riferimento dialettale alla pucchiacca, l’organo genitale femminile in napoletano.

Cresce poco alta, rasa la suolo, non più di 15-20 centimetri e presenta foglie leggermente rigonfie tanto da sembrare quasi una pianta grassa. La pucchiacchella ha molte proprietà benefiche: nell’antichità veniva usata per il trattamento della diarrea e del vomito. Il suo infuso è ottimo per lenire i bruciori causati da punture di insetti, per l’acne e anche per l’eczema e anche contro l’acidità di stomaco e gastriti.

Oggi le foglie di portulaca vengono usate in cucina poiché contengono Omega 3, aiutando a prevenire le patologie cardiovascolari, riducendo il colesterolo cattivo e i trigliceridi nel sangue.

E’ ricca anche di vitamina C, oltre che di vitamina A e del gruppo B, un rimedio naturale per prevenire e curare lo scorbuto, tanto che in passato l’erba pucchiacchella veniva imbarcata sulle navi per affrontare i mesi di navigazione. Inoltre contiene sali minerali, ferro, potassio, magnesio, fosforo, zinco, selenio e calcio.

In Italia la Portulaca cresce ovunque ed è considerata un’erbaccia infestante. La si può trovare negli orti, lungo le sponde di fossati, nei campi, accanto ai marciapiedi e tra i campi incolti.

In cucina vengono utilizzate le foglie, crude, o cotte, e 100 g. di foglie fresche contiene questi valori nutrizionali:

Calorie 16 kcal
Acqua 94%
Proteine 1.3%
Carboidrati 3.4%
Grassi 0.1%

Come utilizzarla in cucina

Nella cucina napoletana un tempo veniva raccolta insieme alla rucola e venduta da ortolani ambulanti. Oggi si usano le foglie e i rami più teneri, crudi, in insalate miste, in accompagnamento a verdure e ortaggi, o anche da soli.

Ma la Portulaca viene aggiunta anche nelle zuppe, alle frittate e si può consumare cotta come contorno. In alcuni posti d’Italia viene conservata anche sotto aceto.

Dove si compra?

Ad oggi sono poche le aziende che la vendono, anche perché si tratta di una pianta spontanea, facilmente reperibile in campagna, o nel giardino di casa.

La lingua napoletana presenta una gran quantità di termini intraducibili. Termini che dunque non possono essere associati direttamente ad un’altra parola, ma hanno bisogno di una spiegazione che talvolta nascondono un significato ancor più profondo e una vera e propria storia. Il napoletano infatti viene identificato spesso non solo come un dialetto, ma anche come una vera e propria lingua.

Esistono dunque alcune parole che in linguistica sono definite “locuzioni idiomatiche”, conosciute più comunemente come “modi di dire”, che risultano praticamente intraducibili in italiano.

Un primo esempio, forse quello più conosciuto, è quello della “cazzimma”, spiegato da Alessandro Siani con le seguenti parole: “Nun t’o voglio dicere, chest’è ’a cazzimma!” ovvero: “Non te lo voglio dire, questa è la cazzimma”. Ma questo termine viene più professionalmente spiegato dall’Accademia della Crusca come un insieme di atteggiamenti negativi quali: autorità, malvagità, avarizia, pignoleria, grettezza. Anche se in effetti la cazzimma è innanzitutto la ‘furbizia opportunistica’. Colui che tiene la cazzimma è propriamente un individuo furbo, scaltro, sicuro di sé.

Veniamo ora ad un altro termine sicuramente meno conosciuto rispetto alla “cazzimma” ovvero “o trammamuro”. Il “tram-a-muro” nient’altro è che l’ascensore. Il napoletano ha coniato un nome tutto suo per questo particolare impianto. Infatti non prende assolutamente in considerazione l’etimologia latina di “ascendere” che, attraverso il francese ha portato in Italia “l’ascensore”, ma sceglie di ricordarlo per il particolare modo in cui appariva anticamente, quando venne inventato.

Fra i tanti primati propri della napoletanità infatti, c’è anche quello dell’ascensore. Un primo prototipo, chiamato “sedia volante”, si ebbe a metà Ottocento grazie all’architetto Luigi Vanvitelli.

Installato nella Reggia di Caserta, questo antenato dell’ascensore aveva una particolarità, comune anche fino ad inizi Novecento, ovvero quella di avere al suo interno delle sedie per accomodarsi in attesa della salita: come un vero e proprio tram.

Altre forme esclusivamente napoletane sono le parole come “coviglia” comunemente conosciuto come “semifreddo”, in particolare la “coviglia al cioccolato” era un dolce molto apprezzato da Giacomo Leopardi.

Avendo menzionato un dolce, focalizziamoci ora sui localismi gastronomici.

Tipico del dialetto napoletano è il termine “prussiana”. Le prussiane, (note anche come “ventaglietti”), sono dolci, appartenenti alla categoria dei biscotti, di pasta sfoglia addolciti con granellini di zucchero, con origini francesi e”trapiantate” in Campania ma conosciute e vendute in tutta Italia. Il loro nome d’origine è palmiers o coeurs appunto in lingua francese, più nello specifico nella regione Linguadoca dove sono più diffuse, mentre in spagnolo vengono chiamate “orejas” e in inglese “elephant’s ear” oppure “butterflies”.

Poi c’è il termine “baccalà” che di norma indica il merluzzo secco e salato, ma i napoletani definiscono baccalà anche una persona sciocca.

Altro termine tipicamente napoletano è “genovese”. Si tratta di un tipico piatto napoletano conosciuto come il condimento a base di cipolle e carne per la pasta, nato in ambienti umili. Fu definito il “raguetto” da Ippolito Cavalcanti ne “La Cucina Teorica Pratica” del 1839. La stessa salsa fatta però solo con le cipolle, viene chiamata “finta genovese”, così come per gli spaghetti conditi con aglio e prezzemolo si dicono “con le vongole fujute” ovvero “con le vongole fuggite”.

I napoletani sono molto conosciuti per la loro cucina e in questo contesto non manca mai la fantasia. Anche in cucina così come nella vita i napoletani si “arrangiano” e anche con semplici ed economici ingredienti riescono a preparare piatti gustosissimi.

L’italiano locale poi dà luogo anche alla ripresa espressiva di voci dialettali. Da “chiattone” ovvero grasso e “corto” ovvero basso, fino a “inguacchio” ovvero “pasticcio”.  Quest’ultima parola fu usata, in principio per indicare gli sgorbi e le macchie d’inchiostro che venivano fuori dall’impiego dell’inchiostro e del pennino che un tempo imbrattavano i quaderni e i libri delle scuole elementari. Con la nascita della penna biro, a metà degli anni cinquanta, la parola ‘nguacchio venne sostituita da “spirinquacchio“, per indicare non la macchia casuale ma il ghirigoro effettuato per provare se l’inchiostro contenuto nella cannuccia di plastica della penna fosse abbastanza fluido da poterci scrivere. Tale segno ottenuto in forma spiraleggiante venne definito come “spiringuacchio“.

Lo stesso principio vale per il lessico usato in senso figurato o iperbolico come la parola “chiavica” per intendere una persona pessima anche se letteralmente vuol dire “fogna”.

“Insallanuto” per indicare che una persona è rimbambita anche se letteralmente significa “fuori di senno”.

Ancora abbiamo il termine “intalliarsi” ovvero perdere tempo anche se letteralmente vuol dire “mettere radici”, oppure la parola meza cazetta per intendere una persona dappoco.

Altro termine esclusivamente napoletano è “pezzottato” che vuol dire “fasullo, taroccato, falso” ma questi sinonimi non rendono giustizia al profondo significato di questo termine. Il “pezzotto” va oltre la mera falsificazione perchè è talmente radicato nella nostra lingua da assumere caratteri molto meno seri e truffaldini, fino a sfociare nel quotidiano. Oggi, ad esempio, viene definito “pezzotto” anche qualcosa che non ha un grande valore economico, oppure qualcosa di rotto o difettato.

Ancora, c’è il termine “vajassa”, un vocabolo della lingua napoletana che originariamente ha il significato di “serva” o “domestica”. Più recentemente il termine è stato anche usato come sinonimo di donna di bassa condizione civile, sguaiata e volgare, “sbraitante e rissaiola”.

Veniamo ora al verbo “sbariare”, usatissimo nella lingua napoletana che significa distrarsi da un impegno gravoso o da una qualsiasi attività, allontanarsi per un attimo da quello che si sta facendo qualora la faccenda si faccia troppo pesante.

Da qui l’espressione “sbariare cu ‘a capa”. È un verbo importante per il napoletano moderno, molto utilizzato. In ancora altre sfumature vuol dire svagarsi e staccare la spina, sempre con l’intento di distogliersi da pensieri assillanti. Sbariare può anche indicare una forma di vaneggiamento, quasi di delirio. Molto probabilmente il verbo trae origine dall’italiano svariare che indica, appunto, il non rimanere fermi su un intento modificandolo in continuazione.
Pino Daniele usa il verbo “sbariare” in una delle sue canzoni più famose ovvero “Yes I know my way”: tu vaje deritto e i’ resto a pere… và tu va tant’io sbareo.

Sbariare è parente prossimo di “pariare”. Il verbo “parià” era in precedenza un termine usato in riferimento alla digestione, ma oggi è un termine usato nel gergo dei più giovani che ha assunto un significato assolutamente nuovo; oggi parià significa divertirsi, perder tempo, comportarsi in modo sciolto, godersi la vita; in alcune accezioni può significare anche: infastidire, sfottere.

Ci sarebbero tantissimi altri termini tipicamente napoletani da menzionare, non a caso esistono molti vocabolari che li riportano; uno degli ultimi realizzati è il Vocabolario del dialetto napoletano, un’opera-kolossal composta da quattro volumi e tremila pagine edita dall’Accademia della Crusca.

La particolarità di questo vocabolario sta nel fatto che non si tratta di un semplice vocabolario atto a tradurre i termini dal napoletano all’italiano, bensì di un dizionario storico del dialetto napoletano, pensato per raccogliere tutto il lessico partenopeo, dalle cronache del Cinquecento, agli autori del teatro del Settecento o addirittura dei grandi classici come quelli di Basile e Cortese.

mappina straccio prostituta

mappina straccio prostitutaIl vocabolario napoletano dispone di un vasto repertorio di termini e tra questi rientra mappina. Un termine derivante dal latino mappa per designare un panno fatto solitamente di lino, qualche volta sfarzosamente ricamato e tinto, utilizzato per usi vari secondo le circostanze: tovagliolo, tovaglia, per l’acconciatura femminile, come drappo a uso degli imperatori per indirizzare l’inizio dei giochi di corsa oppure con fini liturgici del Cristianesimo, ovverosia il panno che copre l’altare o coprire le mani di chi tocca gli arredi sacri. Nel linguaggio attuale il termine mappa fa riferimento alla cartografia.

Il diminutivo del latino mappa è mappula, riconosciuto in testi medievali concernenti la sfera religiosa e con significati già detti. Successivamente oltre al termine mappula abbiamo anche mappina. Ciò è visibile per esempio nel testo di  Domenico Gaetano Cavalcanti “La Sacra Liturgia della Chiesa nel santo Sacrificio augustissimo  a fedeli, etc. (1763)” cui attribuisce al termine mappina come veste religiosa e mappula per identificare in antichità il tovagliolo, poi significa veste sacra.

Simili termini acquisiscono in alcuni autori significati spregiativi, nel caso di mappina è indicata col significato di veste mal tagliata, questo si legge nel testo “Discorsi Morali (1705)” di fra Emanuello di Giuesù Maria. Invece nel “Dizionario italiano, latino e francese (1770)” di Annibale Antonini il termine mappula viene direttamente collegato a salvietta, cencio, etc.

Mappina nella lingua napoletana ha vari significati. Se riferito a oggetto si rimanda allo strofinaccio, invece se in senso retorico funge da variegati insulti. “Si’ na mappina” se indicato a un uomo può far riferimento al suo essere mal ridotto, da niente, licenzioso. Se indicato alla donna l’allusione è per lo più alla liceità dei costumi.

Grazie al termine napoletano, inoltre, si spiega il perché della denominazione Lido Mappatella per la celebre spiaggia napoletana di Mergellina.

Riportiamo alcune citazioni di autori presi dal sito dialettodigioiassanitica.it che fanno riferimento ai suddetti significati.

Mappina con riferimento a cencio lo riporta Giuluo Cesare Cortese nelle “Opere di Giulio Cesare Cortese, detto il Pastor Sebeto” (1783):

«Sine, disse essa, e non me fa sperire, e piglia chesto, se te ne vuoie ire. E ghietta a na mappina arrovogliata, na bona fella de caso cavallo, na meza nnoglia, e meza sopressata, e li piede, e lo cuollo de no gallo; no piezzo de na meuza mmottonata, quatto tozze de pane, e no tarallo […] po visto quanto a la mappina nc’era,  Lo deze con gran gusto a no pezzente».

Mappina con riferimento a donna licenziosa, ciò è visibile per esempio nel testo di Giovan Battista Valentino“La Mezacanna co’l Vascello dell’Arbascia (1669)”:

«E se ccà ncè venesse la Regina, quale ncapo portasse la corona, fuorze non vedarisse ogne guaguina, ire à paraggio, comm’a la Patrona; vò deuentà mesale ogne mappina, Perzò la Mezacanna, sarria bona. Ma perche (sic) non se troua, ogn’uno penza, ch’à fare nzò che bò ncè sia despenza».

Mappina con significato di uomo di poco conto nel testo di Giuseppe Cassieri “Andare a Liverpool (1968)”:

“«Può, Antonacci, può un uomo ridursi a mappìna, combattendo egli moralmente le mappìne, avendo in odio le mappìne? Scrisse con furia, l’occhio umidio di stizza. Perché tale io sono in questo momento: una tenebrosa mappìna che non migliora affatto la sua condizione sapendo di…».

Sitografia:

<http://www.dialettodigioiasannitica.it/mappina-mappata-mappatella.htm#_ftnref90>
<http://www.treccani.it/vocabolario/mappa/>

Bibliografia:

G.Casillo, La lingua napoletana, Youcanprint, 2017

'A vìpere ca muzzecaie a muglierema, murette 'i tuosseco

'A vìpere ca muzzecaie a muglierema, murette 'i tuossecoNon sempre fatale agli esseri umani, spesso la vipera diventa essa stessa vittima delle donne, in particolare mogli e suocere. Almeno così vorrebbe il famoso proverbio napoletano ‘A vìpere ca muzzecaie a muglierema, murette ‘e tuosseco. Il significato letterale di questo massima è, infatti, “La vipera che morse mia moglie, morì avvelenata”, ma esiste anche la versione in cui è la suocera ad essere preda dei temutissimi denti di questo invertebrato.

Entrambe le espressioni vengono utilizzate, ovviamente, però, con un senso molto più metaforico, a voler indicare – da parte del marito – il carattere perfido e insopportabile della propria moglie o della madre di quest’ultima. Come a dire che queste donne hanno talmente tanta cattiveria in corpo e ce l’hanno talmente tanto con tutto il resto del mondo, che potrebbero tranquillamente avvelenare loro stesse un serpente che volesse morderle.

Insomma, un’esperienza non certo invidiabile per chi dovesse trovarsi a vivere circondato da donne (ma in fin dei conti anche da uomini) di siffatta specie, che in effetti potrebbero essere definite delle vere e proprie vipere loro stesse, capaci di “avvelenare” la vita di chi sta loro continuamente accanto.

Si è spenta ieri, a soli 41 anni, Loredana Simioli, la grande attrice napoletana che a Telegaribaldi interpretava Mariarca. Altresì, il miglior modo per ricordarla è rimembrare i tanti e diversi ruoli che ha interpretato, come quello dell’indimenticabile Mariarca. A 22 anni conquistò il cuore di tutti con l’interpretazione del suddetto personaggio, che ogni volta chiedeva se la trasmissione fosse vista da tutta Napoli e 36 casali. Ma cosa voleva dire Mariarca alias Loredana Simioli con questo vecchio detto?

“Cammina Napoli e 36 casali” indica una persona che va sempre in giro, per un’analisi storica sui trenta sei casali. Attraverso le fonti storiche del “liber donationum” sono in molti ad asserire che i casali erano 37 nel 1266. Quello è stato l’anno che ha visto protagonista l’esercito francese con a capo Carlò d’Angiò. Infatti, il monarca francese sconfisse gli svevi ed ebbe il via libera per entrare a Napoli. I napoletani accolsero con tutti gli onori il nuovo re francese, che fece generose concessioni a coloro che lo avevano aiutato nella conquista del regno. Le suddette concessioni furono elencate nel “liber donationum”.

Il re Carlo elargì a 36 villaggi che circondavano Napoli gli stessi privilegi fiscali di cui la bella città campana godeva.  Ma, per comprendere quanto fosse lunga la camminata da cui deriva il detto “cammina Napoli e i trentasei casali”, è bene elencare i villaggi dell’epoca: Torre Annunziata, Resina, Portici, San Sebastiano, San Giorgio a Cremano, Ponticelli, Barra, San Giovanni a Teduccio, Afragola, Casalnuovo, Casoria, San Pietro a Patierno, Frattamaggiore, Arzano, Casavatore, Grumo, Casandrino, Melito. E ancora, Antignano, Arenella, Vomero, Torricchio, Pianura, Santo Strato, Ancarano, Posillipo.

Sono 37 i villaggi riportati, ma l’autore Summonte specificò che Torre del Greco era un castello, sebbene abitato, per cui di casali se ne contano 36. Altresì, autori come Mazzella, precedenti all’appena citato Summonte, esponente dell’Umanesimo napoletano, ne danno un numero maggiore di villaggi, come ad esempio Salice, Capodichino, Capodimonte, Soccavo, Fuorigrotta, Pazzigno, Serino ed altri ancora.

Napoli ha perso una grande artista e una grande persona come Loredana Simioli, ma ora ci sarà ancora un altro modo per ricordarla, non solo con i tanti personaggi da lei vestiti negli anni, ma anche con questo antico detto.

I napoletani, si sa, hanno un’atavica saggezza popolare, figlia delle molteplici esperienze di strada, delle svariate culture con cui hanno dovuto fare i conti nel corso della loro storia secolare, del “vizio” dell’ironia ad ogni costo. Ne sia inconfutabile testimonianza il proverbio “‘A capa ‘e sotto fa perdere ‘a capa ‘e coppa“. Un modo originale e tutt’altro che volgare per dire che gli istinti sessuali spesso ci fanno perdere la testa.

Come dar torto a una simile riflessione, specie al giorno d’oggi, dove scandali e gossip riferiti ai vip riempiono le pagine patinate di riviste e giornali; mentre spesso quartieri e piccole città spettegolano di tradimenti domestici e fughe d’amore. Un argomento, tra l’altro, che sembra interessare a un numero di persone sempre maggiore, visti gli audience dei programmi televisivi improntati proprio su tradimenti e infedeltà, e di conseguenza al numero sempre più crescente di trasmissioni televisive dedicate proprio a questa tematica.

Senz’altro il vaso più famoso dopo quello di Pandora, almeno all’ombra del Vesuvio. Anche perché dal “buccaccio” napoletano non escono, come invece da quello della mitologia greca, i mali del mondo. Tutt’altro: olive, melanzane, peperoni, alici, pomodori e il loro bagaglio di odori e di sapori rendono l’apertura dello scrigno partenopeo un inebriante viaggio pentasensoriale. Per i veri e propri cultori quasi un pellegrinaggio profano verso la “tavola promessa”.   

Se oggi, però, solitamente il Santo Graal dei buongustai napoletani è in vetro o più raramente anche in plastica, in realtà il primo esemplare era in terracotta smaltata, a forma cilindrica, e con un coperchio costituito da un piatto o carta oleata, al di sopra dei quali veniva posizionata una pietra per chiudere il prezioso contenuto quasi ermeticamente.

Contenuto rigorosamente e interamente immerso nell’olio, per evitare – oggi come all’ora – che i viveri andassero a male e si ammuffissero. Olio che poi, in ultimo, veniva utilizzato sul pane o per “innaffiare” gustose insalate, insaporite dal retrogusto rilasciato dall’oro liquido, pregno dei sapori delle vivande che aveva avvolto per settimane e mesi.

Quello che, tuttavia, molti non sanno, però, è perché tale contenitore venisse e venga ancora chiamato proprio “buccaccio”: l’appellativo, in realtà, deriva dal latino bucca, ovvero bocca. In effetti il magico vaso sembra avere una grande bocca aperta, proprio come coloro che pregustano la sua apertura.

Le parole napoletane che derivano dallo spagnolo non sono poche. Al contrario, ne sono tantissime visto il lungo periodo di dominazioni delle case regnanti provenienti dal territorio iberico. Tuttavia è un terreno insidioso quello di individuare le origini delle parole napoletane.

Mi sono avvalso dell’ausilio di un testo scritto da Giovanna Riccio e Marcello Marinucci dal titolo “Ispanismi nel dialetto napoletano”, il cui fine è stato di ricercare le parole napoletane derivanti dallo spagnolo attraverso uno studio analitico. Prima di addentrarci nell’individuare le parole napoletane derivanti dallo spagnolo, è il caso di raccontare in breve i contatti avuti tra gli spagnoli e i napoletani.

I primi incontri tra aragonesi e la penisola italiana hanno origine già dal X secolo d.C., si tratta però di relazioni mercantili. La rivolta dei vespri siciliani (1262) conclusasi con la pace di Caltabellotta (1302), segna la cacciata degli Angioini da Sicilia e Sardegna segnandone il controllo territoriale dagli Aragonesi, dunque la lingua castigliana e catalana iniziano a penetrare nel territorio.

Il Mezzogiorno è così diviso in due regni controllati da due case regnanti, rispettivamente il Regno di Sicilia dagli Aragonesi e il Regno di Napoli da parte Angioina. Quando Alfonso d’Aragona si impossessa del Regno di Napoli nel 1443, la lingua e la cultura spagnola inizia a far breccia nel territorio napoletano. La lingua catalana viene parlata negli ambienti di corte e nella cancelleria, proliferano i testi in castigliano, per di più i napoletani sono influenzati dagli usi e costumi spagnoli.

Dopo che Carlo VIII s’impossessa del Regno di Napoli nel 1495, il territorio diventa oggetto di contesa tra le due corone fino al 1503, quando gli spagnoli riescono a stabilirsi definitivamente nel Regno. Gli Asburgo di Spagna istituiscono il viceregno a Napoli con a capo il viceré, questa nuova figura politica rappresenta il Re in terre lontane, quindi in questo caso controlla il Regno di Napoli.

Il viceré preserva la prassi di utilizzare la propria lingua madre così come per la corte e cancelleria, inoltre continuano a proliferare testi in spagnolo. Nuovi termini spagnoli si affiancano a quelli aragonesi nel dialetto napoletano.

Il Regno di Napoli viene sottomesso agli spagnoli fino al 1707, anno che segna l’estinzione degli Asburgo di Spagna a scapito degli Asburgo d’Austria. Ciò nonostante non si può dire soffocata la lingua spagnola, anche con la nuova dinastia viene preservata. Solo con l’arrivo dei Borbone la lingua spagnola perde il suo primato.

Indicandovi 15 termini della lingua napoletana derivati, o comunque influenzati, dallo spagnolo, vi invitiamo a leggere anche dei termini derivati dall’arabo e dal francese:

• Ammuinà: gravare, affannare, deriva dallo spagnolo amohinar che significa sdegno.
• Apparatore: chi si premura di addobbare le chiese, case, strade in occasioni di eventi, deriva da aparar che significa preparare.
• Appestà: rendere l’aria pesante a causa di un odore mefitico, oppure trasmettere un’infezione, deriva probabilmente da apestar che significa peste.
• Ascapecia: modo di condire ortaggi affettati e pesci di piccola taglia per mezzo di aceto, aglio, olio ed erbe aromatiche, deriva dallo spagnolo escabeche che significa carne marinata o dal catalano escabetx, cioè cibo acido.
Baccalà: merluzzo secco e salato, oppure persona sciocca, deriva da bacalao il cui significato è di origine discussa.
• Barriciello: piccolo bar, prima con significato di bargello, guardia armata, deriva dallo spagnolo barrachel che significa bargello.
• Buffetone: schiaffo vigoroso, deriva dallo spagnolo bofetón che significa ceffone.
• Crianza: buone maniere, deriva dallo spagnolo criar che significa allevare, educare.
• Nfanfaron: chiacchierone, spaccone, millantatore deriva dallo spagnolo fanfarròn, una parola che nasce dall’incontro di altre voci, dall’arabo farfār e dal francese fanfaron.
Guappo: persona arrogante, deriva dallo spagnolo guapo che significa bello.
• Làżżaro: termine utilizzato dagli spagnoli per identificare i popolani insorti a Napoli nel 1647, oggi il significato si estende al povero. La parola deriva dallo spagnolo lázaro, cioè povero, cencioso.
• (A’) Matta: è conosciuto soprattutto nel noto gioco di carte sette e mezzo, poiché fa riferimento al dieci di denari, il termine deriva dal gioco di carte spagnolo mataratta, la mata fa riferimento al sette di spade o di denari. Mata deriva dal verbo matar, cioè uccidere.
• Ncagliare: intoppo, bloccarsi, deriva dallo spagnolo encallar che significa incagliarsi, arenarsi.
• Ncarrare: indovinare, prendere la giusta via in un dubbio o problema, deriva dallo spagnolo agarra, che significa afferrare, prendere con forza una cosa.
• Sguarrare: aprire, spalancare, deriva dallo spagnolo desgarrar e significa stracciare, strappare.

Bibliografia:
– M.Marinucci, G. Riccio, Ispanismi nel dialetto napoletano, Ispanismi nel dialetto napoletano, EUT, Trieste, 2005

Sitografia:
– http://www.treccani.it/enciclopedia/regno-di-napoli/

Il Sud Italia ha subito l’influenza dei francesi in tempi diversi per cedere il passo ad altre dinastie regnanti appartenenti a svariate etnie. Per questo motivo, molte parole della lingua napoletana non sono sempre riconducibili con chiarezza a quella o l’altra lingua straniera.

Gli Angioini lasciano una forte impronta nel Mezzogiorno e in particolare a Napoli, cito in merito le parole di Aurelio Musi prese dal suo testo “Il regno di Napoli”:

“In età angioina vengono costituendosi le ragioni del primato: nell’economia gestita dal capitale forestiero; nelle professioni che si formano nello Studio napoletano; nell’assistenza che sotto Roberto d’Angiò segna una tappa importantissima con la fondazione dell’ospedale dell’Annunziata; nella condizione privilegiata fissata da Carlo II attraverso numerose esenzioni fiscali per la capitale e destinata ad aumentare nei secoli successivi; nella presenza della corte. Proprio la corte è la protagonista del modello di sviluppo culturale dell’età angioina”.

Dopo l’esperienza degli Angioini (1266 – 1435), seguono in ordine cronologico: gli Aragonesi, Asburgo di Spagna, Asburgo d’Austria, i Borbone. La breve parentesi della Repubblica napoletana è seguita dalla riconquista del Regno da Ferdinando Borbone, poi dalla vittoriosa campagna militare (1806) delle truppe napoleoniche guidate da Messena. Il periodo di governo è breve, cioè succedono Giuseppe Bonaparte (1806 – 1808), poi Gioacchino Murat (1808 – 1815). Tuttavia la nuova monarchia provoca dei lenti ma profondi cambiamenti nel Sud Italia attraverso un ampio repertorio di leggi che abbattono i pilastri portanti dell’ancien regime.

Ci sono tante parole napoletane derivanti dal francese che hanno fatto il loro ingresso in precedenza e durante la dominazione degli Angioini nel Regno, e altre grazie alla dominazione napoleonica. In questa sede, sono state selezionate 20 parole.

Ampressa: di fretta e furia, forse deriva dal francese da empresse ( sec. XIII), cioè pressare.
Ammarrà: occupare, coprire, forse deriva dal francese ammarrer (sec. XIII), cioè ormeggiare.
Arrangià: aggiustare alla meno peggio, deriva dal francese arranger (sec.XII), cioè aggiustare.
Vaiassa: donna volgare, forse deriva dal francese baiasse (sec. XIII), cioè servente.
Acchinèa: cavallo bianco che i re di Napoli donavano ai rispettivi papi come segno di omaggio feudale (sec. XV), deriva dal francese haquenée che rimanda al villaggio inglese di Hackney, un posto rinomato per i suoi cavalli.
Buatta: persona corpulenta, barattolo, deriva dal francese boîte (sec.XIX), (?).
Bordéllo: casa di appuntamenti, deriva dal francese bordel (?), cioè casetta.
Bruttone: persona molto brutta, deriva dal francese breton (sec.XVI), cioè bretone.
Buffè: tavola su cui sono adagiate le pietanze, deriva dal francese büfè (sec.XII), cioè mobile.
Buttiglione: grande bottiglia al cui interno si mette il vino, forse deriva dal francese bouteille (sec. VIII), cioè botte.
Cappotta: tipico cappello da donna, deriva dal francese capote (sec. XVIII), cioè cappa.
Cefrone: nastro che indossavano i soldati per indicare gli anni di servizio (?), deriva dal francese gallone.
Cuccagna: festa popolare, deriva da cocagne (risalente al medioevo), cioè leccornia.
Commò: cassettone, deriva da commode ( sec.XVIII), cioè comoda.
Crocchè/panzarotto: piatto tipico della cucina napoletana, deriva da croquetta ( sec.XIX), cioè croccare.
Giacchetta: piccola giacca, deriva da jacquette (sec.XIV ), cioè un indumento indossato dai contadini.
Lamma: lama di una spada o coltello deriva da lame (sec.XII ), cioè lamiera, piastra metallica.
Mallardo: anatra selvatica, deriva dal francese malard (?), (?).
Mammà: usato come appellativo o come donna che genera figli (?), deriva dal francese maman, ha lo stesso significato.
Marpione: persona dotata di furbizia, deriva dal francese marpion (XVI sec), cioè piattola.

Fonti:
– A.Musi, Il Regno di Napoli, Morcelliana, Brescia, 2016;
– A.Mignone, M.Marinucci, Francesismi nel dialetto napoletano, EUT, Trieste, 2005

Se siete soliti imbastire discorsi contorti, accampare scuse insostenibili e arrampicarvi sugli specchi, beh, non c’è alcun dubbio, siete proprio dei paraustielli. Questo, infatti, un antico e forse poco conosciuto termine napoletano per indicare chi fa discorsi capziosi, ipocriti e bugiardi. Nello specifico, con lo stesso termine si può indicare sia la persona sia l’atto da essa compiuto. Per cui con paraustiello ci si può riferire anche a una scusa poco credibile, utilizzata per convincere il nostro interlocutore di qualcosa di insostenibile.

Almeno tre le ipotesi etimologiche riferite al termine paraustiello. La prima vorrebbe questa parola derivante dallo spagnolo “para usted”, traducibile con “per voi”, e sarebbe un antico saluto diffuso nella Napoli spagnola quattrocentesca, pronunciato dai popolani di fronte ad un signorotto incontrato tra i vicoli della città mentre ci si faceva da parte per farlo passare.

Altra ipotesi, probabilmente la meno accreditata, risale  alla spiegazione data da Luigi Casale: “paraustiello” sarebbe un diminutivo del calco della parola paraòne, paravone (paragone). Cioè da “paragone” deriverebbe il napoletano “paravone”; e da questo, “paravustiello” o “paraustiello”.

Quella più accreditata, invece, è ritenuta la spiegazione di Raffaele Bracale, il quale fa risalire il termine in questione al greco “parastasis”, ovvero un’esposizione dei fatti utile a far comprendere, tendeva a rappresentare – in senso positivo – un esempio, una spiegazione, un chiarimento. Con il passare del tempo, tuttavia,  ha assunto un significato negativo per rappresentare un discorso macchinoso e pretestuoso volto a a persuadere, il più delle volte in modo furbo.

Sappiamo che la lingua napoletana è ricca di parole che per suono e per etimologia non sembrano potersi rapportare ad alcuna radice. Eppure, nessuna parola nasce per caso, anche la più strana. Ad esempio, nel linguaggio comune siamo soliti parlare di “sichinenza” quando vogliamo definire qualcosa di povero, di falso, di mal ridotto o, in generale, di una condizione di povertà.

Spesso “sichinenza”, dal suono non immediato da pronunciare, viene sostituita dal termine “zighinetto”, anche se in questo caso ci si riferisce prevalentemente a roba falsa, insomma al classico “pezzotto”. Sono parole che nel significato sono ben chiare, venendo usate costantemente ancora oggi, ma sembrerebbe impossibile trovarne l’origine. Quello che sappiamo è che “sichinenza” viene usato, oltre che in Campania, in tutto il Meridione, specialmente in Calabria ed in Molise.

Eppure, anche per una parola tanto oscura c’è una spiegazione. La sua origine è molto recente rispetto ad altri termini della lingua napoletana: più o meno 70 anni. Per comprenderla dobbiamo tornare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, quando gli americani sbarcarono nel Sud Italia ed a Napoli per liberare la penisola dall’occupazione nazista.

Come sappiamo, l’arrivo dei militari statunitensi a Napoli cambiò molte cose del modo di vivere e di mangiare della nostra terra: basti pensare che per loro fu inventata la carbonara, utilizzando gli unici alimenti presenti nella razione militare che veniva fornita ai marines. Forte era il mercato nero, dove si vendeva roba nostrana agli americani e si smerciava la loro roba usata, di seconda mano.

Riguardo quest’ultima, gli americani la definivano, nella loro lingua, di “second hand”, tradotto “di seconda mano”, che pronunciato nella cadenza tipica d’oltreoceano suonava più o meno come “sicon’ens”. A furia di sentire i militari ripetere questa breve frase, anche i napoletani iniziarono a definire la roba usata in questo modo, napoletanizzando il termine in “sichinenza”, che, di fatto, ha lo stesso suono, ma è più facile da pronunciare.

Così. la storpiatura di un’espressione americana è diventata parte della nostra lingua e dei dialetti di varie regioni d’Italia, ampliando il suo significato a tutto ciò che non è in perfette condizioni.

Fonte: Enciclopedia Treccani, Accademia della Crusca

I contatti tra arabi e napoletani rimandano a un periodo storico molto lontano, il IX secolo d.C., durante la campagna di conquista araba in Sicilia. I napoletani chiedono aiuto agli arabi affinché si liberassero dalla presenza dei longobardi, in cambio gli arabi ricevono l’aiuto dei primi per conquistare Messina (842).

Quando gli arabi giungono in soccorso dei napoletani ne approfittano per conquistare e razziare diversi territori posti nell’area centro – meridionale dell’Italia. I territori conquistati sono influenzati dalla cultura araba, che fungono da basi per diffonderla nel resto della penisola.

Dopo che gli arabi perdono quasi tutti i territori conquistati a scapito dei normanni, la loro cultura viene preservata prima con la monarchia normanna, poi quella sveva. Oggi, portiamo ancora gli strascichi della suindicata cultura, tra le tante cose rientrano alcuni lemmi italiani e napoletani che derivano dall’arabo.

Bazzariota (bazaar): venditore ambulante di merci al minuto.
Bardascia (bardaǧ): indica una prigioniera.
Ccaffè (qahwa): bevanda eccitante.
Paposcia (babusc): pantofola vecchia.
Dragumanno (targiumān): procacciatore di affari.
Gabèlla (qabāla): imposta/tassa.
Carcioffola (kharshūf): noto ortaggio dal caratteristico sapore dolce – amaro.
Cuttone (quṭun): fibra tessile ricavata dai peli che rivestono i semi della pianta omonima, da cui si ottengono filati e tessuti.
Caraffa (garrāfa) : un tipico recipiente panciuto di vetro.
Guallera (hadara): rigonfiamento delle parti intime maschili indotto da noia.
Scialle (shāl): indumento femminile di lana.
Tamarro (tammār): indica una persona, per lo più di periferia, dai modi e dagli aspetti rozzi, volgari e villani.
Tummeno (thumn): antica unità di misura.
Mammone (maimūn): mostro terrificante
Mammalucco (mamlūk): una persona priva di gestualità, cioè non si avverte la sua presenza poiché poco attiva nei rapporti umani.

Bibliografia:
– A. de Sario, L’influenza della lingua araba in Italia: analisi etimologica di alcuni prestiti commerciali e scientifici, 2017;
– M.Perillo, 101 perché sulla storia di Napoli che non puoi non sapere, Roma, New Compton, 2017;
– L.Rinaldi, Le parole italiane derivate dall’arabo, Detken e Rocholl, Napoli, 1906;

Sitografia:
– http://www.treccani.it/vocabolario/carciofo/
– http://www.treccani.it/vocabolario/tamarro/
– http://www.treccani.it/vocabolario/tomolo/
– http://www.treccani.it/vocabolario/mammone3/
– http://www.treccani.it/vocabolario/cotone/
– https://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=bardassa
– http://www.treccani.it/vocabolario/dragomanno/
– http://www.treccani.it/vocabolario/caraffa/
– http://www.treccani.it/vocabolario/caffe/
– http://www.treccani.it/vocabolario/mammalucco/
– http://www.treccani.it/vocabolario/scialle/
– http://www.treccani.it/vocabolario/babbuccia/
– http://www.treccani.it/vocabolario/gabella/
– http://www.treccani.it/vocabolario/tamarro/

Ci sono parole, entrate ufficialmente nella lingua italiana, che usiamo quotidianamente senza conoscerne minimamente il significato. Uno di questi complicati termini è “Ambaradan”. Sia in lingua napoletana che in italiano questa parola sta ad indicare un’estrema confusione, un guazzabuglio, un disordine eccessivo: una camera disordinata può essere un “ambaradan” di vestiti, fra la folla può succedere un “ambaradan” o si può avere un “ambaradan” in testa se si è molto confusi.

Per quanto la parola sia particolarmente strana, quasi un’onomatopea per quanto innaturale, è riconosciuta da tutti i vocabolari italiani e dall’Accademia della Crusca come integrante della nostra lingua. È la stessa Accademia a spiegarne anche la particolare origine. In pochi sanno, infatti, che questo termine deriva da una delle pagine più oscure e cruente della storia italiana: la guerra in Abissinia voluta dal folle imperialismo fascista.

Amba Aradam è, infatti, il nome di un altopiano dell’Etiopia. Proprio su questo massiccio, nel 1936, le truppe italiane si scontrarono contro quelle abissine in una cruenta battaglia che vide la vittoria delle camicie nere. Un’assonanza importante che non lascia dubbi, ma cosa collega una battaglia feroce al disordine che oggi conosciamo come “ambaradan”?

Prima dello scontro i generali fascisti strinsero alleanze con alcune tribù locali. Nel pieno della battaglia, però, questi africani si schierarono contro gli italiani tornando a combattere per gli abissini: questo generò un caos estremo sul campo, nella mischia gli italiani iniziarono ad uccidere qualunque soldato dal colore della pelle diverso senza più considerare le alleanze. Persino, alcune tribù ritornarono ad aiutare gli italiani quando videro che questi ultimi stavano vincendo.

La battaglia fu vinta dalle camicie nere, anche se molti storici ritengono che furono gli alpini, maggiormente addestrati per gli scontri montani, a dare il colpo decisivo all’esercito abissino. Le truppe fasciste utilizzarono gas tossici vietati e seguì una strage fra i civili africani: 20.000 furono i morti fra gli etiopi, sia militari che civili innocenti. Una vera e propria strage compiuta in nome di un fantomatico Impero Italico.

La battaglia fu così confusionale e insensata, così cruenta e caotica, che molti militari tornati dal fronte iniziarono ad usarla come esempio di una situazione disordinata: “E’ come ad Amba Aradam” dicevano, o semplicemente “è un Amba Aradam”. Fatto sta che l’uso continuo ha italianizzato il nome dell’altopiano etiope, rendendolo l'”ambaradam” che conosciamo ed utilizziamo oggi.

Fonte: Enciclopedia Treccani; Accademia della Crusca

proverbi napoletani - A altare scarrupato nun s'appicciano cannele

proverbi napoletani - A altare scarrupato nun s'appicciano canneleUn miracolo, una grazia, un’intercessione divina. Di certo se siete in una chiesa e state accendendo una candela è per chiedere una di queste cose. Niente di più inutile, però, in alcune circostanze. E’ quanto emerge dal significato ultimo di un proverbio napoletano tanto caustico quanto foriero di verità: Â altare sgarrupato nun s’appicciano cannele”, letteralmente “Sull’altare in rovina non si accendono candele”.

Due i significati metaforici di questo proverbio napoletano: un più generico “Inutile sprecare energie per una causa persa”, e un più specifico “A donne anziane non si fanno moine”.

Due facce della stessa medaglia, comunque. Infatti, diverse ricostruzioni indicherebbero che in un primo momento lo stesso era da intendersi secondo l’ultima versione, ovvero consigliava di lasciar perdere donne vecchie e/o brutte, vista l’inutilità di andare loro dietro, corteggiarle o far loro complimenti, poiché non ci sarebbe  nulla da guadagnarci in un amore di siffatta specie. In pratica questo proverbio napoletano ci ricorda che in chiesa è inutile accendere candele su di un altare malandato, sistemato male, che vuole anche significare che alle donne ormai anziane è inutile fare moine, non ci sarebbe niente da guadagnare.

In seguito, poi, per estensione di significato, è passato anche ad intendere che ci sono cause perse in partenza; in quei casi, è inutile perdere tempo con situazioni e persone che non hanno nulla da offrici.

Non è dato sapere, come nella maggior parte dei casi, chi sia l’autore di questo antico proverbio napoletano, ma di certo seguire i suoi consigli alle volte non sarebbe una cattiva idea.

La serie evento L’amica geniale, che ha macinato record di ascolti settimana dopo settimana, ha messo in scena uno spaccato di vita della Napoli del dopoguerra con i suoi usi, costumi e modi di dire. Tra questi vi è un’espressione, forse inusuale oggi, usata dalle ragazze nel raccontare l’arrivo del loro primo ciclo mestruale: il marchese.

Le più giovani probabilmente avranno chiesto alle loro mamme o alle loro nonne come mai si dicesse così all’epoca. Anche oggi molte donne usano nomignoli strani quando hanno le mestruazioni, spesso per nascondere agli uomini il loro stato o spesso anche per gioco.

Eppure l’origine di questa espressione è molto semplice: i marchesi erano soliti indossare delle palandrane di colore rosso vivo per distinguersi dal popolo e sottolineare il loro rango nobiliare. C’è un rimando, dunque, al colore rosso. Oggi questo modo di dire è abbastanza inusuale, anche se ce ne sono tantissimi per “denominare” le mestruazioni: “ho le mie cose”, “sono in quei giorni”, “avere le regole”, “è arrivata la zia” e tante altre che cambiano anche da regione e regione.

E voi che espressione usate?

Il peperoncino rosso (Capsicum annuum) è una pianta annuale, che appartiene alla famiglia delle Solanacee (la stessa di patate, melanzane, pomodori e tabacco). La Capsicum annuum ha avuto origine nel continente americano, e fu portata in Europa da Cristoforo Colombo.

Esso ha un fusto eretto, fiori bianchi e frutti dalla forma oblunga, che nella fase della maturazione passano dal verde al giallo fino al rosso acceso. La sua particolarità è la piccantezza al palato, caratteristica che gli viene conferita dalla capsaicina, un alcaloide presente al suo interno.

La prima etimologia del termine “peperoncino”, viene dal latino, “cĕrăsum”. Successivamente, con i francesi, divenne “cerisé“, e durante la dominazione francese dei d’Angiò nel regno di Napoli, si trasformo in “cerasa” (cioè ciliegia).

E proprio da quest’ultimo termine, per somiglianza di colore e forma (quando è tondo) alla ciliegia, deriva ‘o cerasiello, il piccante e rosso peperoncino che dà origine al detto “sta ‘ncoppo ‘o cerasiello”, “sta sul peperoncino”, un modo di dire utilizzato per deridere chi è saccente e arrogante.

Le discussioni sono qualcosa di naturale anche nelle migliori amicizie o in famiglia. Una parola fuori posto, un comportamento sbagliato può trasformare i rapporti. Fortunatamente, se c’è l’intelligenza di capire che è solo uno screzio momentaneo e l’affetto per perdonare, tutto si risolve e si finisce “a tarallucci e vino”.

Questa espressione, meglio di qualunque altra, riesce a definire la quiete che arriva dopo un litigio, quello stato in cui tutti vogliono dimenticare il malumore e ridono e scherzano per andare avanti. I tarallucci, o taralli, tipici della Campania e della Puglia, denotano che il detto abbia origine meridionale, ma ormai è diffusissimo in tutta Italia.

Il significato è semplice e trae origine dall’antica tradizione contadina. In genere, quando arrivavano ospiti, sia attesi che inaspettati, il padrone di casa organizzava quello che oggi definiremmo un aperitivo a base di prodotti semplici come i taralli ed un buon bicchiere di vino. Richiama quindi ad un momento di convivialità, di amicizia e di festa, dove non esistono problemi o divergenze.

Il detto si è evoluto, soprattutto in ambito giornalistico, assumendo anche un significato negativo. Riguardo ad accordi politici o gravi crisi dire che la cosa è finita a tarallucci e vino significa che è avvenuto un accordo sottobanco, un insabbiamento, un compromesso egoistico, una compravendita di voti. Insomma, da gioviale riconciliazione l’espressione finisce per rappresentare il “magna magna” che corrompe la democrazia e genera sfiducia nelle istituzioni.

Fonte: xtraWine

Napoli è la città che più di tutte sa unire il sacro con il profano e questa duplice concezione di sacralità la ritroviamo anche nell’espressione “‘A Madonna t’accumpagna“, divenuta celebre grazie al Cardinale Crescenzio Sepe che spesso la usa per concludere le sue omelie e soprattutto grazie a Luciano De Crescenzo.

Con questo modo di dire si vuole augurare alle persone care di essere sorvegliate dalla Madonna, un saluto augurale rivolto a chi si allontana per un viaggio o per il lavoro quotidiano. L’origine di questa espressione napoletana viene raccontata in modo dettagliato proprio da Luciano De Crescenzo in “Fosse ‘a Madonna!”.

Nella seconda metà del ‘700 il re Ferdinando IV per contrastare la criminalità e per combattere il buio pesto che c’era per le strade di Napoli di notte, decise di creare un’illuminazione artificiale proprio per osteggiare i banditi. Così si iniziarono ad installare alcuni lampioni nei pressi di Palazzo Reale e nelle strade più importanti della città.

Però questo non risolveva il problema della criminalità nelle altre zone. Così padre Gregorio Maria Rocco presentò al re una proposta: “Maestà, date a me la licenza dell’illuminazione della città. E state tranquillo, non farò spendere alle casse del Regno nemmeno un ducato”. Re Ferdinando gli diede il permesso.

Don Gregorio Maria Rocco prese un dipinto della Madonna trovato nei sotterranei del monastero del Santo Spirito, nella zona di piazza Plebiscito, allora chiamata Largo Palazzo e ne fece fare centinaia di copie a colori. Le fece sistemare in tante edicole votive sparse per Napoli: “O napoletani – disse – la Madonna che sta nella vostra strada è uguale a quella delle altre strade di Napoli. Ora, però, se voi volete veramente bene alla vostra, dovete tenerla sempre illuminata.

Ogni quartiere si impegnò a tenere le lampade a olio accese sistemate ai lati delle Madonne e così si riuscì ad illuminare le strade di Napoli anche di notte. Ogni volta che qualcuno varcava la soglia della propria casa per uscire, le madri o le mogli salutavano i propri uomini con questa frase: Va’, ‘a Madonna t’accumpagna!”.

 

FONTI:

L. De Crescenzo – “Fosse ‘a Madonna!”, 2012

www.bikesharingnapoli.it

Giudice Sportivo

Giudice SportivoChe l’accezione sia positiva o negativa, c’è un aggettivo usato molto comunemente nei confronti di Napoli e dei napoletani: furbo. La furbizia, che anche dalla Treccani è considerata una “qualità”, è spesso considerata sinonimo di inganno, ossia un mezzo per eludere qualcosa, come la legge, o per raggirare qualcuno.

Questo modo di essere che rappresenta i napoletani, è stato ben descritto anche in alcuni proverbi della tradizione partenopea.

Il più famoso è “‘A legge è fatta p’ ‘e fesse“, “La legge è fatta per i fessi”. Questo modo di dire napoletano significa che, fatta una legge, si trova subito come eluderla. Quindi, la legge è fatta per i fessi, perché chi è furbo riesce ad eluderla. Quindi, i furbi, i “dritti”, si fanno giustizia da soli, con i loro (discutibili) mezzi.

Ma il proverbio non è rivolto solo ai furbi, ma anche ai desti e ai potenti, che dispongono di molte risorse per volgere a loro favore la legge o per farsi valere eludendola abilmente.

E’ ovvio che sia solo un modo dire: la legge è fatta per essere rispettata, sempre.

Fonte: Proverbi napoletani sulla giustizia

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