Proverbi napoletani

Proverbi Napoletani

Il peperoncino rosso (Capsicum annuum) è una pianta annuale, che appartiene alla famiglia delle Solanacee (la stessa di patate, melanzane, pomodori e tabacco). La Capsicum annuum ha avuto origine nel continente americano, e fu portata in Europa da Cristoforo Colombo.

Esso ha un fusto eretto, fiori bianchi e frutti dalla forma oblunga, che nella fase della maturazione passano dal verde al giallo fino al rosso acceso. La sua particolarità è la piccantezza al palato, caratteristica che gli viene conferita dalla capsaicina, un alcaloide presente al suo interno.

La prima etimologia del termine “peperoncino”, viene dal latino, “cĕrăsum”. Successivamente, con i francesi, divenne “cerisé“, e durante la dominazione francese dei d’Angiò nel regno di Napoli, si trasformo in “cerasa” (cioè ciliegia).

E proprio da quest’ultimo termine, per somiglianza di colore e forma (quando è tondo) alla ciliegia, deriva ‘o cerasiello, il piccante e rosso peperoncino che dà origine al detto “sta ‘ncoppo ‘o cerasiello”, “sta sul peperoncino”, un modo di dire utilizzato per deridere chi è saccente e arrogante.

Le discussioni sono qualcosa di naturale anche nelle migliori amicizie o in famiglia. Una parola fuori posto, un comportamento sbagliato può trasformare i rapporti. Fortunatamente, se c’è l’intelligenza di capire che è solo uno screzio momentaneo e l’affetto per perdonare, tutto si risolve e si finisce “a tarallucci e vino”.

Questa espressione, meglio di qualunque altra, riesce a definire la quiete che arriva dopo un litigio, quello stato in cui tutti vogliono dimenticare il malumore e ridono e scherzano per andare avanti. I tarallucci, o taralli, tipici della Campania e della Puglia, denotano che il detto abbia origine meridionale, ma ormai è diffusissimo in tutta Italia.

Il significato è semplice e trae origine dall’antica tradizione contadina. In genere, quando arrivavano ospiti, sia attesi che inaspettati, il padrone di casa organizzava quello che oggi definiremmo un aperitivo a base di prodotti semplici come i taralli ed un buon bicchiere di vino. Richiama quindi ad un momento di convivialità, di amicizia e di festa, dove non esistono problemi o divergenze.

Il detto si è evoluto, soprattutto in ambito giornalistico, assumendo anche un significato negativo. Riguardo ad accordi politici o gravi crisi dire che la cosa è finita a tarallucci e vino significa che è avvenuto un accordo sottobanco, un insabbiamento, un compromesso egoistico, una compravendita di voti. Insomma, da gioviale riconciliazione l’espressione finisce per rappresentare il “magna magna” che corrompe la democrazia e genera sfiducia nelle istituzioni.

Fonte: xtraWine

Napoli è la città che più di tutte sa unire il sacro con il profano e questa duplice concezione di sacralità la ritroviamo anche nell’espressione “‘A Madonna t’accumpagna“, divenuta celebre grazie al Cardinale Crescenzio Sepe che spesso la usa per concludere le sue omelie e soprattutto grazie a Luciano De Crescenzo.

Con questo modo di dire si vuole augurare alle persone care di essere sorvegliate dalla Madonna, un saluto augurale rivolto a chi si allontana per un viaggio o per il lavoro quotidiano. L’origine di questa espressione napoletana viene raccontata in modo dettagliato proprio da Luciano De Crescenzo in “Fosse ‘a Madonna!”.

Nella seconda metà del ‘700 il re Ferdinando IV per contrastare la criminalità e per combattere il buio pesto che c’era per le strade di Napoli di notte, decise di creare un’illuminazione artificiale proprio per osteggiare i banditi. Così si iniziarono ad installare alcuni lampioni nei pressi di Palazzo Reale e nelle strade più importanti della città.

Però questo non risolveva il problema della criminalità nelle altre zone. Così padre Gregorio Maria Rocco presentò al re una proposta: “Maestà, date a me la licenza dell’illuminazione della città. E state tranquillo, non farò spendere alle casse del Regno nemmeno un ducato”. Re Ferdinando gli diede il permesso.

Don Gregorio Maria Rocco prese un dipinto della Madonna trovato nei sotterranei del monastero del Santo Spirito, nella zona di piazza Plebiscito, allora chiamata Largo Palazzo e ne fece fare centinaia di copie a colori. Le fece sistemare in tante edicole votive sparse per Napoli: “O napoletani – disse – la Madonna che sta nella vostra strada è uguale a quella delle altre strade di Napoli. Ora, però, se voi volete veramente bene alla vostra, dovete tenerla sempre illuminata.

Ogni quartiere si impegnò a tenere le lampade a olio accese sistemate ai lati delle Madonne e così si riuscì ad illuminare le strade di Napoli anche di notte. Ogni volta che qualcuno varcava la soglia della propria casa per uscire, le madri o le mogli salutavano i propri uomini con questa frase: Va’, ‘a Madonna t’accumpagna!”.

 

FONTI:

L. De Crescenzo – “Fosse ‘a Madonna!”, 2012

www.bikesharingnapoli.it

Giudice Sportivo

Giudice SportivoChe l’accezione sia positiva o negativa, c’è un aggettivo usato molto comunemente nei confronti di Napoli e dei napoletani: furbo. La furbizia, che anche dalla Treccani è considerata una “qualità”, è spesso considerata sinonimo di inganno, ossia un mezzo per eludere qualcosa, come la legge, o per raggirare qualcuno.

Questo modo di essere che rappresenta i napoletani, è stato ben descritto anche in alcuni proverbi della tradizione partenopea.

Il più famoso è “‘A legge è fatta p’ ‘e fesse“, “La legge è fatta per i fessi”. Questo modo di dire napoletano significa che, fatta una legge, si trova subito come eluderla. Quindi, la legge è fatta per i fessi, perché chi è furbo riesce ad eluderla. Quindi, i furbi, i “dritti”, si fanno giustizia da soli, con i loro (discutibili) mezzi.

Ma il proverbio non è rivolto solo ai furbi, ma anche ai desti e ai potenti, che dispongono di molte risorse per volgere a loro favore la legge o per farsi valere eludendola abilmente.

E’ ovvio che sia solo un modo dire: la legge è fatta per essere rispettata, sempre.

Fonte: Proverbi napoletani sulla giustizia

topo

topo

Napoli – Abbiamo spesso detto che i napoletani tendono a non imprecare. Ogni esclamazione che potrebbe tradursi in una bestemmia viene filtrata da modi di dire appositi. Uno di questi è “Mannaggia ‘o suricillo e ‘a pezza ‘nfosa”. A differenza di altre esclamazioni come “Mannaggia a Bubbà” o “‘o Pataturco” lo sfogo in questione si usa per problemi di poco conto, per situazioni fastidiose ma che potevano andare molto peggio.

L’origine di una simile imprecazione, però, è particolare. Un’analisi superficiale porta ad una traduzione letterale, cioè “mannaggia al topolino ed alla pezza bagnata”. In questo caso il detto si rifarebbe all’usanza di introdurre pezze bagnate fra la porta ed il pavimento per impedire a piccoli roditori di entrare in casa attraverso la fessura. Quindi, si fa riferimento ad un problema di poco conto, un topolino, a cui già è stata trovata la soluzione, la pezza bagnata.

Eppure, il significato potrebbe essere molto meno innocente. Un tempo, infatti, l’imprecazione era “Mannaggia ‘o piripillo e ‘a pippilosa”, dove i due termini sono vezzeggiativi per nominare il pene e la vagina. Evidentemente, nella tradizione un’imprecazione tanto esplicita è stata censurata con “suricillo” e “pezza ‘nfosa”.

In questo caso il detto avrebbe tutto un altro valore: potrebbe riferirsi ad un atto sessuale che non si concretizza, così come un topolino non può entrare in una porta bloccata da una pezza bagnata. Ancora, mentre il “suricillo” rimarrebbe un’allusione al pene, la pezza potrebbe riferirsi al corredo intimo di una giovane moglie: in tal caso, se la pezza è bagnata, significherebbe che la donna è in periodo mestruale e quindi non potrebbe essere disposta ad adempiere ai doveri coniugali.

Fonte: NapoliFlash24h

Pasticceria Pintauro

Pasticceria Pintauro

Napoli – Spesso ci troviamo davanti a persone che si vantano di “imprese” incredibilmente semplici o che qualcun altro avrebbe potuto realizzare molto meglio. In questo caso potremmo apostrofare la persona con un antico detto napoletano: “Se fruscia Pintauro d”e sfugliatelle jute acito”.

Chiunque sa qual è la cosa peggiore che possa succedere ad una sfogliatella: essendo ripiene di crema alla ricotta fresca, se fossero acide significherebbero essere del tutto immangiabili, creata con un formaggio andato a male o cucinate giorni prima. Per questo motivo chi si vanta, in napoletano “si fruscia”, di un’opera mal realizzata è paragonabile a Pintauro che si vanta di sfogliatelle andate a male.

Ma perché proprio Pintauro? Dobbiamo sempre tenere a mente che nei proverbi napoletani non è raro trovare un nome proprio: rapportare subito ad una persona il detto lo rende più immediato, così Pintauro è più immediato di un comune “pasticcere”. Oltretutto, si tratta di una delle pasticcerie più antiche di Napoli e, probabilmente, è proprio lì che nacque la prima sfogliatella fatta a Napoli.

Eppure, un simile proverbio non faceva onore a Pintauro: la pasticceria migliore della città veniva accostata a dolci andati a male. Di certo Pasquale Pintauro, patriarca dell’attività, non prese bene questo modo di dire. Per questo motivo nel linguaggio comune il proverbio si trasformò in “Si fruscia Pantusco d”e sfugliatelle jute acito”. Il nome di fantasia Pantusco richiamava soltanto quello di Pintauro e di certo non avrebbe urtato la sensibilità del pasticcere.

Fonte: Raffaele Bracale

Napoli – I lavori edili, specialmente se per opere pubbliche, possono durare un’infinità: basti pensare alla costruzione della metropolitana a Napoli. In questi casi, un vecchio napoletano appostato, come di consueto, fuori al cantiere potrebbe esclamare che “Pare ‘a fraveca ‘e San Pietro”. Questo antichissimo detto letteralmente significa “Sembrano i lavori di costruzione della Basilica di San Pietro”.

Infatti, in napoletano sappiamo bene che “fraveca” sta ad indicare sia il materiale edile o la sporcizia rilasciata dopo un’opera in muratura, oppure può indicare, in senso lato, i lavori od i cantieri. In questo caso, ovviamente, la versione da utilizzare è quella più generica. Perché, però, viene usato come riferimento per il protrarsi dei cantieri proprio la Basilica di San Pietro a Roma?

Si tratta di una delle più mastodontiche opere della cristianità e, quindi, si potrebbe trattare di un’iperbole per indicare che un simile ritardo potrebbe essere giustificato solo dalla costruzione di un’opera altrettanto importante. Eppure ci potrebbero essere ragioni ben più storiche.

I cantieri per la costruzione di San Pietro, infatti, aprirono il 18 aprile del 1506 sotto Papa Giulio II e venne ultimata nel 1626 durante il pontificato di Papa Urbano VIII: più di un secolo. L’opera fu alquanto travagliata, soprattutto per il denaro necessario ad ultimarla. E’ probabile, quindi, che l’opinione pubblica rimase parecchio scossa da questo ritardo e l’eco di tutto ciò, a Napoli, si trasformò nel detto “Pare ‘a fraveca ‘e San Pietro”.

malacarne significato

malacarne significato

Napoli – Nel film “Il Camorrista” compare il personaggio di Don Antonio “‘O Malacarne”, un terribile criminale che controlla il carcere di Poggioreale. Il suo potere cessa quando Don Saverio, detto “‘O Professore” ed alter ego cinematografico di Raffaele Cutolo, lo sfida a duello e conquista con furbizia il controllo della struttura a sue spese. Il nomignolo di “malacarne” non è solo uno dei tanti soprannomi utilizzati nel gergo criminali, ma una delle più gravi offese napoletane.

Dare a qualcuno del “malacarne” equivale a definirlo una persona disonesta, malvagia e capace di qualunque bassezza. L’origine di questo improperio deriva dal campo delle macellerie: la malacarne è, infatti, l’insieme dei tagli più bassi ed economici del banco del macellaio. Un modo dispregiativo, quindi, di paragonare una persona ad un qualcosa di tanto misero e di bassa levatura.

Tuttavia, a nostro avviso, è l’origine del termine potrebbe essere meno legata a questo settore di quanto possa essere evidente. La carne viene spesso nominata nelle offese napoletane e sta a simboleggiare la persona, nel modo più viscerale possibile. Definire qualcuno di mala carne, quindi, sta ad intendere che sia una brutta persona sin dalle sue viscere, come se la sua stessa carne, i suoi muscoli ed il suo sangue siano corrotti ed infettati dalla bassezza morale.

Fonte: Treccani

È risaputo che la lingua napoletana è ricca di termini ed espressioni veramente poco comuni. La vivacità e la fantasia dei nostri antenati hanno dato vita a terminologie e modi di dire singolari e particolareggiati che sono entrati a far parte del bagaglio culturale e tradizionale, al punto tale che spesso non trovano corrispondenze né negli altri dialetti peninsulari né nella lingua italiana.

Oggi vogliamo richiamare l’attenzione sul termine “mazzamma” col quale si vuole identificare, in senso letterale, il pescato di piccole dimensioni e di scarso valore sia gastronimico-culinario che economico. Tale espressione, appartenente quindi al campo ittico, viene spesso “declinata” anche per apostrofare, in modo negativo e sprezzante, cose considerate avanzi di produzione dunque inutili, e persone identificate come scarto della società.

C’è stato chi ha attribuito a “mazzamma” un’origine dal lemma greco maza che stava ad indicare un cumulo di cose senza alcun valore; altri hanno avanzato ipotesi circa una genesi fantastica tratta dall’idea di un cumulo di legnetti o mazze. L’origine che però pare più accreditata e sensata è quella legata al temine latino massa, da cui dovrebbe derivare anche maceria. È tale espressione ad essere traducibile infatti con termini come “ammasso” o “cumulo”.

L’espressione latina non trova, però, nessuna corrispondenza col greco maza, ma con l’accadico ma’assu nel quale è possibile riscontrare un rimando ad una grande quantità di oggetti.

In un secondo momento, a Napoli, si è associato al termine latino massa, il suffisso amma. Tale commistione ha dato vita alla parola “mazzamma” che ancora oggi conosciamo. Fu in quel preciso momento che il neologismo, coniato all’ombra del Vesuvio, assunse il senso volto alla descrizione di un’accozzaglia indiscriminata, ammucchiata ideologica o concreta di persone e cose che si caratterizzano per una matrice grossolana, volgare e reietta.

Fonti:
– Istituto Linguistico Campano

E’ raro che i napoletani nominino Dio: una forte religiosità ha annullato, nel linguaggio comune, qualunque tipo di bestemmia o blasfemia. Eppure, in casi molto gravi, non si può fare a meno di invocare un aiuto “dall’alto”. Così, può capitare che di fronte ad un’ingiustizia molto forte, un dolore particolarmente insuperabile, un napoletano possa alzare gli occhi al cielo ed esclamare che “Dio è lungariéllo, ma nun è scurdariéllo”.

Questo detto può essere interpretato in vari modi. Letteralmente significa che Dio può avere tempi lunghi per prendere un provvedimento, ma di certo non dimentica di farlo. Il modo più comune in cui viene usato è come una vera e propria maledizione. In questo contesto si tende a rivolgerlo ad una persona che ha commesso un torto grave verso il quale non si può più far nulla. Così si invoca la giustizia divina che, anche se lenta a realizzarsi, arriverà inesorabile ed inevitabile contro il malfattore.

Non sempre, però, un’ingiustizia è provocata da qualcuno: certe volte è solo una questione di sfortuna. In quel caso dire che “Dio è lungariéllo, ma nun è scurdariéllo” non è un anatema, ma una preghiera, una speranza. Qui la giustizia divina non si invoca per punire, ma semplicemente per risolvere il problema o per riportare luce in un momento buio. Anche se lento nella decisione, si spera che il Padre di tutti possa intervenire, alla fine, e non dimenticarsi di un suo figlio nel momento del bisogno.

Napoli – Certi termini napoletani, ad un primo ascolto, potrebbero apparire privi di alcun senso. Perché, ad esempio, chiamare un semplice e comune cavatappi “tirabusciò”? Non è un termine che abbrevia la parola, non è semplice al punto da giustificare un uso popolare diffuso e, soprattutto, non richiama il gesto di aprire una bottiglia come “cavatappi”. Per capire l’origine della parola napoletana dobbiamo ripercorrere la storia della nostra terra.

In particolare, dobbiamo considerare le influenze francesi su Napoli. Non ci riferiamo soltanto alle ingerenze giacobine ed al periodo napoleonico; bisogna ricordare, infatti, che la cucina della corte borbonica e, quindi, dei salotti nobiliari della città subì molto lo stile dei monzù, chef francesi, o comunque educati a tale arte culinaria. È naturale che molti termini usati da questi cuochi siano entrati anche nell’uso popolare e “tirabusciò” è uno di questi.

La parola, infatti, è semplicemente una trasposizione del francese “tirebouchon”, che oltralpe significa proprio cavatappi. Il termine è l’unione di “tirer” (tirare) e “bouchon” (tappo).

La saggezza popolare mostra tutta la sua infinita potenzialità per quanto riguarda i fenomeni naturali. Capita spesso, infatti, che un breve motto, un detto, una credenza tramandata da generazioni possa risultare molto più attendibile delle più sofisticate previsioni meteo. Ad esempio nessuno si aspetta mai che il mese di maggio possa essere caratterizzato da piogge tanto frequenti dal momento che è alle porte dell’estate, eppure è quasi sempre così. Alla fine ci si trova a dar ragione ad un antico detto napoletano che recita “Acqua ‘e maggio, parole ‘e sagge”.

Letteralmente questo proverbio dice che l’acqua di maggio cade con la stessa frequenza con cui arrivano le parole di un uomo saggio. Dobbiamo considerare che nella tradizione contadina, a cui questo detto si riconduce, una persona definita saggia era una in grado di dare sempre consigli e sempre pronta ad aiutare con le sue parole. Questo ci porta ad attribuire anche un secondo significato al motto.

Non si parla solo della frequenza delle piogge, ma della loro utilità. Infatti, le precipitazioni di questo mese possono sembrare una seccatura per tutti quelli che organizzano già gite fuori porta o giornate al mare, ma per la natura sono un toccasana: tantissime primizie estive non arriverebbero mai se non grazie alle piogge di maggio. Quindi, quest’acqua è tanto nutriente quanto lo sono, per lo spirito e la mente, le parole accorte di un saggio: la prima dà vita alla terra ed ai raccolti, le altre sono cibo per lo spirito.

Fonti:
– https://www.terranuova.it/
– http://www.ilserrasanta.it

Il termine può trarre in inganno chi non lo conosce, ma “nippolo” non ha niente a che vedere con usi e costumi giapponesi (Nippo, dal VII d.C., è il nome ufficiale del Giappone). Sì, perché “nippolo” non ha niente “a mandorla”, ed è anzi l’ennesima espressione napoletana coniata alla perfezione per dare un senso specifico a qualcosa.

Nippolo, infatti, è un termine del dialetto napoletano che indica le palline di lana o cotone che si formano sugli indumenti infeltriti.

A volte, il nippolo, lo si può trovare anche all’interno dell’ombelico venutosi a formare a causa dello strofinamento della peluria circostante con una maglia a pelle o canottiera.

E il fenomeno della lanugine ombelicale ha da sempre destato interesse e curiosità.

Nell’antichità il fenomeno era già stato studiato: per i Sumeri questa “lana” era una vera e propria divinità, per gli Egizi era un buon segno in vista del raccolto.

Nel 2001 Karl Kruszelnicki dell’Università di Sydney in Australia iniziò addirittura un’indagine per risalire al motivo della lanugine ombelicale, scoprendo che essa consiste principalmente di fibre sciolte provenienti dai vestiti indossati, mischiate a cellule della pelle morte e a peluria del corpo.

Da “framboise” a “frambuasso”. L’influenza della Francia sulla lingua napoletana.

I contatti tra Napoli e gli altri popoli europei sono sempre stati molto frequenti, quelli con la Francia meritano una menzione particolare ed affondano le loro radici in epoche lontane. La lingua napoletana ha adottato molte parole dal francese, questo è facilmente riconducibile alla lunga presenza degli Angioini nelle nostre regioni.

In tempi più moderni la cosa divenne particolarmente evidente ad inizio Ottocento quando, durante l’epopea napoleonica, Giuseppe Bonaparte prima e Gioacchino Murat poi si fregiarono del titolo di re di Napoli. Nel corso del Decennio l’influenza francese nel Mezzogiorno d’Italia non si fermò in maniera esclusiva a livello politico ma essa ebbe delle ripercussioni anche sulla lingua che, come detto, aveva già avuto contatti con la lingua dei Lumi.

Oltre alla documentazione ufficiale scritta in francese, furono diverse le parole e i lemmi che furono fatte proprie dal dialetto napoletano ed ancora oggi compaiono nelle discussioni portate avanti in napoletano. Processi come questi sono sempre stati possibili grazie alla grande capacità d’assorbimento e versatilità della società napoletana. Sono esempi di questa situazione termini come “butteglia” e “buatta” che nella loro pronuncia napoletana hanno l’esatto corrispettivo in francese.

Il medesimo caso vale anche per la parola “frambuasso” con la quale si indica il lampone. Tale accezione è sicuramente usata meno nel dialetto corrente rispetto alle altre due già citate, ma anche essa può vantare antiche e nobili origini. Frambuasso è il corrispettivo francese di framboise. Bisogna dire però che nel dialetto napoletano questa parola sta cadendo sempre di più in disuso e si sta tendendo a sostituirla con un’espressione molto più piatta ed italianizzata.

È interessante constatare come una già ricca e stratificata cultura come quella napoletana sia stata capace di trarre nuova linfa da usi e costumi appartenenti ad altri popoli. Ieri come oggi l’inclusione e l’accettazione costituiscono l’asso nella manica e il tratto distintivo della nostra storia.

La parlesia è un sottodialetto del Napoletano, come una sorta di slang, che è stato inventato verso la fine del Settecento e veniva usato da alcune categorie sociali appartenenti ai ceti più disagiati del tempo come: borseggiatori, donne di malaffare, scaricatori di porto e così via. Col tempo, però, questo sottodialetto venne utilizzato da teatranti e musicisti ed in particolare da quegli artisti appartenenti agli ambienti musicali non colti come i posteggiatori e mestieranti di locanda.

Negli anni Ottanta del Novecento tale linguaggio cifrato venne riproposto nei testi di artisti napoletani del calibro di Pino Daniele, James Senese ed Enzo Avitabile che lo portarono all’attenzione dei mass media e della cultura di massa che s’interessò con sorpresa a questo particolare gergo.

La parlesia non fa ricorso a neologismi, anzi adotta gli stessi termini del dialetto napoletano alterando, però, il significato del singolo lemma a seconda di come questo viene pronunciato e del contesto nel quale si sta portando avanti la conversazione. Le parole pronunciate da questi musicisti erano all’apparenza incomprensibili e senza senso.

Essi molto spesso ricorrevano alla parlesia per estromettere dalla discussione persone poco gradite. Gli artisti, inoltre, ricorrevano a questo gergo per fare commenti sui loro committenti, sui soldi, sulle donne e sui loro affari privati. Per fare un esempio pratico quello che noi chiamiamo comunemente “specchio” per loro era il “tale e quale”, la chitarra veniva chiamata “cummara” e così via.

Questo linguaggio, rimasto segreto fino alla metà dello scorso secolo, ora è presente in alcuni dizionari e vanta traduzioni anche sul web. L’ennesimo tratto distintivo della cultura napoletana che rischiava di restare sconosciuto alle masse è, però, stato riscoperto e riabilitato anche se non in maniera ufficiale.

Fortunatamente il movimento musicale napoletano degli anni Ottanta ne è rimasto colpito, salvaguardandolo anche se in minima parte. Un gesto comunque importante che ha salvato una dall’oblio la parlesia e tutto il microcosmo ad essa collegato.

La lingua napoletana è ricca di proverbi ed espressioni brillanti e spesso molto famose. Ci sono però dei modi di dire che però non hanno avuto la stessa fortuna e sono cadute in disuso o comunque nel dimenticatoio. È questo il caso del concetto di “parlare tosco”.

Tale espressione napoletana è molto antica ma, come detto, poco conosciuta e risulta essere assente anche in diversi repertori napoletani più o meno moderni. Fino agli anni cinquanta del Novecento, però, tale modo di dire era molto in voga presso i cittadini di Napoli ed in particolar modo per coloro i quali abitavano nella parte bassa del capoluogo campano. Tale lemma si prestava ad una duplice interpretazione. Ad aiutarci nella ricostruzione dei significati dell’espressione è il blog di Raffaele Bracale.

Il primo caso nel quale si dice che una persona “parli tosco” si veniva a verificare quando una persona adottava un linguaggio eccessivamente forbito e ricercato al punto tale da risultare ostico alla maggioranza dei suoi interlocutori. Chi, invece di ricorrere al dialetto napoletano, si rifaceva alla lingua nazionale, arricchendo il suo discorso con termini astrusi, rischiava di parlare un linguaggio incomprensibile. A tali personaggi si diceva che “parlassero tosco”.

L’aggettivo “tosco” però non faceva riferimento alla Toscana, la regione che ha dato i natali ai padri della lingua italiana come Dante, Petrarca e Boccaccio, ma si rifaceva al termine “toske” di derivazione albanese che indicava il difficile linguaggio di una popolazione albanese di religione musulmana, residente nell’Albania centrale, al sud del fiume Shkumbin. In una parola chi parlava un italiano troppo forbito veniva etichettato nell’immaginario popolare, come una persona che ricorreva a questo linguaggio al fine di ingannare il prossimo.

La seconda accezione era riferita a chi, sempre con intenti truffaldini, fosse eccessivamente esoso nelle sue richieste di compenso per un lavoro fatto o in corso d’opera. Di costui non si diceva che parlasse tosco poiché era solito adottare un linguaggio di difficile comprensione, arricchito da lemmi e termini ai più sconosciuti, ma perché fosse troppo caro, ai limiti della disonestà, da essere considerato quasi come un ladro, tale che la maggior parte delle persone scoraggiava gli altri ad intraprendere rapporti economici e lavorativi con tali personaggi.

Napoli – Andando fare la spesa in un mercato napoletano, avvicinandoci ad un banco della verdura, potremmo ascoltare termini che difficilmente riusciremmo ad associare a frutta ed ortaggi conosciuti. La lingua napoletana, infatti, pullula di termini popolari dall’origine antichissima attribuiti ad alimenti conosciuti universalmente in altri modi. Sarebbe difficilissimo, ad esempio, per una persona non originaria di Napoli capire che una “pastenaca” non è altro che una carota.

Il termine è, a dire il vero, piuttosto desueto e viene utilizzato solo dai napoletani più anziani, ancora legati ai modi di dire di un tempo. Difficile è persino risalire all’origine del termine ed al perché venga usato. L’unico raffronto che possiamo avere è con un’altra verdura, molto simile alla carota, chiamata tutt’ora “pastinaca”.

pastinaca

La pastinaca sativa tende a crescere spontaneamente e la sua radice è comunque commestibile, uguale alla carota per forma ed aspetto, ma più bianchiccia e priva del tradizionale colore arancio. La sua particolare adattabilità la rende molto più comune della più gustosa cugina, che richiede comunque maggiori attenzioni per essere coltivata.

Per questo motivo, in molte regioni d’Italia, la carota è stata associata alla pastinaca, specialmente in una tradizione popolare e contadina che ha sempre dato poco peso alle definizioni scientifiche. In napoletano, semplicemente il termine, nell’uso comune, si è trasformato da “pastinaca” a “pastenaca”, andando a definire espressamente l’ormai diffusissima carota.

Sarà capitato più o meno a tutti di usare l’espressione “è successo un 48” per descrivere e raccontare una determinata situazione. Ma da dove deriva questo modo di dire? Solitamente si usa quando, nella vita di tutti i giorni, avvengono eventi caotici, confusionari e difficili da spiegare. L’espressione “è successo un 48”, quindi, ci permette di semplificare il concetto evitando una spiegazione dettagliata degli eventi.

Il numero 48 si usa per fare riferimento all’anno 1848, caratterizzato da moltissime rivolte popolari borghesi, comunemente identificate con “rivolte del ’48” o, più spesso, “Primavera dei popoli“. Ma il 1848 non è solo simbolo di caos, ma di caos accompagnato al cambiamento. Quindi, quando “succede un 48”, succedono tante cose, ma tutte cose che insieme portano un grande cambiamento.

Il ’48 in Italia

Le rivolte del ’48 hanno portato tantissimi cambiamenti nell’Europa dell’Ottocento, e furono portate avanti dalla classe media borghese in molti dei paesi in cui, dopo la Restaurazione, si erano insediate di nuovo le vecchie monarchie. La prima ondata delle sommosse avvenne in Italia, soprattutto in Sicilia e e nel Regno Lombardo-Veneto, con le Cinque Giornate di Milano che diedero avvio al Risorgimento Italiano. I moti permisero anche la nascita delle costituzioni, lo “statuto albertino” del Regno dei Savoia è rimasto poi in vigore anche nel Regno d’Italia dal 1861, e rimase quasi invariato fino alla Costituzione della Repubblica Italiana del 1946.

Il `48 a Napoli

Particolarmente noti sono gli eventi che riguardarono il Regno delle Due Sicilie. Fu la Sicilia a dare i maggiori grattacapi alla corona poiché i siciliani avevano sempre avuto una forte propensione all’autogoverno che mal si sposava con la riduzione d’autonomia, determinata dall’unione del Regno di Napoli e quello di Sicilia in un unico Stato. I siciliani mal digerivano, inoltre, la preminenza degli elementi dell’aristocrazia napoletana su quella insulare.
Il malcontento montò al punto tale che Palermo si ribellò al potere del re. Aspra e risoluta fu la riconquista dell’isola da parte dei Borbone. Ferdinando II non esitò a bombardare pesantemente la città di Messina. Dopo alcuni mesi i disordini rientrarono e l’ordine venne ristabilito. Si è soliti associare il detto: “faccio succedere un 48” con tali eventi perché questi si contraddistinsero per l’impeto della rivolta e la forza della riconquista.

Il ’48 in Europa

Le rivolte, però, come detto, colpirono gran parte dell’Europa: nella Francia post-napoleonica si instaurò la Seconda Repubblica e anche l’Impero Austro-Ungarico organizzò sommosse che interessarono le regioni di frontiera dell’impero. Ci fu poi un’insurrezione dei tedeschi a Berlino, nel Regno di Prussia, e in alcuni stati della Confederazione Germanica. Solo l’Inghilterra e la Russia, dove la classe borghese viveva in situazioni agiate, furono esenti da rivolte.

Fonti: Corriere.it

Napoli – Abbiamo ormai imparato che spesso nella lingua napoletana per offendere qualcuno si utilizzano metafore per “addolcire” il tutto. Il termine “lumera” è una di queste parole che oscillano fra l’offesa vera e propria ed una semplice canzonatura. In genere viene usato per apostrofare una donna molto volgare, che subito “parte in quarta” e si infervora iniziando a urlare nel modo peggiore possibile.

“Lumera” sembra non avere nulla a che fare con tutto questo. Per capire il nesso bisogna arrivare all’origine del termine. Nella lingua italiana lo troviamo utilizzato da Dante, nel IX canto del Paradiso: “Tu vuo’ saper chi è in questa lumera / che qui appresso me così scintilla”. Nell’esempio dantesco sta ad indicare una luce molto intensa. Benché il significato nel napoletano sia ben diverso dall’aulica “Divina Commedia”, si tratta di un importante punto di partenza.

La parola, infatti, può essere ricondotta al latino “lumen” (luce) e sta ad indicare qualcosa che fa luce. “Lumera”, in napoletano, ha un altro significato: indica la miccia di una candela, quella che appunto prende fuoco ed emette luce. Qui si trova la metafora alla base dell’offesa. Una donna volgare è paragonata alla miccia di una candela, la “lumera” appunto, che per un nonnulla si “accende”, in questo caso a livello emotivo, e fa fuoco e fiamme.

Chi non ha mai sentito parlare dello “sparatrappo”?
Ma che cos’è precisamente e perché si chiama così?

A Napoli, con il termine “sparatrappo” s‘intende un cerotto adesivo in cotone o in seta utilizzato per fissare accuratamente le bende o le garze. Il vocabolo, che deriva dal francese sparadrap e dal latino medievale sparadrapum, è così tanto conosciuto e diffuso nella sua variante partenopea al punto che molti sostengono di non saper dare una definizione in italiano dell’oggetto in questione.

In molti vocabolari della lingua italiana come ad esempio il Grande dizionario italiano dell’uso, il Garzanti, lo Zingarelli e molti altri, possiamo rintracciarlo alla voce sparadrappo, quindi sostituendo semplicemente la lettera t con la d. Inoltre lo sparadrappo non è solo un semplice cerotto ma, ha anche un’accezione medico – farmaceutica: “tessuto imbevuto di liquido medicamentoso da applicare su piaghe e ferite”. Non solo. Grazie ad alcuni testi di medicina e farmacia, è stato confermato che, in passato esistevano diverse tipologie di sparadrappo utili per curare le ulcere delle gambe e delle braccia.

Secondo fonti non accreditate il termine sparatrappo era già in uso in Spagna nel XVI secolo – esparadrapo – e fu portato a Napoli durante il governo di Don Pedro Alvàrez de Toledo. A quei tempi lo sparatrappo, una strisciolina di tela su cui era posta della colla, veniva utilizzato per fissare gli stendardi alle aste, quindi per distendere i drappi delle bandiere.

Questo lemma è proprio non solo della lingua napoletana, ma è diffuso anche in molti altri dialetti meridionali come quello calabrese, salentino e siciliano.

Quindi sparadrappo, sparatrappo, esparadrapo, sparatrappu o in qualunque altro modo lo si voglia chiamare, non è altro che una parola napoletana ma dal significato universale.

Fonte: Accademia della Crusca