24 Agosto 1973, ecco la verità sul colera a Napoli

Colera a Napoli

Ancora oggi il colera è ricordato come una delle malattie più gravi che ha toccato l’Italia. Una delle città che maggiormente contò vittime per questo terribile batterio fu proprio Napoli, che però nonostante l’emergenza riuscì in pochi giorni, circa 15-20, a debellare la malattia.

Molte altre città europee furono attaccate da questo batterio, e tutte costrette a lottare per eliminare questa malattia, Barcellona ad esempio fu vittima del colera per ben due anni. La città partenopea, prima dell’ultima ondata dell’infernale virus era stata già due volte colpita nel secolo precedente in cui morirono moltissime persone, l’ultimo contagio però risale a circa 44 anni fa, quando sul finire dell’estate, il virus tornò a fare visita ai napoletani. Nessuno pensava che una malattia ritenuta ormai viva solo in paesi sottosviluppati, potesse tornare a vivere in una città europea civile e molto popolata, eppure il 24 Agosto del 1973, due casi di gastroenterite acuta, a Torre del Greco, fecero scattare l’allarme. Nei giorni seguenti si verificarono altri casi di pazienti con gli stessi disturbi che furono immediatamente trasportati all’Ospedale Cotugno, il nosocomio dove venivano curate tutte le malattie ritenute infettive.

In città era presente ormai questa nube di terrore che ricopriva tutti incutendo timore, furono tanti i casi di vittime del colera, moltissimi i ricoverati, il numero cresceva a vista d’occhio e la malattia si espandeva a macchia d’olio, Napoli era in ginocchio. La colpa fu data a quello che all’epoca era definito “il cibo dei poveri”, le cozze, si pensava infatti che fosse colpa di un virus provocato da quei frutti di mare e l’ipotesi iniziò immediatamente a prendere il sopravvento. Molti pescatori indignati dalla notizia che circolava, si fecero fotografare intenti a mangiare le cozze talvolta anche crude, per dimostrare che quanto si dicesse non era affatto vero, e in effetti col passare di altri giorni si determinò la causa dell’infezione intestinale, che fu sì individuata nelle cozze, ma in una partita arrivata dalla Tunisia.

Si può quindi ben dire che il colera arrivò in Italia tramite dei frutti di mare tunisini contaminati, come già precedentemente detto, furono diverse le città interessate oltre Napoli, e con fenomeni ben più gravi e duraturi (basti pensare a Barcellona) ma ancora oggi, a distanza di anni, non si sa perché, l’appellativo dispregiativo “colerosi”, viene sempre solo ed unicamente riservato alla città partenopea.

Oggi sono tanti i viaggi di italiani in Tunisia, a Barcellona e in tutte quelle città vittime e portatrici di colera, ma nessuno marchia a fuoco i suoi abitanti come eterni appestati, nessuno li insulta facendoli sentire inferiori, usando per giunta un appellativo che rievoca un periodo triste e disastroso per quelle città, ma i napoletani devono patire questo nomignolo figlio dell’ignoranza, e della cattiveria che non tramonta mai, e che anzi risuona addirittura negli stadi, travestito da “goliardata”. Nessun napoletano rivolgendosi ad un milanese lo ha additato come “appestato”, eppure a Milano ci fu la peste, ma questo è solo uno dei tanti esempi, per elencarli tutti si finirebbe per scrivere un’enciclopedia, la stessa che vorremmo consultassero gli stolti, quelli a digiuno di conoscenza, affinché il lume del sapere illumini quel buio incessante che offusca la mente dei mediocri e di tutti quelli che la storia la ignorano o, peggio, provano a riscriverla a modo loro.

Quando si parla di colera e Napoli, l’unica cosa da poter dire sarebbe l’eccellente metodo e velocità con cui la città partenopea debellò l’infezione, a dispetto di quanti ne rimasero vittima per tempi di gran lunga maggiori.

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