Giornalista vede Napoli e scrive: “Che razza di napoletani ci raccontano i media?”

Lungomare-di-Napoli

Cristian Martini Grimaldi, giornalista per l‘Osservatore Romano e Il Messaggero, racconta la città partenopea, immortalando narrativamente, la sua esperienza nella famigerata “Napoli della criminalità” di cui, tuttavia, non ne ha trovato traccia. Senza alcuna auto-censura, nel suo scritto, ha raccontato di come il suo approccio alla città nasceva controverso, essendo anch’egli, come tutti,  più o meno vittima della mediocrazia e dei clichè che ne derivano.

“No, non c’entra niente Gomorra” premette l’autore, responsabilizzando invece, la cronaca mediatica generalista, la quale è elaborata e strutturata ad hoc per mantenere in vita tutti i luoghi comuni che hanno plagiato la nostra forma mentis. Cristian scrive del suo giro turistico ad Ercolano, città recentemente colpita dall’episodio dei rapinatori uccisi per autodifesa da un gioielliere del posto, e nulla è andato come s’aspettava. La televisione, ancora una volta, aveva tratteggiato volti urbani che il giornalista non incontrerà.

Tutti indossavano il casco; un centauro si ferma per dargli la precedenza pedonale; due caffè a una coppia di americani viene venduto, senza rincaro, a 1 euro e 40; Egli stesso paga caffè e cornetto 1 euro e 80, senza essere spennacchiato come avviene spesso, da parte dei commercianti, quando ci si imbatte nel turista di turno.

“(…) un cliché che non mi riesce in alcun modo di corroborare, anzi mi si sta letteralmente sbriciolando fra le mani” racconta lo scrittore. Qualcosa stava andando contro le sue supposizioni. Non trovava corrispondenza tra la vox populi che l’aveva cresciuto e la realtà che stava incontrando. E tali pensieri, poi ha osservato, non era solo suoi. Due giapponesi gli dicono: “Avevamo prenotato tre giorni a Roma e solo uno a Napoli, intimoriti da quello che si legge sui giornali. Ci siamo pentiti“.

E ancora, una ragazza coreana, gli parla di come a Napoli, le si avvicinavano e le parlavano senza alcun secondo fine, come accadeva, invece, a Roma.

Pochi giorni a Napoli per permettere alle carceri degli stereotipi di crollare senza fatica. Ciò che Martini Grimaldi ha trovato, è solo vita. E bellezza: ” E già che ci sono mi scuso con i napoletani perché da anni vado raccontando che la linea di costa con lo sky-line più bello del mondo ce l’ha Hong Kong. Finché non ho visto il golfo di Napoli dal sedile del piccolo bus 140, l’autobus che da Posillipo scende a Mergellina e poi dritto fino a piazza Vittoria.”

Come da prassi, i commenti al post dello scrittore, il quale sta avendo una forte risonanza social, grazie alla contrapposizione ai consueti racconti giornalistici della sera (vedi, trasversalmente, i Tg), sono diversificati: uno stesso napoletano, residente a Prato, gli scrive: “scusi, dove danno il film che ha visto?”. Premesso che è altamente discutibile il cittadino che emigra e, senza riserve,  denigra la terra in cui è cresciuto, senza, evidentemente, elaborare nessun processo di analisi profonda, ma esclusivamente di superficie e abitudine

Ma i napoletani, purtroppo incattiviti dall’epoca difficile e da una vita sempre più ardua da sostenere, sono diventati davvero così ciechi? Davvero non vedono più la preziosità che ci attornia? Essa è senza pretese, solo con degli acciacchi da curare con l‘auto-analisi, che è il primo passo vero per la critica. Quella costruttiva. Quella che partecipa all’evoluzione, e non la reprime. “Napoli criminale? … è tutta invidia. Altroché” Conclude il giornalista, turista della nostra città.

 

 

 

 

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