Giuseppe lo abbiamo ucciso anche noi. Tanti hanno visto, nessuno l’ha aiutato

Giuseppe lo abbiamo ucciso anche noi. Lo abbiamo ammazzato con la nostra indifferenza, con la nostra abitudine a girarci dall’altra parte, a farci gli affari nostri, a non dare peso ai fatti gravi cui assistiamo.

Giuseppe lo abbiamo ucciso noi perché il patrigno lo aveva preso a calci per strada, ma un amico che lo aveva visto, invece di allertare le forze dell’ordine, lo ha soltanto ripreso. Gli ha chiesto cosa gli avesse preso, perché lo stesse facendo, e Tony avrebbe risposto: “Mi sta portando all’esasperazione”. E poi? Poi hanno preso il caffè al bar. Strada e bar, due luoghi pubblici: verosimilmente, anche altre persone potrebbero avere assistito.

Non è finita qui. Giuseppe avrebbe cambiato scuola, perché si era presentato in classe con alcuni lividi e un occhio nero. La madre, convocata dagli insegnati, avrebbe deciso di trasferirlo in un altro istituto. Siamo sicuri che non si potesse fare di più? La scuola ha avvertito le autorità? Le autorità, eventualmente, sono intervenute? In che modo sono intervenute? Al momento non è dato saperlo, ma forse, forse si poteva fare di più.

Gli elementi per ipotizzare che Giuseppe e la sorellina potessero trovarsi in una situazione difficile c’erano, a quanto pare. Probabilmente ce ne saranno stati anche altri di segnali premonitori. Che cosa ha fatto la società (in)civile? Ha ignorato. Sarebbe stato sufficiente fare una telefonata, ma ignorare è più semplice.

È più semplice confidare, sperare che alla fine vada tutto bene. Se tutto va male, al massimo, ce la prendiamo con il mostro di turno fino a che la nostra indignazione non venga spostata altrove, su un altro mostro, su un altro problema, ciechi di fronte alla palese evidenza che il problema è il fallimento della società e delle istituzioni. Il problema siamo noi.

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