Il trucco e gli Egizi: la nascita del kohl, del primer e dell’ombretto

Oltre a considerare il proprio corpo come un tempio e quindi a dedicargli le migliori cure estetiche, gli Egizi possono essere definiti degli avanguardisti in merito al trucco, in quanto oltre ad essere una pratica molto radicata a prescindere dal rango sociale, ma veniva praticato indistintamente sia da uomini che donne.

Ovviamente, anche nell’Antico Egitto alle donne andava la prerogativa di possedere dei beauty-case molto più accessoriati rispetto a quelli maschili. Contenevano, pinzette, arricciacapelli, profumi, set per la manicure, creme e profumi. Ma vediamo nel dettaglio il make up egizio in cosa consisteva; così come usiamo fare noi oggi quando ci sediamo davanti ad una specchiera per prima cosa ci dedichiamo alla pelle del viso, in questo modo anche gli Egizi cominciavano il loro rituale cosmetico.

Va detto però che nell’Antico Egitto il contrasto tra la pelle scura dell’uomo, che lavorava prevalentemente all’aperto, e quella più chiara della donna, che soleva restare al riparo dei raggi del sole, era particolarmente evidente. Le donne amavano molto mettere in risalto questa caratteristica e l’usanza di schiarirsi la pelle divenne molto in voga nel Tardo Egitto, quando cominciarono gli scambi con altri popoli dalla pelle chiara. Per dare un tono più chiaro alla pelle le donne utilizzavano il talak, una versione primordiale del nostro talco, a base di farina di fave e gesso in polvere, oppure una polvere finissima giallo ocra, simile alla moderna cipria, che conferiva all’incarnato delle signore riflessi dorati. Queste polveri erano applicate su viso e corpo utilizzando dei batuffoli di pelo di agnello, quello che noi oggi chiameremo piumino da cipria! Invece le donne dalla pelle particolarmente scura avevano bisogno di prodotti che avessero la capacità di aggrapparsi al viso, in questi casi le donne applicavano sulla loro pelle una sorta di fondotinta a base di polveri di alabastro e carbonato di soda resi cremosi dall’aggiunta di miele.

Solo nel periodo Tolemaico si cominciò a far uso della biacca o cerussa, questa pasta bianca e densa che veniva applicata sul viso schiarendo notevolmente l’incarnato. In alcuni casi prima dell’applicazione del trucco venivano strofinati sul viso degli unguenti a base di grassi animali, ai quali venivano aggiunte delle essenze profumate, per facilitare l’applicazione dei successivi cosmetici, specialmente quelli di guance e labbra, per fare un parallelo con i nostri tempi possiamo dire che utilizzavano dei primer!

Ma passiamo agli occhi, il punto focale del trucco egizio. Per un lungo periodo le sopracciglia vennero rasate, come successe diversi millenni dopo, e ridisegnate col bistro fin quasi alle tempie. Così come le sopracciglia, anche l’occhio veniva bordato in modo da ingrandire e sottolineare lo sguardo, inoltre, sia per gli uomini che per le donne questo simboleggiava la forza e l’amore insiti nel proprio corpo. Per colorare la zona perioculare, durante l’Antico Regno, veniva utilizzata la malachite del monte Sinai, di dominio spirituale della dea della bellezza Hator, nel Medio Regno fu poi sostituita dal kohl, cosmetico arrivato fino ai nostri giorni e la cui invenzione è unanimamente attribuita agli Egizi. Il kohl era in pratica un composto dal colore nero molto intenso, ottenuto dalla miscela di galena di colore grigio scuro, ossia ossido di piombo, e ossido di manganese, ocra bruna, carbonato di piombo, ossido di rame, ossido magnetico di acciaio, stibnite, malachite verde e crisocolla. Questi elementi combinati tra loro in diverse proporzioni davano al kohl diverse tonalità dal nero, al grigio al verde. Solo a partire dal 313 d.C. venne utilizzata una mistura per il kohl a base di fuliggine, ossido di ferro, polvere di incenso bruciato o dei gusci di mandorle, il tutto reso appiccicoso grazie all’aggiunta di miele, gomma arabica e altri tipi di resine. Il kohl oggi venduto in Egitto e composto da un nerofumo derivato dalla combustione della pianta Carthamus Tinctorius.

Il kohl era custodito in contenitori di varia natura e veniva amalgamato con olio o acqua mescolato con un cucchiaino prima della sua applicazione, e, neanche a dirlo, ogni donna possedeva un mortaio con cui prepararlo. La stesura di questo prodotto avveniva tramite un bastoncino che presentava una estremità a forma di bulbo. Come abbiamo visto il colore era applicato partendo dall’angolo interno dell’occhio e arrivava fin quasi alla tempia, veniva ovviamente applicato anche all’interno dell’occhio per dare intensità allo sguardo, e per fissare il tutto si sovrapponeva a questo il succo di sicomoro. Ma oltre ad una mera funzione estetica pare ci siano due teorie riguardanti uso del kohl, la prima , pare sostenere che questo fungesse anche da medicinale, in grado di proteggere gli occhi da infezioni, micosi e irritazioni; inoltre proteggeva l’occhio dal riverbero del sole, dal vento e dalla sabbia. Antichi contenitori di bistro infatti riportano iscrizioni quali “buono per la vista” oppure “adatto per arrestare la congiuntivite”. L’altra teoria che interessa il kohl pare avesse un significato rituale e spirituale, non a caso l’Occhio di Horus, l’Udjat, era bordato di nero con una coda lunga e tronca a simboleggiare protezione e fungeva anche da amuleto. Per il suo aspetto magico era presente in ambito funerario come garanzia di integrità della mummia del defunto, veniva inciso o dipinto su stele e sarcofagi e realizzato come portafortuna. Inoltre le donne applicando il kohl di malachite sentivano un forte legame con la dea della bellezza Hator.

Occhio di Horus

Ma oltre all’applicazione del kohl sulle palpebre si soleva applicare anche degli ombretti colorati, e le palette egizie erano ricche di colori: verde chiaro ottenuto dalla malachite, rosso cinabro, arancio estratti dall’ocra, giallo dalla zafferano, viola dal manganese, azzurro da Sali di rame, indaco dall’indigofera tinctoria, bruno da argille e bianco da carbonato basico di piombo. Queste polveri colorate erano tenute in tavolozze di avorio o metallo con scomparti separati atti ad ospitare ognuna un colore e scomparti vuoti dove si potevano miscelare due o più colori insieme. I colori erano miscelati a grassi, resine o saliva in modo da aderire perfettamente alla pelle.

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