Le voci dei parrucchieri costretti a chiudere: “Con la zona rossa abbiamo perso tutto”

Zona rossa parrucchieri

L’ennesima zona rossa sta mettendo a dura prova la gran parte delle attività commerciali, e a soffrire in particolar modo sono ora i parrucchieri e i barbieri, i quali nonostante l’adozione di tutte le misure di precauzione imposte dai decreti del governo, vengono nuovamente ricompresi tra quelle categorie considerate “a rischio” e dunque costretti a chiudere. “Noi ci siamo procurati di tutto: dispositivi di protezione, mascherine, disinfettanti, la sicurezza la possiamo garantire al cento per cento. Ed invece tutto questo non è servito a nulla” – tuona Vincenzo Savarese, titolare di un salone di parrucchiere nel centro storico, sceso stamane in piazza Plebiscito insieme ai suoi colleghi – “Abbiamo da pagare pigioni, bollette, ma come si fa se abbiamo perso più del 70 per cento del fatturato?”.

La sofferenza la avverti a pelle, nei volti e nelle voci di chi si è trovato costretto a barcamenarsi tra gli alti e bassi di una politica che sulla lotta al Covid continua a mostrarsi debole ed insicura, ferma alla zona rossa e senza che l’arrivo di un nuovo governo abbia migliorato la situazione. Massimiliano Murolo, parrucchiere, spiega a Vesuvio Live:

Avevo contratto un mutuo da più di 100mila euro e sono stato costretto a pagare un interesse di 500 euro anche durante i mesi di blocco. Per tenere il negozio aperto ho dovuto accendere un altro mutuo a dieci anni. Noi facciamo in media dei fatturati tra i 40 e i 60mila euro l’anno, stiamo parlando di cifre basse, non di milioni. Tutti questi soldi che noi paghiamo di tasse dove li hanno mandati? Al nord? Alle comunità montane?

Tra i manifestanti più accesi spicca Luisa Impesi, proprietaria di ‘Bioswiss’, un centro estetico a Pozzuoli: “Faccio questa professione da 32 anni, ho studiato per poter lavorare, ho dovuto combattere contro i tanti pregiudizi contro le donne, ho sempre voluto essere una persona indipendente. Dopo tanti anni di sacrifici devo sentire la mia vita minata da personaggi che non sanno come gestire questa pandemia. Sono riuscita a rimanere aperta solo quattro mesi in tutto con due dipendenti a carico, tra costi fissi che arrivano fino a tremila euro e i costi variabili che oscillano di continuo. Sia chiaro che io non chiuderò mai la mia attività, e pagherò sempre tutto quello che c’è da pagare, non farò mai l’abusiva come pure in molti stanno facendo”.

Proprio il fenomeno del servizio a domicilio abusivo sta raggiungendo livelli preoccupanti in questi giorni, una pratica illegale oltreché pericolosa in tempi di pandemia (e non solo), che pesa come un macigno nei confronti di tutti i parrucchieri rispettosi della legge. Ma per Alberto Ascione, modellatore presso ‘Arte Capelli’ nel quartiere di Barra, può trattarsi anche di una scelta obbligata: “Durante il primo lockdown c’era la paura del contagio, e quindi il lavoro nero tra i miei colleghi era poco. Ora invece posso dire che almeno l’ottanta per cento va a casa dei clienti. Ma io non ce l’ho con chi fa così, magari sono persone che non hanno possibilità economiche, e non nascondo che di questo passo anche io sarò costretto a lavorare in nero. Ho 57 anni e faccio questo mestiere fin da bambino, con me lavorano tre dipendenti al quale ho anticipato la cassa integrazione, ma per quanto tempo potrò farlo ancora?

C’è anche chi, come Lina Sasso, presidente dell’’Assocestetica’ e titolare di un beauty centre a Mergellina, prova a fare delle proposte alla politica: “Siamo professionisti del benessere psicofisico, chi viene da noi segue un percorso che va al di là dell’estetica. Per questo siamo qui a chiedere non solo la riapertura delle nostre attività, ma anche la riqualificazione del nostro settore.  Vogliamo uscire dall’artigianato perché noi operiamo direttamente sul corpo umano. Bisogna inoltre munire i nostri ragazzi di una cultura necessaria ad affrontare il mondo attuale, oggi chi frequenta i corsi di estetica dopo il biennio della scuola dell’obbligo è munito di una semplice qualifica che non è parificata al diploma statale. Chiediamo invece la parificazione insieme ad un nuovo piano di formazione, che includa maggiori conoscenze teoriche per i giovani. Solo così è possibile offrire loro pari opportunità con gli altri”.

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